DINASTIE e feudi – Gentile e “L’Ora della Calabria” [con VIDEO]

gentile0,04 euro a riga. A tanto ammontava la retribuzione dei collaboratori (spesso pubblicisti) a Calabria Ora nel 2011, quando ebbi l’opportunità di scrivervi. Mesi dopo, ricevetti la telefonata di Citrigno padre, allora editore prima che a lui, Pietro, subentrasse il figlio Alfredo, in seguito al fallimento della precedente società ed al passaggio da Calabria Ora a L’Ora della Calabria. Convocato addirittura dal capo nella redazione centrale di Cosenza per «valorizzare» il mio contributo al giornale, ecco la proposta: un altro contratto a progetto ma con un fisso di 100 euro al mese.
L’impressione non fu delle migliori. Ma fu un episodio da nulla, significativo nella sua banalità.

Più avanti Citrigno, condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura e oggetto di sequestro di beni da 100 milioni di euro da parte della Dia, venne indagato per violenza privata contro un suo giornalista. Spiega Il Fatto quotidiano: «Lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato».
Nel capo d’accusa si legge: «mediante minaccia, costringeva Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti, indirizzati alla Società Paese Sera editoriale srl, editrice della testata giornalistica Calabria Ora, nei quali dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato con la predetta società, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione e/o vertenza giudiziaria», per poi costringerlo «a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società Gruppo Editoriale C&C srl, editrice della medesima testata giornalistica».

«Il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi», ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo.

Poi fu la volta delle dimissioni del direttore Piero Sansonetti, che nel suo «pezzo di commiato» spiegò: «Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fino a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo […] ma all’editore non è piaciuto». Ma in quell’addio vi è un passaggio forte: «So di avere accettato troppi compromessi […]. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo».
«Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno », conclude Sansonetti, «e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone».

Proprietario di numerose strutture sanitarie private e, a quanto pare, contiguo «ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino» (Agi), Pietro Citrigno passa quindi al figlio Alfredo la gestione del giornale di famiglia ed ecco che, nelle scorse settimane, la testata si ritrova al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito alla tentata censura che il senatore Antonio Gentile avrebbe esercitato, di fatto impedendo l’uscita del giornale nel giorno in cui lo stesso avrebbe dovuto dare la notizia di un’indagine per associazione a delinquere riguardante il figlio Andrea.
Pressioni che hanno sollevato un polverone intorno alla nomina di Gentile a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, portato la vicenda all’attenzione di tutte le testate nazionali e infine alle dimissioni del sottosegretario lo scorso 3 marzo, dopo articoli di fuoco di De Bortoli, Mauro, Sallusti e compagnia.

Da una parte i Citrigno, nei guai con la giustizia, dall’altra i Gentile, incensurati ma evidentemente ancor più temibili, «feudatari» della sanità cosentina e della città vecchia. Loro, spiega il tipografo Umberto De Rose (presidente dell’ente regionale in house Fincalabra e beneficiario di cinque milioni di finanziamenti finalizzati ad assunzioni mai avvenute) registrato mentre telefona ad Alfredo Citrigno su richiesta di Regolo, «nu minimu ‘e rapporti» e di «influenza» ce l’hanno. «Dovunque. Al Tribunale, per dire».
D’altronde il fratello del senatore e coordinatore calabrese di Ncd, Pino, è assessore regionale ai Lavori pubblici. «Vale la pena di farti un nemico che poi, ferito come un cinghiale a morte, che poi colpisce per ammazzare?!», chiede, a Citrigno, De Rose, il quale si fa «garante» e chiarisce che sono i Gentile stessi che «lo stanno chiedendo per mio tramite». Secondo De Rose no: «se ti fanno un male a te fanno un male anche al giornale».

Parole da clan più che da politica, tant’è che il tipografo è riuscito nell’impresa di giustificarsi davanti ai media nazionali attribuendo la colpa del presunto «fraintendimento» al dialetto. Senza spiegare la coincidenza per cui, proprio la stessa sera, alle due di notte, dopo vari tentativi andati a vuoto, le sue rotative per la stampa del giornale hanno finito per rompersi impedendo l’uscita del numero del giorno successivo.
Paradossi, come quello di Gentile, che si è difeso parlando di «macchina del fango», senza però chiarire nulla, né querelare De Rose, che avrebbe a questo punto mentito, o spiegare i contatti diretti tra l’editore ed il figlio Andrea, che via sms ringrazia anticipatamente convinto di ottenere la «gentilezza» richiesta.

Perciò, sicuramente onore al merito di Regolo, della sua redazione e della sua schiena dritta.
Una piccola stranezza, però, nella questione rimane.
«Ultimata la lavorazione del giornale», spiegava infatti Regolo il giorno successivo, «a tarda ora, l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile […]. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale».
Minaccia che viene ribadita dopo la telefonata di De Rose.

Nei giorni successivi, però, le pressioni dell’editore scompaiono, evaporano, si sgonfiano. Ci si dimentica che la notizia è rimasta sul giornale soltanto dietro minaccia di dimissioni e, così, dietro il bel gesto, qualcosa di scomodo rimane pur celato.

Compromessi, piccoli o grandi, o al limite del ricatto, «gentilezze». Dietro di esse influenze, rapporti, feudi elettorali, dinastie, padroni, guerre, contiguità, poteri. Sullo sfondo la finta innovazione di Renzi come i sepolcri imbiancati.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, aprile 2014

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