Il “Corriere” apre gli occhi: dall’Oms ritardi, errori e favori alla Cina

Meglio tardi che mai: anche il Corriere della Sera “sdogana” finalmente gli errori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella gestione dell’emergenza Covid-19.
Una buona notizia che, però, lascia l’amaro in bocca.
La buona notizia è che, finalmente, l’argomento non è più un tabù. Ed a contribuire allo scopo, certamente, è stata anche la reazione dura di Trump, con il blocco dei fondi all’Oms: una misura criticata dalle anime belle di casa nostra e non solo, della quale, però, ora si cominciano a capire le ragioni.
La “cattiva” notizia è che Rivoluzione Romantica ha anticipato il Corriere di oltre un mese. Orgoglio per noi, ma triste da un punto di vista giornalistico ed in relazione alla questione “fake news”: mettere in dubbio l’Oms e le cosiddette fonti ufficiali sembrava equivalere a diffondere notizie false e fuorvianti.
Facebook limitava e limita tuttora la diffusione di notizie del genere, a prescindere dalla valutazione dei contenuti.
Ma alla fine avevamo ragione noi.

Continua a leggere

Bannon: “L’Europa è un protettorato americano, neanche ci prova a difendersi da sola” [VIDEO]

Quando intorno a metà agosto aveva lasciato la Casa Bianca ed il suo incarico di consigliere ufficiale del presidente Donald Trump, il discusso Steve Bannon aveva fatto una promessa: “tornerò, da fuori posso combattere meglio“. E così ha fatto, tanto che, dopo aver ripreso il ruolo di direttore di Breitbart, nelle scorse ore Bannon ha tenuto un lungo discorso nel corso di una convention repubblicana in California, difendendo Trump a spada tratta. Un discorso utile a capire il rapporto di Trump con Bannon e con l’ “estrema destra” americana senza altri filtri che quello del realismo politico.

E’ un discorso che trasuda realismo politico, in effetti, quello di Bannon il quale, nonostante la “separazione”, rivendica ancora la sua fedeltà al presidente: “sono orgoglioso di essere la sua spalla qua fuori”. La Corea del Nord, negli oltre quaranta minuti del suo intervento, non viene mai nominata. La questione che secondo molti aveva condotto alla rottura (Trump aperto ad una soluzione militare, Bannon a dir poco critico) viene esplicitamente evitata. E’ senz’altro un tasto dolente ed ecco perché viene liquidata come una delle tante cose sulle quali sarebbe normale essere in disaccordo nell’ambito di una coalizione. Bannon, infatti, punta tutto su una priorità, il nazionalismo economico, e su un metodo, una coalizione stabile tra conservatori, populisti e nazionalisti. Continua a leggere

Cina e Russia: no alla guerra in Corea del Nord, gli Usa fermino le attività militari nell’area

Per capire il braccio di ferro internazionale dovuto alla crisi tra Corea del Nord e Stati Uniti, è più utile osservare la cartina geografica e comprendere quali sono le forze in campo, piuttosto che pensare a questioni di politica estera o – tanto meno – ai “diritti umani” che sarebbero violati in Corea del Nord. Corea del Sud e Giappone, alleati di ferro degli Stati Uniti nella regione sud-est asiatica, fronteggiano infatti da sole il blocco continentale dominato da Russia e Cina, con la Corea del Nord a fare da scomodo ed imprevedibile Stato “cuscinetto”, non proprio neutrale ma abbastanza potente ed indipendente da non poter essere considerata uno Stato satellite dei Paesi che pure contribuiscono ad armarla. Continua a leggere

Nel Regno Unito chiudono le acciaierie Tata, dumping cinese sotto accusa

122971-mdPort Talbot, il principale impianto di produzione dell’acciaio nel Regno Unito è ad un passo dalla chiusura, mettendo a rischio circa 4mila posti di lavoro, 9mila considerato anche l’indotto. L’annuncio del gruppo indiano Tata Steel di voler abbandonare ogni investimento in Gran Bretagna rivela una posto in gioco purtroppo molto più alta, che coinvolgerebbe addirittura 40mila operai del settore e potrebbe mettere in ginocchio un’intera regione, il Galles, fulcro della produzione dell’acciaio nel regno di Elisabetta II. Colosso che ha ultimamente mostrato interesse per il gruppo tedesco Thyssen, dal 2007 Tata Steel, dopo aver acquistato la Corus, possiede infatti i più grandi impianti del paese ma, ormai da tempo, la crisi era alle porte: la società cercava compratori da oltre un anno e, appena tre mesi fa, annunciava licenziamenti e chiusure. Soltanto l’impianto in questione, che ha richiesto al gruppo investimenti per circa un miliardo di sterline, ad oggi, è in perdita di 300 milioni di sterline l’anno. E così la decisione finale: se non si trova un compratore, si chiude.

Nel mirino due fattori, spesso concomitanti: il dumping cinese e gli altissimi costi dell’energia. Sul secondo fattore, in particolare, insisteva Matt Ridley ieri sul “Times”, ricordando la chiusura nel 2012 degli impianti di produzione dell’alluminio (settore ora dominato ancora una volta dalla Cina) di Lynemouth soprattutto a causa di costi energetici doppi rispetto alla media europea e non solo. “E’ vero che, nell’immediato, la crisi gallese è causata più dal dumping cinese dell’acciaio a basso costo sul mercato mondiale piuttosto che dal costo dell’energia in sé. Ma la questione è connessa comunque alle politiche climatiche. “La Cina – incalza – ha aumentato massicciamente le sue emissioni negli ultimi anni per far crescere la sua industria pesante”. Secondo Ridley, che d’altra parte riprende le accuse della compagnia stessa che nei mesi scorsi aveva segnalato con forza la questione, le acciaierie subiscono meno l’influenza dei costi dell’energia rispetto alle industrie dell’alluminio ma, anche in questo caso, la presenza di un competitor che non rispetta le regole senza che nessuno faccia nulla per proteggersi rappresenta comunque un fattore di squilibrio se non altro concomitante. E le politiche di riduzione delle emissioni, fin troppo rispettate dal Regno Unito secondo il giornalista, penalizzerebbero ancor di più il paese rispetto ad una Cina che, invece, non sta ai patti.

Motivazioni a parte, come accennato, sul tavolo c’è soprattutto una “vecchia” questione: prezzi troppo bassi che invadono e conquistano i mercati e, sul fronte opposto, un’Europa inerme, che in nome del liberismo si rifiuta di reagire, bocciando a priori ogni tentativo protezionistico. Così come, peraltro, sta facendo esplicitamente anche il governo inglese, nonostante la Cina abbia addirittura incluso proprio l’acciaio prodotto in Galles in una lista di prodotti importabili soltanto pagando un dazio fissato ora addirittura al 46%, mentre l’Europa permette l’importazione di prodotti dalle acciaierie cinesi con un’imposta di appena il 9% sul prodotto. A denunciarlo è sempre il Times che, due giorni fa, in prima pagina, accusava la Cina di aver alzato il prezzo dell’acciaio britannico. Lo stesso premier David Cameron, in effetti, nonostante abbia nel recente passato accolto la Cina nel paese a braccia aperte, è stato praticamente costretto ad esprimere ‘preoccupazione’ al leader cinese Xi Jinping, in occasione del vertice sulla sicurezza nucleare di Washington. “Un’umiliazione per il governo”, commentava Michael Savage a proposito della faccenda. Secondo Stephen Kinnock, deputato laburista, il dumping cinese “ha paralizzato l’industria dell’acciaio inglese negli ultimi cinque anni”. Cameron, da parte sua, si è difeso criticando le soluzioni semplicistiche e puntando il dito contro l’eccesso di offerta del settore, ma non ha comunque spiegato come è possibile che, a fronte di una sovrapproduzione, si aprano i mercati a concorrenti spietati e senza regole come le industrie cinesi. D’altra parte, il governo ha anche escluso l’eventualità di nazionalizzare le acciaierie per evitarne la chiusura ed ha messo in allerta coloro che hanno richiesto aiuti di stato, spiegando che l’Europa, certamente, boccerebbe l’iniziativa in nome della libera concorrenza. Risposta quanto meno tragicomica a fronte di una concorrenza già falsata dalla Cina che, ai bassi costi di vendita, aggiunge anche le alte tasse sulle importazioni. Per non parlare del tabù nazionalizzazioni. Ennesimo esempio di come l’Europa, in economia come nella politica estera, nella sicurezza e nella cultura, per mano di pochi burocrati, si stia di fatto suicidando, subendo senza reagire ogni tipo di attacco esterno.

Emmanuel Raffaele, 5 apr 2016