La censura politicamente corretta ha stufato persino “El País”

01_ELPAIS_portada«La gente è terrorizzata dall’esser tacciata come sessista, maschilista, razzista, anti-animalista, imperialista, colonialista, eurocentrica (non so cosa ci si aspetti da un europeo: che adotti una prospettiva cinese, argentina o pakistana? Lo considero un po’ forzato, a dir la verità). Ed a poco a poco, questo timore porta all’autocensura e all’andare coi piedi di piombo, poiché queste colpe non vengono attribuite soltanto a chi le ha effettivamente commesse, ma a chiunque non si unisca, in ogni occasione, al coro di condanna». A parlare non è un cronista di un giornale della destra radicale italiana, ma Javier Marías, firma di prestigio del quotidiano spagnolo “El País”, il più diffuso nel paese iberico. Ripreso ieri nella rassegna dei migliori contributi della settimana, l’articolo è un vero e proprio manifesto del politicamente scorretto. E lo è in maniera inversa, inquadrando alla perfezione i meccanismi e, soprattutto le conseguenze del “politicamente corretto”: un pensiero unico, piatto, mai scortese, che vive di ipocrisia ed uccide la reale differenza di opinioni attraverso lo schema ben collaudato del montare lo scandalo ogni qual volta qualcuno è un po’ sopra le righe, del successivo linciaggio mediatico e della conseguente «autocensura» delle opinioni scomode per evitare la gogna. «Il peggio», spiega Marías, «è che la maggioranza dei “linciati” si lascia intimorire. C’è qualcosa di molto simile al terrore nell’essere additati dalla giuria di opinionisti, twittatori e oratori giustizieri che guardano con avidità alla comparsa di un nuovo imputato». Si è visto, del resto, in Gran Bretagna, con le elezioni alle porte e lo scandalo antisemitismo scoppiato sui labour per qualche frase dell’ex sindaco di Londra Ken Livingstone sui rapporti tra Hitler ed il sionismo: sospensione dal partito, denuncia di rito da parte di tutti i sacerdoti del pensiero consentito, campagna mediatica contro i laburisti, il leader Jeremy Corbyn sul banco d’accusa. Si è visto, d’altronde, troppe volte. Di continuo. In grande e in piccolo. E’ uno schema collaudato per davvero, utile a chi ha l’influenza necessaria a farli scoppiare quegli scandali, con la complicità diretta o indiretta dei giornalisti compiacenti.

«Ci troviamo in un’epoca pericolosa», evidenzia lo scrittore, «nella quale si riscontrano e nella quale viene dato spazio alle istanze più peregrine ed alla più arbitraria soggettività. “Se io mi sento offeso, è necessario punire il colpevole”, è il dogma universalmente accettato, senza che quasi nessuno si ponga la domanda sull’eccessiva diffidenza o sensibilità o intolleranza del presunto offeso. La prova è che molti di quelli che subiscono gli anatemi, si scusano con la seguente formula: “Se ho offeso qualcuno con le mie parole o il mio comportamento, chiedo scusa”. Ma ci sarà sempre “qualcuno” nel mondo al quale pesa la nostra stessa esistenza. E’ giunto il momento che qualcuno risponda di tanto in tanto: “Se ho offeso qualcuno, ho paura sia un problema suo e della sua pelle delicata. Sarebbe opportuno incontrare un dermatologo”». Se è permesso dire soltanto ciò che non dà fastidio proprio nessuno, se essere “divisivi” non va più di moda, difficilmente troveranno spazio opinioni realmente alternative ed ancora più difficilmente si potrà discutere della loro validità se, a prescindere, vengono “represse”. Parole da incorniciare che dimostrano un clima rinunciatario di perbenismo ormai molto comune ai paesi europei, laddove «tutto finisce in una tremenda ed abbondante dose di esagerazione. Fatti, dichiarazioni, battute, opinioni che pochi anni fa sarebbero passati inosservati, oggi sono un pretesto affinché i giornalisti, gli opinionisti, i twittatori e compagnia bella, si strappino i capelli e si straccino le vesti». Peccato che, aggiunge Marías, look ed acconciatura di questi cattivi maestri rimangano in realtà intatti, mentre «quelli rimasti laceri ed abbandonati sono gli oggetti della loro ira, e chiunque tra noi potrebbe esserlo». «Basterebbe (più o meno) soltanto», rilancia, «qualcuno che scombinasse le carte, che si mostrasse sfrontato rispetto ad un gruppo o ad individui “intrappolati” dal politicamente corretto attuale, qualcuno che dica di esser stanco chi gestisce il gioco e della ridicola adorazione che gli si riconosce». Ora pro nobis, dunque, perché il contributo di “El País” potrebbe essere riproposto integralmente nel nostro paese senza dover cambiare una virgola del suo ragionamento. Ci si indigna troppo, afferma il giornalista, con la conseguente impossibilità di riconoscere ormai ciò che è veramente scandaloso dalle montature mediatiche, costruite molto probabilmente proprio a questo scopo. «E’ intollerabile» diventa la divisa d’ordinanza di una cerchia ristretta che decide per tutti ciò che è legittimo pensare: «che tutti dicano pure che quello che vogliono, ma guai a dire che ciò che noi riteniamo sbagliato, perché in questo caso provvederemo al suo linciaggio virtuale, al suo licenziamento, alla sua espulsione ed eliminazione». Una dittatura della maggioranza per cui formalmente sei libero di dire tutto, ma se lo fai sei culturalmente, lavorativamente e/o politicamente escluso dalla società delle persone con una dignità da tutelare. E se esageri, smetti addirittura di essere considerato una persona, poiché il male stesso si incarna nell’accusato, nel partito o movimento, nel pensiero scorretto di turno. Una dinamica che dalle colonne de “Il Primato Nazionale” abbiamo denunciato più volte. «Trovo molto sia preoccupante», osserva Marias, «che la società somigli sempre più a quelle persone che si piazzano davanti alle porte dei tribunali per insultare e lanciare maledizioni al detenuto di turno, solitamente ammanettato e quindi almeno in quel momento indifeso, per grave che sia il delitto del quale lo si accusa». La barbarie e la viltà che spesso caratterizza le folle fatta sistema mediatico, riflesso – a pensarci bene – di un modello, quello democratico, che funziona esattamente così: tanti contro pochi, e la ragione sta sempre coi primi. Basterebbe soltanto il coraggio di buttare il tavolo per aria e smettere di accettare le regole del gioco. Ecco, questo è l’invito che viene dalla Spagna e che noi, ovviamente, raccogliamo e giriamo ai politici, ai giornalisti del nostro paese. Ma, soprattutto, ai ragazzi ingabbiati da un clima di grigiore che parte dalle scuole e dalle università e che difficilmente forma persone libere.

Emmanuel Raffaele, 9 mag 2016

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