Modena Park: la celebrazione politicamente corretta di Vasco

Ho perso un’altra occasione buona stasera: è andata a casa con il negro la troia”. Correva l’anno 1980 e Vasco Rossi pubblicava “Colpa d’Alfredo”, album con tanto di singolo censurato proprio per la frase d’esordio di cui sopra. Vasco non era ancora “il Blasco nazionale”, amato e divinizzato da tutti, e si permetteva ancora di essere “politicamente scorretto” per davvero e non per posa scenica. Poi arriva il 2007 e, in un’intervista a “Repubblica”, spiega: “Molti mi diedero del razzista, ma non sapevano che quel negro non era rivolto a una persona di colore, ma era il soprannome che in città avevano dato a un tipo che quella sera, in quel locale, mi rubò una ragazza. Ma era un razzismo al contrario al massimo, in lui c’era una superiorità rispetto a me, aveva vinto lui”. Il tipo era superdotato, a quanto pare, ecco la ragione “vera” dell’appellativo, che però non spiega i versi successivi: “L’ho vista uscire mano nella mano con quell’africano, che non parla neanche bene l’italiano”. È curioso che ieri, proprio al Modena Park (parco Enzo Ferrari) citato in quel singolo nella canzone estratta dal suo terzo album, il mega-concerto di Vasco sia iniziato proprio con “Colpa d’Alfredo” ed è curioso che tutti abbiano ormai digerito e dimenticato quel riferimento scomodo. Il Fatto Quotidiano addirittura racconta: “Abito fuori Modena, Modena Park, diceva Vasco alla tipa che, nella storia raccontata nella canzone, gli chiedeva un passaggio a casa, passaggio che poi l’improvvido arrivo di Alfredo avrebbe vanificato”. Il “negro” che si porta a casa la ragazza è sparito dalla trama, così come è sparito anche dal video-estratto di “Libero”. Ma non è più censura. Vasco non ne ha più bisogno. Ad incoronarlo e proteggerlo, ormai, i media ci pensano da soli.

È che, negli anni, il racconto del rocker di Zocca sui giornali ha completamente cambiato verso, tanto che il concerto-evento da 230mila persone, ad un certo punto, è diventato un po’ anche il simbolo della lotta al terrore. Dalla “combriccola” il Blasco è passato alle grandi folle e, semi-icona del semi-bene degli eterni “Peter Pan” a-politicizzati, adesso nei concerti urla banalità del genere: “Non dobbiamo avere paura, non ci faranno cambiare le nostre abitudini, non ci chiuderanno in casa con la paura“. Prima di concludere con uno scontato: “Grazie, siete i più belli, ce la farete tutti”. E giù con gli applausi e i titoloni. “Viva Vasco, viva la vita, scrive Michele Monina sul giornale di Travaglio. Anche l’organizzazione diventa la “macchina perfetta e lui, che arriva in elicottero, naturalmente è la “leggenda”, “l’unica rockstar italiana, l’evento è unamessa rock ed il “trionfo anche in tv (5,6 milioni di spettatori) lo consacra “pop-star”.

Ecco perché ho preferito non guardare neanche in tv questa immensa operazione di “armonizzazione” di un personaggio divenuto tale proprio per la “disarmonia” espressiva con la quale è comunque stato capace di dire qualcosa a più di una generazione. Non certo perché penso che sia vergognoso che si vedano persone accorrere in massa ad un concerto e poi disertare la partecipazione politica: questo è solo moralismo da quattro soldi che, inoltre, riassume alla perfezione un pensiero privo di qualsiasi profondità sociologica, qualunquismo anti-qualunquista. No. Non ho visto “Vasco Modena Park” perché tredici anni fa c’ero anche io, sotto la pioggia, tra i 400mila di Catanzaro. Ero là ed a questo punto confesso due cose. La prima: ho sempre pensato fossimo molti meno, ma gli organizzatori (inclusa una influente parte politica) avevano interesse a raccontare di un evento grandioso ed indimenticabile. Conservo ancora una copia dell’edizione del giorno dopo di un giornale locale: “La Woodstock di Catanzaro”. Ma questa è un’altra storia, anche se c’entra con il rapporto tra Vasco e i media nel tempo. Ma c’è un secondo punto ed è quello fondamentale: ero al concerto di Catanzaro, in mezzo a gente arrivata un po’ da tutto il Sud (e non solo), ho sentito racconti entusiastici dell’evento ma la verità è che Vasco sul palco era già soltanto il ricordo di se stesso. L’ho detto sotto voce a me stesso, quasi triste di rendermene conto. Ma, complici ovvie ragioni anagrafiche, già restava poco altro dei grandi tempi di Vasco, a parte la nostalgia e la celebrazione di una carriera certamente grande. Ma le celebrazioni, soprattutto le auto-celebrazioni, non mi sono mai piaciute. Ecco perché la mia tv ieri è rimasta spenta come al solito.

E, leggendo le cronache del giorno dopo, non me ne pento. Anche “Gli spari sopra”, uno dei testi più “urtanti” del cantautore, viene smascherato: “Di guerra qui, com’è giusto, non c’è neanche l’ombra”. Oggi, infatti, Vasco nelle canzoni ci spiega che “se c’è una bella al mondo sei più bella tu”, “sei proprio carina davvero, accidenti come sei bella, sei bella come quando l’acqua viene giù; sei bella anche di più”. I tempi degli “spari sopra” e di “Alfredo” che non gli permette di rimorchiare sono passati. Ma non è solo una questione di età. È che Vasco allora era ancora capace di essere originale e diretto e – altro che smancerie – ti buttava lì mezza frase e sapeva far impallidire ad un tempo femministe, antirazzisti e censori dal pensiero “soft” alla Nantas Salvalaggio, cui si rivolgerà in un pezzo esplosivo che lo consacrerà appunto come Blasco.

“Fu così che per dispetto, che qualcuno da sul tetto, tutt’a un tratto, da sul tetto, si mise a urlare: ‘Guardate l’animale!’”, raccontava metaforicamente in “Blasco Rossi”, con quel fare ironico che caratterizzava decisamente il rocker emiliano. Lo “sporco, ebete e drogato” affibiatogli dopo lo show in diretta Rai con il brano “Sensazioni forti” (inno alle gioie ed ai piaceri fugaci semplice nelle musiche ma dal messaggio forte), non gli era ancora andato giù e, dopo esser comparso già in “Vado al massimo”, Salvalaggio riappariva come coprotagonista involontario in questa sua canzone. Ma, ancora a proposito dell’album “Colpa d’Alfredo”, qualcuno ricorda per caso “Susanna”? “Susanna” è una simpatica canzoncina dal suono molto anni Sessanta, poco nota e che dipinge “una bambina tutta colorata”, che “guarda già i maschietti con aria misteriosa”. Non ci vuole molto per individuare le allusioni a sfondo sessuale presenti nel testo, lo sguardo adulto di Vasco capace di vedere ed apprezzare già, nella ragazzina poco meno che adolescente, il sex appeal di una malizia precocemente provocatoria e sbarazzina, in cui proprio l’innocenza apparente trasuda erotismo: “E se per caso ti vie voglia di mangiarla tutta: stai attento amico, quella è frutta che scotta! Attento amico, vacca, l’hai già rotta!”. Vasco non era esattamente “corretto”.

E non era esattamente in età adulta, del resto, Ambra Angiolini quando, conduttrice di “Non è la Rai”, finisce nel mirino di Vasco. “Sei tu che quando balli così mi vuoi provocare e non sai cos’è che scateni tu dentro di me!”. Pezzo rock più che mai spettacolare nei live, il testo non si limita alle allusioni sessuali poiché, sullo sfondo, viene fatto a pezzi il dogma femminista per cui è ormai vietato dire che, se una donna veste e si atteggia in maniera troppo provocante, questo atteggiamento può causare comportamenti maschili non proprio “edificanti”. “Attenta che chi troppo abusa, rischia un po’, un po’ di più e se c’è il lupo, rischi tu!”, spiegava esplicitamente Vasco, con accenno non troppo velatamente maschilista alla ragazzina disposta a stare al gioco della provocazione sul filo del rasoio a costo di apparire in tv per poi fare la santarellina moralista in privato ed un colpo abbastanza diretto alla “prostituzione morale” nello star system con tanto di frecciata allo stesso Boncompagni.

Ma ancora nel 1993, con l’album “Gli spari sopra”, nonostante i 15 milioni di copie vendute, Vasco è capace di regalare pezzi e ed un tour a dir poco memorabile, quando le persone svenivano appena entrava in scena ed i reggiseni volavano via senza bisogno che, com’è accaduto ieri, il fan club dovesse organizzare un apposito “flash mob”. Nello stesso album, del resto, c’è “Gabri”, sussurrata da Vasco in un flash back che fa da sfondo ad un video censurato, questa volta per il nudo integrale della protagonista. Una polemica nella polemica, dal momento che la canzone racconta la “chiacchieratissima storia con la appena sedicenne Maria Gabrilla Sturari”, che conobbe Vasco a 13 anni, lo “rivide” a 16 quando lui era vicino ai 30 e, poco dopo, ebbe da lui persino un figlio, Lorenzo, riconosciuto soltanto nei primi anni Duemila. “Con le mie mani tra le gambe diventerai più grande, non ci sarà più Dio, perché ci sono io”, cantava Vasco per Gabri, mischiando sacro e profano, o meglio profanando il sacro e rappresentando con esplicita “durezza” la differenza d’età nell’approccio al sesso. È sempre colpa d’Alfredo, però, a regalarci un’altra chicca, una delle poche canzoni in cui si avverte il Vasco politico, che si serve della consueta ironia per schierarsi contro “uno stato di polizia”. È “Asilo republic”, rock puro, ironia che qui diventa sarcasmo rabbioso ed un testo che accenna alla brutta faccenda dell’anarchico Giuseppe Pinelli (la cui morte in questura a Milano ha provocato l’accusa e l’uccisione del commissario Calabresi): “È una metafora della rivoluzione culturale giovanile degli anni Settanta. I bambini dell’asilo sono il movimento studentesco, il bambino che si butta dalla finestra è Pinelli: ci volevano far credere che si fosse buttato da solo, la madre è l’opinione pubblica. L’agente è lo stato di polizia. “Dice che è stata una disattenzione della maestra e subito uno s’è buttato giù dalla finestra! Oddio che cosa si può inventare, oddio che cosa possiamo dire?! Quando sua madre arriverà, si incazzerà!”. Vasco non aveva peli sulla lingua e, pur non essendo mai fatto militanza politica vera e propria, non era ancora giunto al tempo delle interviste buoniste sul giornale “Polizia moderna” (Gennaio 2007), in cui rivedeva e correggeva la sua “Vita spericolata: “Veramente quella del poliziotto è una vita spericolata. Mi dispiace che spesso il messaggio di quella canzone sia stato travisato e strumentalizzato per sostenere che il inneggiavo al non rispetto delle regole”.

Del resto, anche l’esordio vero e proprio di Vasco con “Ma cosa vuoi che sia una canzone”, album datato 1978 che segue il 45 giri “Jenny/Silvia” del 1977, è poco rock, più cantautorale, ma già riserva spunti decisamente originali. “La nostra relazione”, diventata poi un cult, è una ballata malinconica che tratteggia con realismo l’agonia di una convivenza, l’angoscia, la noia, le liti. Uno spaccato di vita quotidiana molto più toccante delle mille frasi smielate scritte in seguito. C’è poi “Silvia”, che racconta con la dolcezza delle immagini e la delicatezza di un pianoforte l’adolescenza di una ragazza nella sua quotidianità. E contiene, soprattutto, pezzi come “E poi mi parli di una vita insieme”, “Jenny è pazza” e “Ambarabaciccicoccò”, i quali, pur non diventando di dominio pubblico, custodiscono un Vasco Rossi autentico, genuino e “passionale” come in pochi altri pezzi. Tre canzoni dal tono fortemente antiborghese, che puntano il dito – la prima – contro l’immagine “innocente e banale” di una donna il cui ruolo sociale si esaurisce nel matrimonio, coi genitori per bene che cercano per lei il “buon partito”; la seconda contro il conformismo sociale che individua troppo facilmente nella diversità l’anomalia, raccontando in maniera unica la depressione e l’incomunicabilità in tempi non sospetti; la terza contro il partito “comunista”, nella canzone forse più “politica” di Vasco, nonostante il titolo di un’ironia quanto mai azzeccata. È un Vasco che sfotte l’ideologia burocratizzante, che parla di rivoluzione, industrializzazione, Concordato, di ricchi ipocriti che fanno gli operaisti. E lo fa a suo modo, dal suo punto di vista, con profondità e zero banalità.

Del resto, “Non siamo mica gli americani” (“che loro possono sparare agli indiani”), nel 1979, punta il dito contro il servizio di leva dal quale lo stesso Vasco viene riformato per abuso di psicofarmaci. È qui che Vasco sforna l’intramontabile “Albachiara” (e scusate se è poco). Il disco contiene la proverbiale “Fegato fegato spappolato”, al cui titolo non serve aggiungere altro, “Va bè”, pezzo molto meno conosciuto, immenso per goliardia, simpaticamente maschilista e musicalmente swing. E poi la più pacata “Io non so più cosa fare”, che rivela il Vasco più timido, meno rock ma non meno genuino, che descrive con incredibile semplicità i mille ripensamenti, l’imbarazzo, i silenzi, l’ansia di un incontro, di una notte e la paura di sbagliare qualcosa, tra le lenzuola e non solo, con un finale decisamente poco “rock”: “E allora cosa devo fare? Dove la bacio, come la devo toccare? […] Forse è meglio se mi rimetto a dormire”. Poi arriva il 1981. È l’anno di “Siamo solo noi” e di un disco che contiene pezzi forti come “Valium”, la censura a “Ieri ho sgozzato mio figlio”, le sonorità reggae improvvisate con lo storico chitarrista e amico Massimo Riva in “Voglio andare al mare” e la straordinaria “Brava”. Uno dei pezzi più noti di Vasco, “Ogni volta”, viene fuori invece nel 1982, quando Vasco ha addirittura timore che questo testo così intimista possa non esser capito. E poi naturalmente c’è “Vado al massimo”, come anticipavamo, l’album il cui singolo fu notoriamente stroncato da un festival di Sanremo dove Vasco si esibisce in uno show in autentico ma involontario spirito rock, andando via col microfono in tasca e buttando così giù l’asta del microfono. Appartiene al medesimo album “La noia”, canzone che rimarrà la preferita dal suo autore fino alla comparizione della fantastica “Sally”. “Cosa ti fai”, “Sono ancora in coma”, “Credi davvero”, testi su ipocrisia ed egoismo che rivelano un Vasco indubbiamente individualista e poi la romantica “Canzone”, completano un’opera in qualche modo storica. Con il sesto album, “Bollicine”, 1985, Vasco si piazza tra i 100 dischi italiani più belli di sempre secondo il “Rolling Stone Italia”. È il momento di “Vita spericolata”, presentata a Sanremo e classificatasi ultima per poi diventare un punto ferma dell’intera sua carriera. Paradigmatica di tutta una sua stagione artistica fuori dagli schemi e ribelle, vitalista e nichilista ad un tempo. “Portatemi Dio”, ad esempio, è un faccia a faccia dai toni duri contro la religione, che accompagna testi più leggeri ma dal linguaggio decisamente rock come “Mi piaci perché (sei porca)” o “Deviazioni”, anche se Vasco non rinuncia al suo tocco romantico e lancia “Una canzone per te”, che però non fa per nulla rimpiangere testi più recenti come “Standing ovation”. Dopo la pubblicazione di un live con un unico inedito (“Va bene va bene così”), i 22 giorni trascorsi in carcere in seguito all’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti per esser stato trovato con qualche grammo di cocaina, Vasco incide “Cosa succede in città”. “Cosa c’è”, prima traccia, fa cenno proprio a questa esperienza. “C’è chi dice no” (1987) sfonda nelle classifiche per settimane, con l’evocativa traccia che dà il nome al disco e con testi scanzonati come “Lunedì”, la già citata “Blasco Rossi”, la graffiante “Non mi va” o la disillusa “Ridere di te”. Non è uno dei suoi album qualitativamente migliori ma Vasco ormai comincia ad essere una certezza sulla scena nazionale. La “Steve Rogers Band”, intanto, lo abbandona tentando di correre da sola.

Due anni dopo, 1989, l’umore del disco “Liberi liberi” traspare un Vasco Rossi più maturo, meno sprezzante (eccezion fatta per il pezzo “Vivere senza te”, che però ricalca il Vasco vecchio stile) ma non per questo scontato. “Liberi liberi” lascia intuire la nostalgia dei tempi più spensierati, è una sorta di resa dei conti col presente, un primo bilancio con tanti “se fosse stato” e quasi un senso di smarrimento e stanchezza esistenziale: “quando eravamo giovani era tutta un’altra cosa, chissà perché! Forse eravamo stupidi però adesso siamo cosa, che cosa, che? Quella voglia, la voglia di vivere, quella voglia che c’era allora chissà dov’è”. “Ormai è tardi”, del resto, urla il tempo che trascorre senza lasciare scampo o seconde possibilità di scelta, mentre “Tango della gelosia” rivela un Vasco che ancora sa stupire e rinnovarsi. Infine, c’è “Dillo alla luna” con il suo sapore magico. Il “Blasco tour” del 1989 darà i suoi frutti discografici con la pubblicazione di ben due live: “Fronte del palco” nell’anno successivo (successo di vendite con un nuovo inedito, “Guarda dove vai”, che puna stavolta al futuro con passo cadenzato e attento) e “Vasco live 10.7.90 San Siro”.

Passano, quindi, ben quattro anni questa volta prima del nuovo disco di inediti. E il risultato di tanto lavoro è un album ispirato come pochi, da applausi, letteralmente unico nella carriera del rocker di Zocca e senz’altro irripetibile. Parliamo del già citato “Gli spari sopra” (1993), titolo del disco e di un pezzo che lascia senza fiato, sebbene sia musicalmente una cover di “Celebrate” degli “An emotional fish”. Il video, registrato in una prigione dismessa di Los Angeles rende bene l’idea di un pezzo sinceramente rabbioso. “Se siete ipocriti, avidi e non siete mai colpevoli, se non state mai coi deboli e avete buoni stomaci, sorridete gli spari sopra sono per noi”. Un pezzo che si scaglia contro le ingiustizie sociali, ma forse ancor di più contro egoisti, profittatori, vigliacchi, furbi, con un misto di rassegnazione e volontà di rivalsa, in un finale gridato a squarciagola, esaltante nei live: “e se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi, se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi, non sorridere: gli spari sopra sono per voi!”.

Sarebbe banale e sciocco dire che, dopo “Gli spari sopra” e gli stadi sempre pieni, con i 130 metri di palco del Modena Park ieri, senza le anfetamine che lo tenevano sveglio per tre giorni di seguito, senza la coca, dopo aver risolto i suoi problemi con l’alcol, dopo aver trovato una sua stabilità esistenziale, Vasco non ci abbia regalato più niente di buono. Da qualche parte, Vasco è ancora Vasco. Buono e cattivo è anche, a suo modo, sincero nella sua evoluzione. E il punto non è la droga e la “vita spericolata”, che ovviamente non sono quelli i meriti di Vasco. Il punto è l’autenticità. È quell’autenticità la chiave del suo successo e ciò che ce lo ha fatto amare. Vasco è Vasco e ci piace quando non gioca a fare la rock-star, quando magari ci fa incazzare, quando non si traveste da personaggio, quando è ancora quel ragazzo timido che ha smesso di fare il dj per scommettere con se stesso che avrebbe potuto fare canzoni di successo anche con quella voce un po’ rauca e quel modo di cantare quasi recitato inimitabile, caratterizzate da quella spontaneità verbale che lo ha reso grande e, soprattutto, dalla capacità andare al punto parlando soltanto per immagini, senza aver mai fatto testi poetici o, in qualche modo, memorabili. Ma è innegabile appurare che, oggi, il sessantacinquenne Vasco Rossi musicalmente è spesso un signore avanti negli anni intrappolato in un personaggio a cui ormai non crede più, che troppe volte continua a recitare una trasgressione che, comprensibilmente, ormai non gli appartiene, che gioca ancora a fare il radicale anti-proibizionista, ma ormai fa parte e vuole far parte della schiera dei buoni. E la sua autenticità è ridotta a lontano ricordo quando chiude inevitabilmente il concerto per i suoi quarant’anni di carriera con “Un mondo migliore”, pezzo di un presente del tutto trascurabile per un rocker dal passato indimenticabile.

Emmanuel Raffaele

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