Bannon: “L’Europa è un protettorato americano, neanche ci prova a difendersi da sola” [VIDEO]

Quando intorno a metà agosto aveva lasciato la Casa Bianca ed il suo incarico di consigliere ufficiale del presidente Donald Trump, il discusso Steve Bannon aveva fatto una promessa: “tornerò, da fuori posso combattere meglio“. E così ha fatto, tanto che, dopo aver ripreso il ruolo di direttore di Breitbart, nelle scorse ore Bannon ha tenuto un lungo discorso nel corso di una convention repubblicana in California, difendendo Trump a spada tratta. Un discorso utile a capire il rapporto di Trump con Bannon e con l’ “estrema destra” americana senza altri filtri che quello del realismo politico.

E’ un discorso che trasuda realismo politico, in effetti, quello di Bannon il quale, nonostante la “separazione”, rivendica ancora la sua fedeltà al presidente: “sono orgoglioso di essere la sua spalla qua fuori”. La Corea del Nord, negli oltre quaranta minuti del suo intervento, non viene mai nominata. La questione che secondo molti aveva condotto alla rottura (Trump aperto ad una soluzione militare, Bannon a dir poco critico) viene esplicitamente evitata. E’ senz’altro un tasto dolente ed ecco perché viene liquidata come una delle tante cose sulle quali sarebbe normale essere in disaccordo nell’ambito di una coalizione. Bannon, infatti, punta tutto su una priorità, il nazionalismo economico, e su un metodo, una coalizione stabile tra conservatori, populisti e nazionalisti.

Già in agosto, del resto, aveva mirato dritto all’establishment del partito, accusandolo di non essere nazionalista e facendo capire chi lo aveva voluto fuori dalla Casa Bianca. Il discorso californiano, quindi, chiarisce sempre più quanto Bannon sia tutt’altro che un estremista ideologicamente preparato, come molti giornali hanno provato a descriverlo. Perfettamente consapevole del ruolo di Trump come catalizzatore grazie alla sua “autenticità”, ma anche fiero nel rivendicare il suo ruolo nella campagna elettorale (“mi ha telefonato e in 72 ore abbiamo messo insieme un team”), l’ex stratega ha insistito così sulla necessità di mettere da parte le pur evidenti differenze in nome del nazionalismo economico e della vittoria. “Vittoria genera vittoria”, ha ribadito più volte: “si tratta di vincere, nient’altro conta se vuoi riprenderti il tuo Paese. Non voglio vittorie morali, voglio vittorie che siano vittorie“. “Abbiamo vinto”, ha infatti spiegato, “grazie ad un lavoro di squadra: abbiamo messo insieme populisti, nazionalisti, cristiani evangelici, conservatori e repubblicani e messo da parte le nostre differenze per vincere. Se avremo la forza di tenere unita quella coalizione governeremo per altri cinquanta o settant’anni“. Cosciente del pericolo attuale (“ora quelle differenze sono venute fuori“), ha così spiegato il perché bisogna continuare a stare uniti e dare ancora fiducia a Trump. Lo ha fatto elogiandolo (“quando vedi Trump con i suoi amici, capisci cos’è davvero l’amicizia, autentico cameratismo”; e poi ancora: “non aveva motivo di correre per la presidenza, ma lo ha fatto per senso del dovere”) ma lo ha fatto, soprattutto e più concretamente, in termini politici: “Hanno provato a distruggere Trump come persona perché è una minaccia esistenziale al sistema“, “Donald Trump è l’unica persona che poteva battere Hillary Clinton. E’ una persona davvero imperfetta, come lo siamo tutti, ma è stato uno strumento e mi direte voi se è stato uno strumento di Dio oppure no ma io vi dico che ha afferrato la mano della provvidenza per vincere”. Pur non soddisfatto di “ciò che è successo negli ultimi sei o sette mesi”, infatti, Bannon ha evidentemente scelto di continuare a puntare su Trump per una sola ragione: “Il nazionalismo economico ci terrà uniti. Il Pil non è tutto: non siamo un’economia, siamo un Paese“. Ecco perché, al di là della questione nordcoreana, la vera necessità è, secondo Bannon (il quale si è definito comunque un sostenitore del libero mercato e del sistema capitalista), quella di riportare la produzione negli Usa: “siamo in crisi, dobbiamo agire con urgenza”.

Il nazionalismo economico non ha a che fare con la razza, il genere, la religione, l’etnia o le tue preferenze sessuali“, ha chiarito. “Non si tratta di redistribuire la ricchezza, ma di non dover competere con la concorrenza sleale della Cina”, ha aggiunto. E, dopo aver fatto riferimento ai dieci comandamenti come “il fondamento dell’Occidente giudeo-cristiano”, ha anche provato a dare un volto al nemico: “Non sono quelli che protestano qui fuori. La resistenza è nella classe politica, nelle lobby, nelle élites globaliste“. Sono loro, secondo Bannon, a difendere il sistema di economie interconnesse creato dalla Seconda Guerra Mondiale e, tra tutti, ha puntato il dito soprattutto contro “i lord della tecnologia della Silicon Valley“, che più volte si sono schierati contro Trump.

Del tutto calato in una dimensione a medio-lungo termine, Bannon ha poi attaccato Bush (“il presidente più distruttivo della storia americana”) per aver permesso alla Cina di crescere, in primo luogo permettendole di entrare nel Wto (“non un piccolo errore, ma un errore strategico dalle conseguenze incalcolabili”). “I cinesi sono nazionalisti e la cosa con loro funziona”, ha evidenziato, sottolineando come l’industria manifatturiera statunitense non esporti in Cina perché lì il comparto è solido. Bannon, che paventa il pericolo per gli Usa di un dominio cinese e mette in guardia dall’audacia di “un’espansione geopolitica che toglie il fiato“, sembra in effetti avere una visione delle cose ben poco ideologica e molto concreta. D’altronde, già nel saggio “Dopo l’impero” (2002 in versione originale), nonostante l’impostazione criticabile, lo storico francese Emmanuel Todd – che in passato aveva già preannunciato il crollo dell’Unione Sovietica – metteva in luce l’incapacità statunitense – nonostante le apparenze – di adottare una politica internazionale coerente e negli interessi del proprio paese, la teatralità degli inutili attacchi a paesi musulmani più deboli militarmente solo per insistere nella finzione di un imperialismo compromesso dalla dipendenza economica dalle sue “colonie” ed il pericolo di perdere Europa e Giappone qualora i due “blocchi” si fossero resi conto dell’inutilità economica degli Usa rispetto ad un’Europa economicamente solida e compatta. Secondo Todd, proprio lo status di paese ormai consumatore iper-indebitato e non più produttore avrebbe causato, a fronte dell’impossibilità statunitense di controllare militarmente i confini del suo preteso impero, la fine di quello che viene definito come protettorato nei confronti dell’Europa e del Giappone in primis. E Bannon, nel suo discorso in California, sembra aver ben presente questo scenario e proprio per questo sembra insistere nel concetto di riprendersi il Paese da chi ha agito contro i suoi interessi, tentando di salvarlo dal crollo di un’economia nella fase “post-imperiale”.

Viviamo in un mondo pericoloso“, ha esclamato, ripetendo ossessivamente la necessità impellente di ricominciare ad essere un paese che produce (e di fatto bocciando politicamente il liberismo internazionalista in nome del primato della politica sull’economia) e facendo notare anche un altro dato che sembra rimandare allo scenario descritto: “Trump ha incrementato di 30 miliardi la spesa militare. Un incremento che è pari all’intera spesa militare della Germania. L’Europa neanche ci prova a difendersi da sola: sono un protettorato degli Usa. Così come i paesi del Golfo, la Corea, il Giappone. Non vogliamo isolarci, ma ragionare da adulti”. Adulti che hanno capito, probabilmente, che l’impero non può reggere. Almeno non così.

Emmanuel Raffaele

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