Salvini è stato più lungimirante di Conte

Attraverso blocchi alla frontiera e a colpi di leggi speciali, la sovranità dello Stato sembra essersi ripresa la scena in seguito alla pandemia da Covid-19.
Ma è saltato agli occhi di tutti come la reazione degli Stati, più che la loro forza, abbia rivelato impreparazione nella gestione dell’emergenza.
Già nell’ottobre dello scorso anno, del resto, prima che l’epidemia scoppiasse o, per lo meno, prima che il mondo si accorgesse della sua esistenza, era proprio questo l’allarme lanciato dall’Oms.
Gli Stati avevano tutti, da anni, approntato piani per la gestione di una eventuale pandemia, eppure non sembrano essere stati sufficienti.
Ancora oggi, in conferenza stampa, nonostante le notizie che lo smentiscono, il premier Conte ha affermato: “l’epidemia non era attesa”, “di punto in bianco abbiamo dovuto individuare le attività essenziali”, tutto ciò mentre in tv a fine gennaio diceva che il governo era “prontissimo” a gestire l’emergenza.
Ma allora a cosa servivano i piani di prevenzione contro le pandemie?

A lungo termine, a causa del dilettantismo dimostrato, pur – si spera – nella buona fede e correttezza istituzionale, c’è il rischio di ulteriori spinte tese alla delegittimazione degli Stati, a favore di enti sovranazionali capaci di coordinare emergenze simili a livello sovranazionale.
Ecco perché bisogna che anche gli enti sovranazionali hanno mostrato grosse carenze nella capacità di approntare strategie coordinate per difendersi dall’emergenza.
UNA REAZIONE SCOMPOSTA DA PARTE DEGLI STATI
Risultato immagini per città deserte Le modalità della chiusura totale prima italiana, poi spagnola e così a ruota, più che preparazione e capacità di prevenire, hanno rappresentato plasticamente – e la dimostrazione è nelle tempistiche – la mancanza di alternative laddove tutti gli altri strumenti di prevenzione a disposizione avevano fallito o, semplicemente, non erano stati messi in campo.
Se la strategia fosse stata dall’inizio quella del blocco, la sua applicazione tardiva ha dimostrato che di strategia non si trattava ma di una reazione estrema di fronte all’urgenza. In assenza, peraltro, di strategie diverse.
Presi dal panico e spinti dalle pressioni dal basso, in seguito all’incapacità di contenere il contagio, gli Stati hanno soltanto adottato la soluzione tecnicamente più semplice, ovvero impedire la diffusione del contagio vietando alle persone di uscire di casa.
E’ a questo punto che, probabilmente, come ha twittato il presidente degli Usa Donald Trump, poco convinto che si tratti della strategia più giusta, la cura potrebbe rivelarsi peggiore del problema di partenza  [per evitare questa evenienza, Israele, ad esempio, ha approntato una strategia mirata a isolare le categorie a rischio (che lamentano un tasso di letalità di molto superiore a quello dell’influenza comune) e limitarsi a misure di distanziamento sociale per tutti gli altri (categorie che, per la maggior parte, rappresentano casi asintomatici o lievi)].
Ma sarebbe ingiusto scaricare tutta la colpa sui governi: l’Organizzazione Mondiale della Sanità, pur cosciente del problema, non sembra aver fornito ai governi un supporto coordinato determinante nel contenimento del virus, a parte le indicazioni e raccomandazioni generiche. Così i governi si sono mossi ognuno per conto proprio. Colpa dell’impotenza dell’Oms e, quindi, della sovranità degli Stati? Assolutamente no.
LE TEMPISTICHE CONFERMANO: NESSUNA STRATEGIA
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A fine gennaio la Cina costruiva ospedali in tutta fretta: il rischio era già chiaro

E’ il 31 dicembre che la Cina dà notizie di polmoniti anomale nella città di Whuan ed è il 9 gennaio che il Paese comunica ufficialmente l’esistenza del nuovo coronavirus. Il giorno dopo, il 10 gennaio, l’Oms faceva circolare la notizia, senza però raccomandare alcuna restrizione sui voli provenienti dalla Cina, una misura considerata non strettamente necessaria né adeguata.

Eppure, la Cina era già tra i Paesi tenuti sotto controllo a causa dell’alta probabilità di contatto con virus sconosciuti che avrebbero potuto portare al rischio pandemico. Altre epidemie in passato, come appunto la Sars, avevano prospettato il medesimo rischio e proprio l’imprevedibilità di nuovi agenti patogeni avrebbe dovuto suggerire maggiore cautela.
Il 12 gennaio, in seguito all’isolamento del virus, la Cina condivideva la sua sequenza genetica, utile allo sviluppo di kit per l’individuazione del Covid-19 nei soggetti infetti. Iniziava in Cina un monitoraggio intensivo.
Il 21 gennaio, dopo la conferma della trasmissione da uomo a uomo, le autorità italiane raccomandavano di evitare i viaggi in Cina e la stessa Whuan veniva isolata.
Il 29 gennaio, l’Italia aveva già almeno tre casi di coronavirus: due turisti cinesi e un ricercatore italiano proveniente dalla Cina.
Il 27 gennaio l’Oms confermava che il rischio era alto a livello globale, ragion per cui il 30 gennaio dichiarava lo stato di emergenza sanitaria di interesse interesse internazionale e, solo a quel punto, l’Italia bloccava i voli dalla Cina (unica in Europa) e dichiarava, in sordina, lo stato di emergenza sanitaria.
A circa tre settimane dalla comunicazione ufficiale della Cina, a una settimana dalla raccomandazione di evitare viaggi in Cina e DOPO i primi casi accertati di coronavirus in Italia.
Sono trascorse altre tre settimane – siamo infatti al 21 febbraio – quando, nel lodigiano, alcuni comuni tra i quali Codogno, vengono isolati, in seguito alla scoperta di un focolaio non direttamente collegato alla Cina.
Il 4 marzo, il governo italiano chiude scuole e università in tutta Italia: i positivi sono già 2700 ed il virus è già presente su tutta la penisola.
L’8 marzo vengono isolate per decreto tutta la Lombardia ed altre 14 province.
Il 9 marzo, in tarda serata, tutto il territorio nazionale diventa zona rossa, o meglio, “zona protetta”, con obbligo di restare a caso esteso in tutto il Paese. Siamo ad oltre un mese dai primi casi in Italia, a circa due mesi dalla scoperta e dall’isolamento del nuovo coronavirus.
L’11 marzo, valutando il numero di casi a livello internazionale, l’Oms dichiara la pandemia.
Con ritardo, seguendo l’evolversi dell’epidemia, anche altri Paesi seguiranno “l’esempio” italiano del blocco.
LE GIRAVOLTE DELLA SINISTRA
Ora, da cittadini, da “incompetenti”, non siamo tenuti ad essere preparati e sapere come affrontare un rischio pandemia e conoscere strategie e piani d’azione, quindi siamo giustificati se, all’inizio, brancoliamo nel buio e parliamo – come ha detto oggi il premier in conferenza stampa – “con il senno di poi”.
Ma il capo del governo, il presidente di una regione importante come la Toscana, il sindaco di una città come Milano che è anche esponente nazionale del Pd, il segretario del partito di governo e tanti altri, sono tenuti eccome a sapere come comportarsi o, quanto meno, ad approntare preventivamente una strategia e dimostrare di averla.
Il modo schizofrenico in cui l’emergenza è stata affrontata ha invece svelato che non ne avevano nessuna. Non volevano applicare blocchi e quarantene, ma non avevano altri piani.
Noi abbiamo il diritto a giudicare col senno di poi, loro no.
Ecco perché non possiamo accettare le scuse di Beppe Sala, secondo il quale, il 27 febbraio, “nessuno aveva compreso la veemenza del virus”.
La comunicazione insufficiente e a tratti indegna dei media nazionali principali è stata il riflesso di una classe politica incapace, appunto, di comprendere la situazione e di spiegarla. E’ vero, si sapeva ancora poco del virus e della sua letalità, ma si conoscevano i rischi connessi a una pandemia e, proprio l’imprevedibilità, avrebbe dovuto spingere alla cautela.
Risultato immagini per beppe sala aperitivo chinatown coronavirus
Dopo il blocco dei voli, a febbraio, contro la “psicosi” da coronavirus, il sindaco di Milano Beppe Sala si recava a Chinatown, ritenendo eccessive le misure di quarantena per gli studenti di rientro dalla Cina, auspicando la riapertura dei voli e affermando: “siamo una comunità planetaria”

Il leader della Lega Matteo Salvini, che sembrava aver capito prima degli altri il rischio, è stato invece accusato di sciacallaggio e razzismo perché, fin dallo scoppio dell’epidemia in Cina, invocava restrizioni, blocchi e quarantene.

Le sardine organizzavano passeggiate a Chinatown contro il razzismo e cene nei ristoranti cinesi, promuovevano iniziative tipo “un libro per difenderci dal virus” o “abbracciamo un cinese”, sui navigli spuntava un murales raffigurante una bambina cinese con la scritta “io non sono virus” e, soprattutto, Zingaretti organizzava aperitivi solidali, Sala faceva colazione nel quartiere cinese e rilanciava “#milanononsiferma“, il governatore della Toscana Rossi voleva far rientrare migliaia di cinesi garantendo l’inutilità della quarantena e lo stesso governo accusava Salvini di allarmismo, mentre giornalisti e politici vari si concentravano su un inesistente razzismo e sinofobia dilagante.
Per tutto il tempo, il pericolo sembrava essere quello della discriminazione verso i cinesi e la chiusura delle loro attività.
Settimane dopo, è la paralisi del sistema produttivo e la giravolta da parte di sinistra e grillini.
SALVINI L’AVEVA DETTO
A fine gennaio, Salvini segnalava: “Siamo stati accusati di razzismo perché chiedevamo controlli e quarantene. Parlare di quarantena sembrava una parolaccia a gennaio, adesso a detta di tutti i medici e virologi è l’unico modo per circoscrivere il problema”. “Chi ci accusava di speculazione e sciacallaggio”, aggiungeva, “ignorava o non aveva le informazioni che abbiamo ora. Seguiamo con attenzione la diffusione del coronavirus. Il governo verifichi ogni singolo ingresso via aerea, via terra e via mare. Altri Paesi hanno fatto in fretta, in Italia s’è dovuto aspettare le 10.30 di ieri per avere le sospensione dei collegamenti aerei”. Nel frattempo, la Lega chiedeva ufficialmente la sospensione di Schengen, arrivata dopo poco meno di due mesi.
Nelle stesse ore, il presidente Conte rispondeva così al leader della Lega: “ll provvedimento di ieri, il divieto di traffico aereo, ma anche quello di questa mattina, non avremmo assolutamente potuto adottarli prima. Per la semplice ragione che ancora ieri l’Oms ha dichiarato l’emergenza globale e ancora ieri noi abbiamo accertato i primi due casi in Italia. Il divieto di traffico aereo ha grandi implicazioni di ordine politico, economico e sociale. Non era assolutamente adottabile prima”.
Motivazioni di ordine politico ed economico sono state quindi anteposte alla tutela della salute pubblica, seppure, successivamente, il blocco sia stato ritenuto così indispensabile da anteporlo alle suddette ragioni di ordine economico: un controsenso strategico. Abbiamo perso tempo per burocrazia e formalismi diplomatici?
La stessa Oms, come abbiamo visto, non aveva infatti dato indicazioni circa il blocco dei voli. Nonostante la consapevolezza del rischio, l’Oms sembra essersi mantenuta molto prudente, forse colpevolmente se pensiamo al dopo.
Blocchi e quarantene sono stati infine decisi, in un crescendo, con l’esplosione dei contagi e non preventivamente.
Una strategia degna di questo nome valuta gli scenari possibili e considera i costi-opportunità di ogni scelta.
Una quarantena totale imposta quando l’epidemia è ormai esplosa, ha costi economici incalcolabili e, allo stesso tempo, rallenta e ma non impedisce l’esplosione di contagi e morti che si è vista in Italia.
Proprio per questo, è una strategia dalla quale è difficile uscire di punto in bianco. Se ne esce a zero contagi. E, una volta usciti, si torna alla normalità progressivamente, per evitare contagi di ritorno.
E’, insomma, un processo molto più lungo e costa di più di un isolamento preventivo.
Se la tua strategia prevede blocchi e quarantene, insomma, è il caso di farlo subito o di cambiare strategia.
Invece non è stato così: blocchi, controlli e quarantene non sono stati parte di una vera strategia (qual era per Salvini) ma una scelta estrema, imposta dagli eventi e quindi tardiva. Anticipare i tempi avrebbe ridotto i focolai, i tempi del contenimento e, quindi, le ricadute economiche del blocco.
Per farla breve, giusta o sbagliata che fosse, Salvini era l’unico con una strategia.
Risultato immagini per omsMentre il governo, rinviando per ragioni di opportunità politica, le decisioni che sarebbe stato poi costretto ad adottare in seguito, ha dimostrato di inseguire Salvini e il virus, attendendo l’esplosione dei contagi per legittimare le “proprie decisioni” e per garantirsi la copertura dell’Oms e le spalle coperte dal punto di vista internazionale.
Salvini, invece, per speculazione politica o per illuminazione, non ha pensato ci fosse bisogno di altro che del rischio reale di contagio in Italia.
Ed i fatti gli hanno dato ragione.
Un blocco ed una quarantena preventiva avrebbero comunque reso necessario un blocco dei voli, ma forse non il blocco della produzione in tutta Italia.
Una preparazione per tempo, avrebbe permesso di reperire anticipatamente il materiale sanitario necessario, anziché attendere che l’epidemia si aggravasse, con il risultato che il sistema sanitario (e non solo) si è ritrovato sfornito di mascherine, respiratori, posti letto, etc. e nell’impossibilità di effettuare test a tappeto.
Allo stesso tempo, a parte i rischiosi problemi di ordine economico (vedi Conte che chiede l’attivazione del Mes) e le implicazioni costituzionali, non sembra ci sia neanche attualmente un piano a lungo termine per uscire dalla paralisi.
In Corea del Sud, senza l’attuazione di nessun blocco totale e quarantena generalizzata, si è è proceduto al ritmo di 20mila tamponi al giorno quando si è scoperto il primo focolaio e si è provveduto alla costruzione di una fitta rete di laboratori mobili e a zero rischio contagio, in Italia, invece, “alla data del 15 marzo sono stati effettuati in tutta Italia circa 125mila tamponi” e la politica è tesa ad effettuare tamponi solo sui soggetti sintomatici.
Eppure, ancor di più se hai imboccato la strada del blocco totale, i test a tappeto sono l’unica possibile via d’uscita razionale e rapida, per inviduare i positivi e procedere all’allentamento delle restrizioni su tutti gli altri, negativi e quelli già venuti a contatto col virus.
E ripartire.
Emmanuel Raffaele Maraziti

2 risposte a "Salvini è stato più lungimirante di Conte"

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