Il “Corriere” apre gli occhi: dall’Oms ritardi, errori e favori alla Cina

Meglio tardi che mai: anche il Corriere della Sera “sdogana” finalmente gli errori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella gestione dell’emergenza Covid-19.
Una buona notizia che, però, lascia l’amaro in bocca.
La buona notizia è che, finalmente, l’argomento non è più un tabù. Ed a contribuire allo scopo, certamente, è stata anche la reazione dura di Trump, con il blocco dei fondi all’Oms: una misura criticata dalle anime belle di casa nostra e non solo, della quale, però, ora si cominciano a capire le ragioni.
La “cattiva” notizia è che Rivoluzione Romantica ha anticipato il Corriere di oltre un mese. Orgoglio per noi, ma triste da un punto di vista giornalistico ed in relazione alla questione “fake news”: mettere in dubbio l’Oms e le cosiddette fonti ufficiali sembrava equivalere a diffondere notizie false e fuorvianti.
Facebook limitava e limita tuttora la diffusione di notizie del genere, a prescindere dalla valutazione dei contenuti.
Ma alla fine avevamo ragione noi.

Era il 24 marzo quando, su questo sito, elencavamo per la prima volta, tra le altre cose, le colpe e i ritardi dell’Oms e la loro relazione con i ritardi del governo.
Il 15 aprile, infine, ribadivamo la nostra posizione spiegando le ragioni della scelta di Trump.
E’ il 2 maggio, invece, che il Corriere si accorge dei “tanti dietrofront dell’Oms” e dei ritardi, mentre il 10 maggio pubblica, finalmente, un servizio di Milena Gabanelli più dettagliato, in cui mette in dubbio anche l’imparzialità dell’Oms rispetto alla Cina.
Tutto molto bello, ma perché in tanti se ne erano accorti prima e sono stati ignorati dalla stampa mainstream? E perché ora è arrivato il via libera?

DAL MODELLO CINA AL MODELLO SVEZIA: ECCO ERRORI E CONTRADDIZIONI

“L’ultima contraddizione è stata sul «caso Svezia»”, spiega infatti il Corriere, definito pochi giorni fa da Mike Ryan – capo del programma emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità – “un modello da seguire sulla strada di una nuova normalità”, dopo che però “fin dall’inizio dell’emergenza l’agenzia ha sostenuto l’efficacia dell’opposto «modello cinese», cioè di una reazione all’epidemia centrata soprattutto su misure di lockdown rigidissime”.
Anche sull’uso delle mascherine, ricorda Irene Soave, prima sono state “definite «inutili», poi dopo molto tempo consigliate”, mentre sui tamponi all’inizio la raccomandazione era di effettuarli “solo a chi avesse già sintomi evidenti, prima, per poi fare un brusco dietrofront e suggerire di farne il più possibile”.
Il tutto condito da ritardi “nel dichiarare, uno dopo l’altro, gli stati d’allerta globale”, pochi giorni fa “lontana dall’essere sconfitta”, dopo aver inizialmente sostenuto che quanto fatto dalla Cina sembrava sufficiente a contenerne la diffusione.
Ritardi e lentezze che coinvolgono anche altri aspetti essenziali: il 14 gennaio, osserva il Corriere, confermando quanto avevamo fatto notare noi, l’Oms dichiarava che “non ci sono prove che il virus si trasmetta da uomo a uomo”, nonostante la Cina avesse comunicato giorni prima la trasmissibilità inter-umana del virus.
Errori anche sul ruolo degli asintomatici, che in un report venivano descritti come “rari” e difficilmente in grado di trasmettere il virus, per poi fare un altro dietrofront.

LE PRESSIONI DELLA CINA SULL’OMS

Echoes of Mao as Xi Jinping ends term limitsTutte questioni analizzate anche nell’inchiesta di Milena Gabanelli, che fa luce anche sull’influenza della Cina sull’Oms. Una influenza che, nei giorni scorsi, aveva addirittura portato il giornale tedesco “Der Spiegel” a rivelare una presunta telefonata del presidente cinese Xi Jinping al direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, avvenuta lo scorso 21 gennaio e mirata a ritardare l’allarme globale. Una notizia che il quotidiano riporta citando fonti dei servizi segreti esterni tedeschi e che, ovviamente, l’Oms ha negato.
Quel che è certo è che, nel suo approfondimento, anche la Gabanelli spiega che l’Oms, a pandemia finita, “dovrà rispondere del ritardo con cui è stata comunicata”.
E fa luce, non solo sui finanziameti, ma anche sulle influenze politiche che interessano l’agenzia Onu.
“Di fatto”, spiega la giornalista, “l’Oms gestisce il 20% del suo budget, perché il resto sono progetti specifici decisi dai privati, e non tutti trasparenti”.
Tra questi privati c’è, com’è noto, Bll Gates, secondo donatore insieme a sua moglie dopo gli Usa, con ben 600 milioni di dollari di versamenti, a cui vanno sommati i 370 milioni versati sempre da Bill Gates tramite la Gavi Alliance: cifre che spiegano perché si è parlato del miliardario americano trattato come un vero e proprio capo di Stato (protagonista del documentario Netflix sulla pandemia prima che venisse fuori il coronavirus, ha fatto del resto discutere anche la sua telefonata al premier Conte per chiedere fonti all’Italia). Il conflitto di interessi, in questo caso, è dietro l’angolo, ma l’ingerenza è già visibile.
La Cina, in questa classifica, è in realtà solo 14esima, con 85 milioni.

TEDROS DIRETTORE GENERALE OMS GRAZIE ALLA CINA

Ma c’è un elemento chiave, già portato alla luce dal giornalista Paolo Mauri, che dice molto sul rapporto Cina-Oms.
Come fa notare anche Milena Gabanelli, infatti, la sua candidatura alla direzione raccoglie i suoi frutti soprattutto perché la “attività di lobby cinese in suo sostegno dura due anni”. Ex ministro della sanità in Etiopia, su Tedros grava innanzitutto l’accusa “sempre respinta, di aver insabbiato 3 epidemie di colera (2006, 2009, 2011), declassandole a diarrea” e, da direttore generale, aver provato a nominare “ambasciatore di buona volontà Mugabe, 93 anni, ex dittatore dello Zimbawe, alleato storico della Cina. (levata di scudi)”.
Ma è proprio il paese africano la chiave. “Dal 2012 al 2016, mentre è Ministro degli affari esteri, gli investimenti della Cina in Etiopia accelerano”. Infatti, evidenzia la Gabanelli, la Cina, che “è anche il primo fornitore di armi all’esercito etiope“, “è il più grande partner commerciale dell’Etiopia: finanzia infrastrutture ferroviarie, di telecomunicazioni, autostrade, centrali idroelettriche. La precondizione è l’affido esclusivo di appalti ad aziende cinesi”. Tanto che “nel 2016 sono stati registrati dalla commissione etiope per gli investimenti più di 1.000 progetti cinesi” per investimenti che “ammontano a 24,5 miliardi dollari (fonte Aei)”.

POCA TRASPARENZA DALLA CINA MA L’OMS TACE

Nel suo servizio intitolato “Oms, chi comanda davvero: i 194 stati, Bill Gates o la Cina?”, la Gabanelli nota anche che la Cina, già responsabile di aver “occultato i dati” con la Sars, nonostante l’8 dicembre 2019 ci sia il primo caso di polmonite atipica poi confermato come Covid-19, riferisce all’Oms solo il 31 dicembre ed è il 4 gennaio che l’Oms informa il mondo.
Ma è addirittura il 30 gennaio, “quando i contagi ufficiali sono già 7.836 e 18 i paesi coinvolti, che viene dichiarata l’emergenza sanitaria internazionale”.
Ma l’Oms ha continuato per tutto il tempo a lodare la trasparenza e il metodo cinese, a prescindere dai dubbi arrivati da più parti, anche questa volta, sui numeri ufficiali, a partire dalla rivista “Lancet”, che al 20 febbraio stimava 232mila contagiati, a fronte dei 55.508 segnalati.
E, ancora il 26 febbraio (ma lo farà anche in seguito), l’Oms “sconsiglia restrizioni al traffico aereo verso la Cina”.
Mentre, “solo l’11 Marzo, quando il numero dei contagi si era allargato a 114 Paesi, l’Europa in ginocchio, e 4.291 persone che hanno perso la vita, arriva l’annuncio: «Abbiamo valutato che Covid-19 può essere definito come pandemia»”.
Sulle responsabilità oggettive dell’Oms si comincia insomma ad aprire gli occhi. Ora resta da capire se ci sono gli strumenti e la volontà per capire le ragioni di tutto questo: collusione, inadeguatezza o, peggio, indicibili secondi fini.
Emmanuel Raffaele Maraziti

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