Spagna: le scuole smetteranno di “parlare” spagnolo?

La nueva Ley Celaá explicada en 30 claves

Domenica scorsa, in tutta la Spagna, la piattaforma “Mas Plurales” ha organizzato con grande successo una serie di manifestazioni contro l’approvazione della cosiddetta legge Celaá da parte del Congresso. Ma, ieri, nonostante tutto, la legge è stata approvata ieri in via definitiva grazie all’ok del Senato.

Di cosa si tratta?
Secondo la destra di una legge ideologica, che vuole indottrinare gli studenti con teorie “gender free“, cancellare la religione e che, per restituire ad autonomisti ed indipendentisti il favore dell’appoggio al governo, abolisce il castigliano (ovvero lo spagnolo) come lingua veicolare nelle scuole.

Tra poco vi spiegheremo tutto nel dettaglio e vi diremo cosa c’è di vero.
Prima, però, faremo un piccolo passo indietro necessario a capire la questione linguistica aperta in Spagna ed il suo significato politico-sociale.

LA SPAGNA E LE LINGUE CO-UFFICIALI

Se la Catalogna ha fatto parlare di sé fuori dai confini nazionali per le sue istanze indipendentiste ed in passato, ancor più violentemente, ha fatto l’Eta con la causa dell’autonomia dei Paesi Baschi, ciò che in Spagna si muove sotto la superficie è un fermento disgregatore di cui la questione catalana è solo la punta dell’iceberg. Un fermento che, non a caso, ha favorito i nazionalisti di Vox alle ultime elezioni.

Dopo la forte repressione (anche) linguistica delle autonomie locali da parte del regime franchista (che dalla stessa spinta disgregatrice aveva tratto “giovamento”), le istanze localistiche hanno trovato infatti campo libero nella politica e nell’amministrazione con la nuova Costituzione del ’78. Fortemente regionalista, la Costituzione fa esplicito al riferimento al “diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la integrano” [la nazione spagnola], che hanno infatti ampi poteri di auto-governo.

Oltre al moltiplicarsi di partiti indipendentisti o, comunque, regionalisti, questo ha provocato anche una sorta di processo inverso in cui le autonomie locali hanno teso ad un’affermazione sempre più forte di quelle che, in diverse comunità autonome, sono da allora vere e proprie lingue co-ufficiali, come stabilito dall’articolo 3 della Costituzione.

Stiamo parlando, per riassumere, del catalano e del valenziano (due lingue che sono, in realtà, due varianti della stessa lingua, peraltro in “conflitto” tra loro per questioni di denominazione ed origine), del galiziano (gallego) e della lingua basca (euskera), idiomi parlati in Catalogna, Comunità Valenziana, Isole Baleari, Galizia, Paesi Baschi e Navarra – tutte, tranne l’euskera, lingue romanze (derivate dal latino) appartenenti alla grande famiglia delle lingue indoeuropee.

Nelle comunità autonome bilingui, la conoscenza della lingua locale è piuttosto alta: l’89% dei galiziani, l’85% dei catalani, il 63% dei balearici, il 55% dei baschi, il 52% dei valenziani ed il 22% dei navarri conoscerebbero infatti la lingua co-ufficiale della propria comunità autonoma. Ma, nel complesso, l’80% degli spagnoli in casa parla abitualmente in castigliano (spagnolo), secondo quanto emerso da una indagine del 2019, mentre solo l’8% di loro parla invece catalano, il 4% il valenziano, il 3% il galiziano e l’1% l’euskera.

QUANDO IL CASTIGLIANO E’ DIVENTATO LINGUA UFFICIALE?

Per rispondere a questa domanda (impropria) in maniera molto breve, è sufficiente dire che il castigliano si “impone” come lingua comune durante il lungo e ben poco lineare processo di Riconquista dei territori sotto il dominio musulmano. Un processo iniziato nel 700 dagli eserciti cristiani e concluso dai cosiddetti “Re Cattolici” nel 1492 (data in cui nasce anche la prima “Grammatica della Lingua Castigliana”), con l’espulsione del governante di Granada.
Il primato del castigliano, cominciato nel Medioevo, va ovviamente di pari passo con il primato politico del Regno di Castiglia ed è per questo che le istanze linguistiche sono parte fondamentale anche delle istanze indipendentiste che, in qualche modo, vorrebbero ripercorrere all’inverso quel processo di espansione.

NEL 2020 GLI INDIPENDENTISTI SI ACCORDANO CON IL GOVERNO SANCHEZ

Detto questo, torniamo a oggi e precisamente all’inizio di quest’anno.
Dopo una impasse politica che, nelle elezioni precedenti, non aveva consentito a Sanchez di avere una maggioranza, il leader del Psoe riesce finalmente a formare un governo. E lo fa in uno scenario politico in cui sembra ormai quasi scomparso il bipartitismo, in cui ottengono un grande successo i “sovranisti” di Vox e, per avere la maggioranza, a Sanchez non resta ormai altra scelta che dividere il governo del Paese con la sinistra di Podemos. Ma non è tutto.

Nonostante le forti prese di posizione contro l’indipendentismo catalano prima e durante la campagna elettorale, Sanchez riesce infatti ad essere investito come premier soltanto grazie al loro appoggio.
In primo luogo, quello del partito indipendentista catalano “Esquerra Republicana de Catalunya” (ERC), che si accorda con Sanchez per un’astensione essenziale alla sopravvivenza del suo governo, nonostante il suo presidente, Oriol Junqueras, sia in carcere per sedizione dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna.
In secondo luogo, quello del partito indipendentista basco “Euskal Herria Bildu“, che molti considerano erede politico proprio dell’Eta.
Tutto ciò senza contare i voti di altri partiti fortemente autonomisti, come il Partito Nazionalista Basco, il Blocco Nazionalista Galiziano ed il valenziano Compromís.

COSA CENTRA LA LEGGE CELAÁ?

La cosiddetta Legge Celaá, che prende il nome da Isabel Celaá, ministro spagnolo della Pubblica Istruzione, ha incontrato l’opposizione della destra per differenti ragioni, una delle quali proprio legata alla questione linguistica.
Ma è l’unione di vari elementi presenti nella legge che rivela, in realtà, il più ampio conflitto che divide gli autonomisti/indipendentisti dai centralisti/nazionalisti, lungo due fronti che ricalcano però anche i tradizionali schieramenti della sinistra, laica e progressista, e della destra, filo-cattolica e conservatrice. Il risultato è la sovrapposizione di due visioni diametralmente opposte della Spagna (e del suo futuro), in uno scenario politico che sembra ancora risentire di dinamiche del passato pre e post-franchista.

E’ per questo che l’opposizione, guidata dal Partito Popolare e da Vox, giudica ideologica la riforma: la Lomloe (“Ley Orgánica de Modificación de Ley Orgánica de Educación”), la ottava legge sull’educazione fin dall’istaurazione della democrazia, sembra infatti riflettere alla perfezione le lineee di demarcazione appena tracciate, disegnando un modello di istruzione ancora più laico ed ancora più decentralizzato.

COSA DICE ESATTAMENTE LA NUOVA LEGGE?

Tra le altre cose, che in seguito commenteremo brevemente, la legge prevede che:

  • il castigliano (lo spagnolo) smette di essere la lingua veicolare per l’insegnamento, ovvero quella usata dai docenti per insegnare e impiegata per le comunicazioni nell’istituto e dell’istituto: a decidere in che percentuale verrà usata la lingua ufficiale saranno le comunità autonome
  • L’insegnamento di “Lingua co-ufficiale e Letteratura” si chiamerà d’ora in poi “Lingua Propria e Letteratura
  • gli alunni verrano formati approfonditamente sulla storia della democrazia spagnola, secondo una prospettiva di genere
  • le comunità autonome dovranno promuove l’inserimento femminile nei settori educativi a maggioranza maschile per favorire la parità di genere
  • sarà presente l’insegnameto dell’Educazione affettivo-sessuale fin dalla scuola primaria, con particolare attenzione all’uguaglianza di genere
  • viene introdotta una sorta di Educazione Civica ed Etica, che includerà l’insegnamento dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere
  • le scuole paritarie che prevedono classi separate per donne e uomini non saranno sovvenzionate
  • chi aspira a dirigere una scuola dovrà presentare un progetto educativo, scegliere libri di testo e formare i professori all’insegna della parità di genere
  • non potranno essere aperte nuove scuole paritarie per rispondere alla cosiddetta “domanda sociale” e, inoltre, i comuni potranno cedere suolo pubblico solo per la costruzione di scuole pubbliche.
  • Le scuole paritarie non potranno far pagare una quota relativa all’insegnamento
  • L’assegnazione degli alunni avverrà pressoché solo sulla base della residenza
  • gli studenti non potranno essere bocciati più di due volte durante tutta la scuola dell’obbligo (sei anni di primaria fino ai 12 anni e quattro anni di secondaria fino ai 16 – seguono i due anni non obbligatori di “bachillerado” propedeutici all’università)
  • in primaria e secondaria potrà essere introdotto l’insegnamento non confessionale di cultura delle religioni
  • l’insegnamento classico della religione non farà più media e non dovrà essere eventualmente sostituito da un’altra materia da chi decide di non seguirlo
  • il governo deciderà solo il 50% delle materie previste, il resto spetterà alle comunità autonome bilingue (precedentemente, il Ppe aveva introdotto un primato del governo centrale) che, a loro volta, decideranno la percentuale di competenza dei singoli istituti. Nelle comunità autonome non bilingue, la percentuale governativa sarà del 60%
  • alcune materie verranno accorpate (ad es. matematica, biologia e geologia)
  • gli alunni avranno un numero identificativo.

IL “MODELLO CATALANO” NON PROMETTE BENE

Quello che salta subito all’occhio e che ha fatto molto discutere è stato indubbiamente l’abbandono del castigliano come lingua veicolare. Il ministro Celaà si è difeso dicendo che l’espressione “lingua veicolare” sarebbe stata introdotto solo nel 2013 dalla legge del Ppe e non è presente in Costituzione, ma è chiaro che la sua introduzione è da leggere come la risposta alla necessità di tutelare la lingua ufficiale dello Stato, sotto l’attacco delle spinte autonomiste e indipendentiste.

Non a caso il modello di “immersione linguistica”, a cui si rifà la nuova legge, è il modello già presente in Catalogna, laddove la percentuale di scuole che offrono l’insegnamento in castigliano è a dir poco basso.
Secondo un’indagine condotta su 1612 scuole, solo il 7% di esse impartiva l’insegnamento di almeno una materia in castigliano oltre, ovviamente, a quello di Lingua e Letteratura Castigliana. Ed in molti casi si trattava dell’Educazione Fisica o dell’Educazione Artistica.

In nessuna di queste scuole il castigliano è lingua veicolare e nessun centro rispettava il limite minimo del 25% di ore di insegnamento in castigliano imposto dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna alle scuole catalane. Per di più, 9 alunni catalani su 10 cominciando a studiare il castigliano a sei anni solo in forma orale, mentre cominciano a leggere e scrivere in castigliano solo a partire dai 7 anni; ciò, nonostante la maggioranza sia castigliano parlante.

In questo senso, la nuova legge sembra realmente dar campo libero ad un eventuale attacco autonomista nei confronti del castigliano, con una possibile marginalizzazione e discriminazione dei castigliano parlanti in alcune aree. Ma anche con conseguenze devastanti dal punto di vista educativo-linguistico. Già oggi, del resto, in molte scuole alcune materie sono date in lingua co-ufficiale (nonostante non tutti la conoscano) e la lingua locale è, ad esempio, requisito praticamente obbligatorio per lavorare nel settore pubblico delle comunità bilingue.

CATTOLICI VS LAICI: LO SCONTRO VA OLTRE LA QUESTIONE LINGUISTICA

Come abbiamo detto, i punti di scontro non si limitano a questo.
Secondo la piattaforma Mas Plurales, che fa riferimento ai nuovi insegnamenti previsti, il governo punterebbe ad un vero e proprio indottrinamento ideologico. Tanto più che – sostengono – la legge aprirebbe all’inclusione di una sorta di “commissario politico“, un rappresentante dei comuni, all’interno del consiglio scolastico.
Rifacendosi poi ad una frase della Celaà, secondo la quale “i figli non appartengono ai genitori”, Mas Plurales osserva: “La Lomloe insiste sospettosamente sui diritti dell’infazioni, che nessuno mette in dubbio. Intuiamo un nuovo attacco alle famiglie, che include la dimenticanza che i garanti principali di questi diritti sono i genitori attraverso l’esercizio della patria potestà, non lo Stato”.

Infine, nella riforma rilevano una “aggressione alla libertà di coscienza a favore dell’imposizione di una ideologia laicista impropria di uno Stato non confessionale”, oltre che la sostituzione del “diritto all’istruzione” con il “presunto diritto all’istruzione pubblica”.

LA LEGGE RICALCA LE DIVISIONI POLITICHE DELLA SPAGNA

E’ evidente, quindi, che la legge ha toccato su quasi tutti i punti le linee di demarcazione che dividono la società spagnola da un punto di vista politico: più autonomia decisionale alle regioni (forse troppa), un attacco alla lingua ufficiale (e quindi allo Stato centrale) e alle scuole private (tradizionalmente religiose), insistenza su valori laici e, quindi, attacco alla cultura religiosa di matrice cristiana, impostazione fortemente progressista dell’istruzione e, per finire, un attacco (per ora presunto) alla famiglia come primo nucleo di formazione e protezione del bambino, oltre che attacco alla meritocrazia a favore di uno spesso malinteso senso dell’uguaglianza.

Il quadro politico, dunque, è ancora quello di un blocco fortemente laico e progressista, a tratti repubblicano, spesso e volentieri autonomista e molto più sensibile alle istanze indipendentiste (che come altrove fa ormai presa anche sulle classi medio-alte delle città principali), al quale sopravvive una destra formata ancora da un blocco cattolico-conservatore, nazionalista o centralista, normalmente monarchico, trainato dai settori più tradizionalisti delle classi medio-alte, in un bipolarismo forse molto più netto rispetto al modello italiano, sia a sinistra ma soprattutto a destra.

Ecco perché il nostro suggerimento è quello di un’analisi sulle singole questioni, proprio per sfuggire a questa tendenza pericolosamente polarizzatrice.

UN’ANALISI COMPLESSIVA

Nello specifico, ad esempio, non c’è alcun dubbio che il principio della scuola pubblica laica sia sacrosanto: non ci scandalizza affatto, quindi, che l’insegnamento di religione non faccia media, il taglio dei finanziamento ai privati, l’introduzione di un insegnamento non confessionale delle culture religiose (auspicabile anche in Italia).
Come detto, sembra invece un segnale francamente allarmante l’attacco al castigliano – una chiara concessione agli indipendentisti catalani -, ma anche la generale tendenza verso una eccessiva autonomia locale, che nel campo dell’istruzione è molto discutibile dal momento che impedisce standard di istruzione omogenei.
D’altronde, laddove lo Stato sembra voglia dare (come legittimo) un indirizzo valoriale, il sospetto che lo faccia in maniera fortemente ideologica e divisiva c’è: con l’insistenza sulla parità di genere, più che mirare all’uguagianza delle opportunità, sembra reale il rischio che si punti piuttosto a ridefinire il concetto di genere stesso, come vorrebbe gran parte della sinistra. Tanto meno ci sembra necessario che le scuole debbano forzare gli studenti a intraprendere percorsi educativi determinati solo per eguagliare nel numero uomini e donne: un metodo alquanto volgare di intendere la parità.
Meriterebbe invece un discorso a parte l’interessante spunto sul conflitto tra patria potestà e diritti dell’infanzia: se con l’avanzare della modernità i diritti dei genitori sui figli si sono (giustamente) assottigliati, qual è però il limite? Dove finisce la tutela del bambino ed inizia la sua “confisca” da parte dello Stato, con l’impossibilità del genitore di impartire una educazione propria? Il dibattito coinvolge direttamente la questione della libertà di pensiero.
Per concludere, sempre in nome dell’uguaglianza, pare sia in corso un attacco anche al merito che appare francamente diseducativo e foriero di problemi per la società futura.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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