A Milano il cardinale Onaiyekan: “Boko Horam uccide anche mussulmani”. Ma il martirio cristiano non meritava il silenzio

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«Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Giovanni 16, 2-3.

Potrebbe apparire secondario, ma non fu l’ateismo, l’ignoranza o la cattiveria in una delle sue forme più stereotipate ad uccidere Gesù Cristo. A volerne e chiedere insistentemente la condanna a morte per crocifissione fu, al contrario, l’integralismo ebraico e, dunque, l’integralismo religioso, che d’altronde è l’oggetto principale degli attacchi del profeta del Cristianesimo nei vangeli canonici.

«Risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’». (Gv 10, 33).

Come abbiamo visto, in effetti, quando Gesù Cristo profetizzava la persecuzione dei cristiani, in seguito alla persecuzione che Egli stesso subiva, il riferimento al fanatismo religioso è esplicito.

Ecco perché l’incontro avvenuto due giorni fa nel Duomo di Milano con il cardinale ed arcivescovo di Abuja, capitale della Nigeria, John Olorunfemi Onaiyekan, è stata probabilmente un’occasione mancata per parlare del martirio dei cristiani nel paese africano, perseguitati per la loro fede dagli estremisti islamici del gruppo di Boko Haram che, letteralmente, si traduce come proibizione della formazione e cultura occidentale in quanto falsa e peccaminosa.

Una considerazione sincera che non nasce certo dalla pur ovvia attenzione “giornalistica” per la cronaca, né dalla rilevanza politica della questione o da una giustificata volontà di condivisione e dall’interesse per la situazione da parte dei fedeli nella medesima Chiesa e dunque comunità che, in Nigeria, vive sotto attacco. La considerazione, in realtà, viene spontanea proprio in considerazione dalla centralità che ha il martirio nella storia, nella fede e nella tradizione cristiana e del quale proprio Gesù Cristo, torturato ed assassinato per motivazioni religiose, è in effetti il primo martire.

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv, 10, 18).

Ecco perché l’incontro del settantunenne cardinale nigeriano con la città di Milano, risoltosi con una – poco approfondita quanto surreale, viste le circostanze – lezione di storia dell’Africa, della Nigeria e del proselitismo cristiano in quelle terre, avrebbe potuto probabilmente lasciare molto di più dal punto di vista della testimonianza “religiosa” a tutto vantaggio anche di quella “laica”.

E, invece, delle sofferenze dei cristiani – che peraltro nel paese non sono certo una minoranza rappresentando circa la metà della popolazione – semplicemente non c’è traccia, testimonianza o racconto. Neanche un accenno alle cronache ma soltanto qualche dichiarazione generale pur condivisibile su Boko Haram a margine dell’incontro, introdotto dal cardinale ed arcivescovo di Milano Angelo Scola.

Eppure le premesse sembravano buone: «per noi, figli di un Dio incarnato, il quotidiano è un piano imprescindibile», ha esordito il cardinale creato da Benedetto XVI.

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«Come in Iraq e Siria c’è l’Isis, nel Maghreb c’è Al Qaeda e da noi c’è Boko Haram: è lo stesso fanatismo, la stessa ideologia violenta di una pericolosa minoranza», ha spiegato. «Boko Haram», ha infatti proseguito in seguito, «non rappresenta la comunità islamica nigeriana, che condanna le violenze. E, forse, uccidono più mussulmani che cristiani, dal momento che agiscono in zone a maggioranza mussulmana».

«Non nego che ci sia una persecuzione dei cristiani», aveva del resto dichiarato in una intervista di Gian Micalessin per Il Giornale, «nego che i Boko Haram uccidano solamente i cristiani. Hanno ucciso imam e musulmani. E distruggono tutte le moschee in cui si predica qualcosa che non va bene a loro».

Un approccio del tutto diverso, ad esempio, da quello del vescovo luterano Nemuel A. Babba che, a fronte di oltre cento chiese attaccate in sei anni, sostiene:  «I cristiani sono in maniera specifica presi di mira da Boko Haram. Questo non significa negare che i musulmani vengano attaccati e uccisi, ma i cristiani soffrono le perdite più alte», spiegando anche come «la presenza di questo gruppo militante ha eroso la fiducia fra cristiani e musulmani» anche a causa della difficoltà, per un cristiano, di capire molti mussulmani  dicano «la verità sul volersi sbarazzare di Boko Haram. Dinamiche simili avvengono nel governo, nei partiti politici e nelle forze armate».

Più simile a quella del cardinale, invece, è la lettura del missionario comboniano Elio Boscaini, voce storica della rivista Nigrizia, che dichiarava su Panorama: «Boko Haram non riconosce neanche le autorità tradizionali musulmane in Nigeria e ormai le considera traditrici, quasi al pari dei cristiani e del governo centrale».

«Certo», tornando all’incontro all’interno della cattedrale meneghina ed alle parole del presule, «i mussulmani moderati non possono più limitarsi a prendere le distanze: solo loro possono parlare ai mussulmani di Boko Haram, che non ascolterebbero mai un cristiano. E sono quindi loro che hanno il dovere di dirgli che ciò che fanno è contro l’Islam».

Rifiuto dello scontro di civiltà, dunque, e forte responsabilizzazione della comunità islamica nigeriana nella soluzione della vicenda: questa, in sintesi, la posizione di SE Onaiyekan, che mostra soddisfazione e tiene molto a sottolineare il rigetto crescente della comunità islamica nei confronti del fanatismo religioso (ricordando anche un partecipato incontro in Giordania alla presenza di re Abdullah II, a sua volta impegnato contro l’Isis), ma anche la collaborazione dei capi religiosi nigeriani nell’affrontare la questione e del mondo arabo in generale che sta tentando di dare anche una risposta teologicamente fondata.

«Ci sono molti tentativi di autocorrezione in corso e, seppur siano poco pubblicizzate in Occidente, noi cristiani dobbiamo apprezzarli», ha esortato.

Un tono certamente meno aspro di quello usato nelle ore precedenti l’incontro, di fronte ai giornalisti che lo incalzavano sul tema: «Anche se un padre ha un figlio che diventa ladro, non potrà mai negare che è suo figlio», aveva detto in conferenza stampa in una sorta di legittima riproposizione della dialettica Brigate Rosse – Partito Comunista Italiano.

«Dico sempre ai miei amici musulmani che loro devono accettare di essere responsabili di questa gente», aveva aggiunto alzando poi ulteriormente i toni: «Io dico sempre che non basta condannare Boko Haram, perché che cosa insegna l’islam nelle sue scuole in Nigeria? A non rispettare le altre religioni. Se questo è il discorso normale, se i bambini crescono così, poi è chiaro che si crea un terreno fertile per l’emergere di Boko Haram o dell’Isis o di al-Qaeda. Il problema, quindi, non è solo Boko Haram ma l’atteggiamento dei musulmani in generale, che non rispettano le altre fedi. Come è emersa questa ideologia mondiale? Questo i musulmani devono chiederselo per porvi rimedio».

«Molti musulmani oggi», aveva del resto dichiarato a Il Giornale, «si formano seguendo un’idea religiosa molto intollerante. Dal loro punto di vista l’Islam è l’unica religione giusta, frutto degli insegnamenti e della predicazione di un Profeta superiore a tutti gli altri. Secondo queste convinzioni il volere di Allah deve valere per tutta l’umanità. Questo modo di pensare equivale a sostenere che qualsiasi altra religione è falsa. Infatti molti musulmani accusano noi cristiani di non essere più monoteisti, ma triteisti. Quanto viene insegnato nelle madrasse (scuole coraniche) e nelle mosche è il vero problema. Anche se bisogna ricordare che alcuni gruppi di cristiani nutrono lo stesso atteggiamento verso l’Islam».

Affermazioni anche queste condivisibili, se non fosse che il cardinale stesso ricorda, anche nell’incontro coi milanesi: «sia il Cristianesimo che l’Islam sono caratterizzati dalla pretesa universalista». Del resto, non è certo dell’Islam il monito «extra Ecclesia nulla salus« («nessuna salvezza fuori dalla Chiesa») o la pretesa che il proprio profeta sia superiore agli altri visto che, anzi, tutto il contrario.

E sulla gestione politica della vicenda arriva un’altra esortazione, stavolta più spicciola, che sa di accusa (legittima) al governo nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan: «L’ideologia di Boko Haram si sconfigge con la teologia e non soltanto con la forza ma il governo deve comunque fare il suo lavoro e rispondere con le armi agli attacchi». «Noi abbiamo i mezzi, i soldi e le armi, ma fino ad ora ci è mancata la volontà politica», ha sancito Onaiyekan, che ha fatto anche sapere di non fidarsi molto dell’utilità della comunità internazionale e di non auspicare un intervento di questo «strano animale» che si muove «solo per interessi personali».

«Se ti trovi davanti un Boko Haram», chiarisce giustamente al quotidiano fondato da Montanelli, «come pensi di fermarlo con un Ave Maria? O con l’acqua santa? Loro sono armati, pronti a sparare e ad ammazzare persone innocenti. Chiedere di fermarli è in linea con il principio morale cattolico che impone di fermare un aggressore ingiusto».

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Analoghe critiche ai governi che si sono succeduti giungono, del resto, da diverse parti: «sotto la presidenza Obasanjo, tra il 1999 e il 2007, non è stato fatto niente per avvalorare certi principi costituzionali di laicità quando Stati federali come Zamfara (attualmente nella zona controllata da Boko Haram, ndr) hanno decretato l’applicazione della sharia», ricorda Wole Soyinka, scrittore nigeriano e Nobel per la letteratura nell’86, intervistato da Le Journal du Dimanche.

In effetti, il governo, che ora promette un’operazione di “pulizia” in sole sei settimane, complici forse le elezioni alle porte, si è rivelato del tutto (forse “consapevolmente”) inetto.

In occasione della strage nel villaggio di Izghe, nello Stato del Borno, in cui almeno 106 persone sono state uccise al grido di «Allah è grande» con coltelli, machete e armi da fuoco, in cui sono stati saccheggiati magazzini e depositi ed incendiate le case, da parte dell’esercito, scriveva Repubblica già agli inizi dell’ano scorso, «Nessuna resistenza, nemmeno un poliziotto o un soldato nel villaggio, nonostante gli ultimi giorni siano stati scanditi da eccidi e decine di morti nella zona. E nonostante la “guerra” dichiarata dal presidente cristiano Goodluck Jonathan a Boko Haram e la costituzione di milizie armate di autodifesa, in cui sono entrati anche musulmani moderati, da affiancare alle forze di sicurezza».

Ma senza andare troppo indietro, l’assenza di una risposta forte si è percepita chiaramente anche nel gennaio scorso in seguito al massacro di Baga, che Amnesty International ha definito come il «più sanguinoso nella storia di Boko Horam». «Jonathan», scrive Jeune Afrique, «è andato in visita a Maiduguri, il capoluogo dello stato di Borno, il 15 gennaio, dodici giorni dopo l’inizio» della strage. «Non ha detto una parola. Eppure era già cominciato da quattro giorni quando i fratelli Kouachi hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale francese» Charlie Hebdo, in seguito al quale il presidente si era invece affrettato ad inviare alla stampa un comunicato per esprimere la sua solidarietà e il disprezzo per il gesto.

Del resto, continua la giornalista Rémi Carayol, «Baga è stata difesa solo dalle milizie di autodifesa, mentre i soldati dell’esercito sono scappati via abbandonando le armi».

Una inefficienza dimostrata dal controllo territoriale degli estremisti: «il gruppo jihadista controlla quasi 150 chilometri di confine con il Niger, un’ampia parte delle rive del lago Ciad e quasi duecento chilometri di frontiera con il Camerun». «Dopo aver fatto scorta di armi in Libia e Sudan», aggiunge nella sua traduzione l’Internazionale (che all’argomento ha dedicato la copertina e un approfondimento nell’ultimo numero), «attraverso il Ciad, i miliziani prendono quello che gli serve nelle caserme dell’esercito nigeriano, che stanno cadendo una dopo l’altra. Il gruppo ha a disposizione carri armati, veicoli blindati, centinaia di pick-up, pezzi d’artiglieria e forse perfino armi antiaereo».

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Fondato nel 2002 a Maiduguri dal predicatore Mohammed Yusuf, Boko Horam ha iniziato la sua ascesa e radicalizzazione dal 2009, dopo la morte del fondatore e, da allora, con un incremento a partire dalla rielezione del presidente nel 2011, si stimano tra i 13mila ed i 30mila morti ed un milione di sfollati in seguito ai suoi attacchi.

E secondo alcune stime, ben 30mila sarebbero i combattenti sui quali l’organizzazione può contare per affrontare la forza congiunta dell’Unione Africana formata da soldati di Nigeria, Camerun, Benin e Ciad che dovrebbe arrivare a circa 8mila uomini.

E’ così che il gruppo, in base ad alcune stime secondo per numero di vittime solo all’Isis dal 2014 ad oggi, distintosi per crudeltà quando usò una bambina di otto anni come kamikaze, autore del tristemente famoso rapimento di duecento liceali cristiane poi vendute o costrette al matrimonio, si appresta ora a conquistare la città in cui è stato fondato, mentre la maggioranza della popolazione in Nigeria non dispone di acqua corrente ed elettricità, il governo lascia il paese in balìa delle società petrolifere, mentre le elezioni metteranno di fronte l’attuale presidente ad un ex militare, Muhammadu Buhari, 72 anni contro u 57 del presidente in carica, che su Boko Haram, lui che proviene dal nord mussulmano, in passato pare si sia distinto per ambiguità, nonostante ora ne prometta lo sbaragliamento dall’alto del suo dubbio diploma di scuola elementare.

Questo è il paese del quale il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan – che pur propone un’analisi condivisibilissima ed imparziale, lucida e non certo funzionale alla logica occidentalista – avrebbe forse dovuto portare una testimonianza più netta, più alta, più cristiana o semplicemente più autentica, anziché raccontarci in versione Wikipedia ridotta la fiaba dell’evangelizzazione del suo paese nei secoli o la squallida competizione per le anime tra le diverse comunità cristiane (oltre che con l’Islam), cadendo per giunta nella contraddizione di ergersi a paladino dell’anticolonialismo salvo poi benedire l’avvento, grazie ad esso, del Cristianesimo, e raccontandoci pure la balla della maggioranza cattolica all’interno della comunità cristiana, smentito dai dati ufficiali.

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