Covid-19, si muore ad 80 anni con tre patologie pregresse: ecco i dati

Cosa dicono i numeri ufficiali sul nuovo coronavirus?
Per rispondere a questa domanda, ci rifacciamo a tre documenti ufficiali: l’aggiornamento prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità del 28 aprile 2020, la relazione sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi al Covid-19 prodotto dall’Iss e lo studio sull’impatto dell’epidemia sulla mortalità della popolazione residente, realizzato dall’Iss in collaborazione con l’Istat (quest’ultimo fa riferimento ai numeri registrati fino al 31 marzo).

Dal 20 febbraio al 28 aprile erano stati registrati in Italia 199.470 casi e 25.215 morti (su 105.853 decessi complessivi in Italia tra marzo e aprile).
Sono disponibili i dati relativi alla gravità clinica soltanto per un quarto dei casi, ovvero per 52.577 casi: il 17,4% di questi ha richiesto ricovero in terapia intensiva, il 13,6% era asintomatico.

LETALITA’ DEL VIRUS

La letalità del virus è pari al 12,6% ma è così distribuita per fasce d’età:
  • – 0,1% fino a 9 anni
  • – 0,0% da 10 a 19 anni
  • – 0,1% da 20 a 29 anni
  • – 0,3% da 30 a 39 anni
  • – 0,9% da 40 a 49 anni
  • – 2,6% da 50 a 59 anni
  • – 9,8% da 60 a 69 anni
  • – 24,2% da 70 a 79 anni
  • – 29% da 80 a 89 anni
  • – 24,7% oltre i 90 anni.

IL 70% DEI MORTI TRA 70 E 89 ANNI

Invecchiamento della popolazione e rete dei servizi: la situazione ...I numeri, quindi, indicano una letalità molto bassa fino ai 39 anni e bassa fino ai 49 anni, evidente soprattutto in termini assoluti, con un totale di 283 decessi su oltre 25mila nella fascia d’età che va da 0 a 50 anni ed appena 10 decessi fino a 30 anni (49 tra i 40 ed i 49 anni).
Oltre il 40% dei morti, infatti, è concentrato nella fascia 80-89 anni, quasi il 30% tra i 70 e 79 anni per un totale che si avvicina al 70% dei decessi avvenuti nella fascia d’età tra i 70 e gli 89 anni.
Tra gli operatori sanitari, però, categoria per la quale l’Iss ipotizza una percentuale più alta di persone testate, la letalità complessiva scende addirittura allo 0,3%. Con 20.797 casi registrati e 72 decessi totali, la letalità tra gli operatori sanitari è pari allo 0% fino a 39 anni (1 solo decesso), allo 0,1% dai 40 ai 49 anni (4 decessi) e dello 0,2% dai 50 ai 59 anni (17 decessi), ma è circa dimezzata anche la letalità nella categoria che va dai 70 ai 79 anni (12,4% con).
Ad oggi, il numero di riproduzione netto del virus (Rt) è inferiore all’1% in tutta Italia, dato che l’Iss considera incoraggiante: “Se Rt ha un valore inferiore alla soglia critica di 1, il numero di nuove infezioni tenderà a decrescere tanto più velocemente quanto più è lontano dall’unità”.

DECESSI CONCENTRATI TRA LOMBARDIA ED EMILIA-ROMAGNA

Sulla base dello studio elaborato da Iss e Istat, il 91% della mortalità riscontrato a livello nazionale si concentra nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia (appena il 3% nelle aree a bassa diffusione e l’8% nelle aree a media diffusione), che vedono quanto meno raddoppiare i decessi rispetto alla media del periodo. Nelle aree a media diffusione, invece, “l’incremento dei decessi per il complesso delle cause nel periodo 20 febbraio-31 marzo è molto più contenuto”, mentre, nelle aree a bassa diffusione addirittura “i decessi del mese di marzo 2020 sono mediamente inferiori dell’1,8% alla media del quinquennio precedente”.
Anche in questo ‘conteggio’ c’è molta differenza ovviamente per fasce d’età: “L’eccesso di mortalità più consistente si riscontra per gli uomini di 70-79 anni: i decessi aumentano di circa 2,3 volte tra il 20 febbraio e il 31 marzo; segue la classe di età 80-89 (quasi 2,2 volte di aumento)”.
Sulla base di un’analisi pubblicata lo scorso 7 maggio, effettuata su 27.955 pazienti positivi al Covid-19 (si noti che il numero dei decessi è ovviamente maggiore del precedente, riferendosi a un periodo più ampio), il 52,3% de decessi è avvenuto in Lombardia ed il 13,4% in Emilia Romagna. Meno dell’1% de decessi è avvenuto in Sicilia, Valle d’Aosta, Sardegna, Calabria, Umbria, Basilicata e Molise (meno dello 0,5% nelle ultime quattro regioni citate).
Soltanto in quattro regioni, comunque, il dato è superiore al 4% ed in sei regioni è superiore al 3%.
L’età media dei pazienti deceduti è di 80 anni.

IN MEDIA PIU’ DI 3 PATOLOGIE PREGRESSE

Il quadro delle patologie preesistenti è ottenuto, invece, da un campione di 2621 pazienti deceduti.
Secondo questi dati, il 60% dei morti presentava tre o più di tre patologie pregresse, il 21% due patologie pregresse, il 15% una patologia e solo il 3,9% nessuna patologia per una media di 3,3 patologie preesistenti registrate.
Nell’85 dei casi è stata utilizzata terapia antibiotica “spiegato dalla presenza di sovrainfezioni o è compatibile con inizio terapia empirica in pazienti con polmonite, in attesa di conferma laboratoristica di COVID-19”.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL LOCKDOWN

Milano in "lockdown" - Milano Città StatoChiaramente il lockdown ha limitato la diffusione del virus e questo spiega la concentrazione dei morti solo in alcune aree del Paese.
Quindi, se la chiusura dei confini fosse stata anticipata alle prime notizie di diffusione del virus, i risultati sarebbero stati sicuramente migliori e, probabilmente, non si sarebbe dovuti arrivare al lockdown ma ci si sarebbe potuti limitare a quella che oggi è la “fase due”: distanziamento sociale, spostamenti limitati e, magari, differenziazione geografica e per categorie a rischio, delle misure.
Anche sul numero di tamponi effettuati, c’è da fare una osservazione: oggi, con oltre 1.757.659 test effettuati (meno di 3 su 100 persone), l’Italia è avanti in termini assoluti: ma l’aumento è dovuto ad una epidemia che, in Italia, ha fatto più morti che in molti altri Paesi.
Ad oggi, ad esempio, abbiamo superato la Corea del Sud per numero di tamponi, ma i morti lì sono appena 260: perché prevenzione e controlli sono stati tempestivi ed estesi, mentre in Italia non hanno fatto inizialmente parte della strategia.
Un numero maggiore di tamponi permette un maggiore tracciamento degli asintomatici e, quindi, un maggiore isolamento dell’epidemia: farsi trovare preparati è stata la chiave del successo di molti Paesi orientali, tra i quali abbiamo già parlato di Corea e Taiwan (che, nonostante non faccia parte dell’Oms, aveva addirittura messo in guardia l’agenzia Onu in anticipo, senza essere ascoltata).
Un numero maggiore di tamponi ha poi un impatto anche sul tasso di letalità, che si calcola in relazione al numero di casi totali registrati: più tamponi verranno fatti, più asintomatici verranno individuati, minore sarà la letalità, come sembrano mostrare i dati relativi alla letalità tra gli operatori sanitari, ma anche alcune ricerche (da confermare) effettuate in Giappone, che porterebbero la letalità del virus addirittura allo 0,1%.
Per cogliere l’impatto del virus sarà necessario approfondire gli studi sulle cause di morte. Dai numeri, infatti, emerge che il virus, da solo, raramente è letale, mentre lo diventa in presenza di una o più patologie pregresse. Ci saranno quindi da approfondire le condizioni dei pazienti deceduti con Covid-19 per comprendere quale sia stato il margine d’azione del virus rispetto alle altre patologie.
L’età media dei decessi (80 anni), infatti, sembrerebbe suggerire un virus molto meno letale per individui in buone condizioni di salute, letale soprattutto in situazioni già compromesse.
Inoltre, anche l’applicazione di terapie sbagliate sembra profilarsi come un fattore rilevante nella lotta al nuovo coronavirus, aumentandone di fatto la letalità e la mortalità, mentre una conoscenza maggiore delle modalità d’azione dello stesso sembrerebbe poter contenere questi elementi.

QUALE FUTURO?

In relazione a queste cifre, sarebbe stata possibile una strategia alternativa, tesa ad abbassare la curva proteggendo le categorie a rischio, invece che estendere il lock down a tutti indistintamente, tenendo anche conto di numeri completamente diversi da regione a regione?
Tutto questo doveva e dovrà essere tenuto in considerazione, se non altro in relazione alle misure restrittive su larga scala che preparano i governi e che, addirittura, si prospettano a lungo termine, se non a tempo indefinito: se davvero anche il vaccino potrebbe essere inutile, come ha ultimamente affermato l’Oms, è pensabile che il confinamento e il distanziamento siano la nuova normalità a cui alludono sempre più spesso? E, stando ai numeri disponibili e quelli che sembrano prospettarsi, vi pare ragionevole?
Si è infatti insistito molto sulla retorica del proteggere i più deboli e, certamente, l’idea non è quella di lasciare indietro nessuno. Ma i costi in termini economici, che abbiamo visto e che vedremo soprattutto nei prossimi mesi, potrebbero essere devastanti, con conseguenze dirette e indirette sullo stato di benessere e di salute della popolazione in generale: non sarebbe questa una controindicazione da tenere in considerazione? Fino a che limite è giustificabile creare nuovi poveri e mettere a rischio la tenuta economica di un Paese, che si riflette direttamente anche sulla capacità di garantire il diritto alla salute di tutti? Qual è, insomma, il rischio accettabile?

Si tratta di una risposta che è necessario porsi, perché è un dato che, in realtà, ci troviamo costantemente a valutare nell’affrontare un virus o una qualunque causa di morte, proprio perché – ovviamente – non è mai possibile azzerare il rischio (non si è mai pensato, ad esempio, di applicare il lockdown per evitare le decine di migliaia di morti dirette e indirette dell’influenza, perché il rischio non è considerato ragione sufficiente, la terapia più pericolosa della cura).

Ma resta un’altra domanda, che più volte abbiamo posto all’attenzione: quanto meno devastanti sarebbero state queste conseguenze se l’Oms e i vari Paesi avessero, fin dall’inizio, adottato misure di prevenzione più adeguate ed efficaci?

Emmanuel Raffaele Maraziti

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