Migranti che si fingono richiedenti asilo? Secondo il prof della Statale fanno bene

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Maurizio Ambrosini

Non possiamo arrestare il processo di costruzione di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, imporre barriere o steccati sarebbe assurdo, impensabile”. La premessa implicita alla relazione, contenuta in una ‘vecchia’ intervista concessa a ‘Famiglia Cristiana’ non priva di buoni spunti, è senza dubbio questa. Ma l’approccio metodologicamente rigoroso del quale ieri, presso la Casa della Cultura di Milano, ha dato prova la docente di Sociologia delle migrazioni Laura Zanfrini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha molto da insegnare alla demagogia immigrazionista fine a se stessa.

E, dopo la presentazione sul tema “Capitalismo e fenomeni migratori”, lo ha dimostrato anche nel dibattito con il prof. Maurizio Ambrosini dell’Università Statale di Milano che, in un intervento molto politico e decisamente poco accademico, ha invece tentato di buttarla in caciara con argomentazioni qualunquiste del genere “gli immigrati ci pagano le pensioni”.
Ha persino citato come fonte il numero uno dell’Inps Tito Boeri, che un giorno ci promette pensioni pagate dai nuovi venuti e l’altro spiega ai trentenni che, forse, andranno in pensione a 75 anni. Secondo lui, dopo tutto, “se gli immigrati si fingono richiedenti asilo fanno bene e sono con loro, perché non c’è altra strada”, ha spiegato infatti Ambrosini, il quale si è anche rifiutato di lanciare una “condanna etica” sul lavoro sommerso che vede protagonisti gli immigrati. Anche in questo caso, secondo il prof, tutto normale, fa parte del gioco. Anzi, osserva con l’aria di chi l’ha fatta franca, “se in questi anni avessimo espulso i clandestini e chi ha lavorato in nero, non avremmo immigrati”. I dati mostrano che c’è qualcosa che non va e che gli immigrati rimangono sempre sul gradino sociale più basso? “Ovvio, devono darsi da fare per risalire”, ha ribadito. Farli venire per fargli fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare è un po’ razzista? Bisogna pur convincere in qualche modo gli italiani. Italiani che, nel frattempo, spiega festoso il docente della Statale, “vengono sostituiti dagli stranieri sia nei mercati rionali che come imprenditori”.
Ecco come suona la retorica di sinistra quando si incontra e amoreggia col liberal-capitalismo. Sembra quasi di risentire le lezioni sul mercato che si regola da sé e sui diritti che si affermano con la crescita dell’economia, con buona pace di quello che succede nel frattempo e del circolo vizioso che si viene a creare.

Laura Zanfrini

A spiegarlo, del resto, è proprio la Zanfrini, secondo la quale non c’è dubbio che “gli immigrati sono involontari strumenti di dumping sociale e salariale, nonché di degrado della qualità del lavoro”. “Quella delle politiche migratorie basate sui fabbisogni del mercato del lavoro – spiega – è, del resto, una logica discriminatoria: l’assioma della complementarietà è paradossale”. Quando la sinistra, insomma, cerca di convincerci che dobbiamo far arrivare più immigrati perché ne abbiamo bisogno, in realtà i razzisti sono loro: “è un argomento discutibile: è una deriva economicista, che porta alla selezione delle persone sulla base della produttività e non dei diritti”, aggiunge la Zanfrini.
Secondo i dati citati dalla docente del prestigioso ateneo milanese, tra gli immigrati le retribuzioni sono mediamente più basse e i tassi di disoccupazione più alti, così com’è sostanzialmente maggiore l’inattività femminile (la metà non studia né lavora, mentre tra le donne pakistane a non lavorare sono addirittura 9 su 10). Le famiglie in stato di povertà relativa e assoluta sono di più tra gli immigrati che tra gli italiani (30% contro il 12,7%) e le famiglie senza alcun reddito sono il doppio. Solo il 7,4% accede a professioni qualificate, sono meno istruiti e, nel complesso, coprono quei segmenti lavorativi dove si richiede maggiore sostituibilità e maggiori sacrifici anche rispetto al mantenimento dei legami familiari, senza contare i finti contratti per l’ottenimento del permesso di soggiorno e “l’accondiscendenza su un utilizzo improprio delle cooperative e delle partite iva”.

Un quadro molto chiaro, che pure non chiede la chiusura delle frontiere come soluzione, ma ci mette davanti ad una evidenza: la gestione dei fenomeni migratori, ad oggi, risponde soltanto alle logiche del mercato e, quindi, del capitalismo. Non ci guadagnano i diritti, non ci guadagnamo noi e non ci guadagnano loro: “la soluzione è un nuovo modo di governare il mercato del lavoro”. Secondo la Zanfrini, attaccata duramente proprio su questo punto da Ambrosini, è inaccettabile partire dall’idea del mercato per pensare l’immigrato: in nome della nostra “civiltà del lavoro” è invece necessario partire dalle necessarie tutele e dai diritti. Superare quindi una approccio individualista e “anarchico” a favore di un approccio sistemico, finalizzato proprio a evitare il dumping, ciò che forse rende anche più fastidioso il fenomeno in sé agli occhi dei cittadini.

Due criteri, dunque, radicalmente opposti: da una parte l’interesse del capitale, dall’altro l’interesse dei lavoratori.

In cerca dell’obiettività più che dei facili applausi, nella sua relazione la Zanfrini ha pur lasciato trasparire un approccio critico nei confronti delle “non-politiche” migratorie dell’Europa post-bellica, volontariamente poco inclusive. E, di quello che è stato definito il “carattere strutturalmente discriminatorio delle politiche migratorie”, non si può che contestare naturalmente il punto di partenza concettuale, lanciando l’allarme sull’affermazione del concetto di “cittadinanza post-nazionale” messa in luce, soprattutto in considerazione delle stesse premesse del discorso: “il controllo degli ingressi come espressione della sovranità nazionale”.
Infatti, non c’è Stato senza sovranità, non c’è sovranità senza popolo e territorio, ma non c’è territorio senza confini e non c’è popolo senza cittadinanza.
Del resto, la stessa Zanfrini ammette: “ogni processo di allargamento determina per forza nuove linee di esclusione ed in questo sta l’ineticità dei confini”. Ma, ritenendo eclatante il mancato accesso degli stranieri ai diritti politici (“inclusione parziale”), la docente dà ormai per assodata l’estensione dei diritti dei cittadini anche agli stranieri. Seppur evidenzia come, anche sotto questo aspetto, l’inclusione sia in genere “modulata” (differenza tra cittadini Ue ed extra-europei) quando non “revocabile”.

A parte il metodo, insomma, sembra che il fine comune sia molto chiaro: cancellare l’italianità in nome di una “cittadinanza multi-culturale”. E questo non ci piace proprio.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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