Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

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Ebreo o mussulmano: chi sarà il prossimo sindaco di Londra?

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Sadiq Khan

Zac Goldsmith, 41 anni, ebreo, figlio di Sir James Goldsmith, appartenente ad una importante e ricchissima dinastia di banchieri di origine tedesca. Oppure Sadiq Khan, 45 anni, mussulmano, avvocato per i diritti umani, quinto di otto figli di un conducente di autobus pakistano immigrato con la moglie a Londra negli anni Sessanta. Il primo corre per i conservatori, il secondo per i laburisti e sarà con ogni probabilità uno tra loro due il prossimo sindaco di Londra.

In effetti, sembra che a ricalcare e forse accentuare gli stereotipi destra/sinistra ce l’abbiamo proprio messa tutta nella capitale britannica, che il prossimo 5 maggio, unica città del Regno Unito a scegliere tramite elezioni, si appresta ad eleggere il sindaco che succederà a Boris Johnson, conservatore nonché uno dei maggiori oppositori di David Cameron nella battaglia per l’uscita dall’Unione Europea.

Da una parte il mondo della finanza e la lobby ebraica (?), dall’altra uno che viene dal popolo, per di più figlio di immigrati, come se non bastasse islamico. Stereotipi che molto probabilmente non significano nulla per due politici esperti, già parlamentari, che stanno portando avanti entrambi una campagna come si conviene ad una città come Londra: lisciando il pelo a tutte le minoranze possibili e non solo.

Tanto che, scorrendo le visitatissime pagine Facebook dei candidati, che viaggiano entrambi poco al di sotto dei 90mila like, è tutto un moltiplicarsi di visite a sinagoghe, chiese cristiane, comunità sikh, tamil e chi più ne ha più ne metta, auguri per il nuovo anno bengalese, festività induiste d’improvviso balzate al centro delle loro preoccupazioni e così via. Un vero e proprio specchio del melting pot londinese e della tipica strategia elettorale democratica in salsa post-identitaria. Senza contare l’intervista doppia rilasciata al magazine modaiolo “Vogue”, nel corso della quale entrambi hanno promesso ovviamente grande impegno per lo sviluppo di un settore che contribuirebbe per 35 miliardi all’economia londinese, e la visita di poche ore fa da parte di Goldsmith ad un’associazione che cura cani e gatti randagi. Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Zac Goldsmith
Zac Goldsmith

Anche se la sfida sembra aver una tendenza fin troppo etnica per un bianco, ricco, “conservatore” ebreo, che infatti è considerato sfavorito. Nel futuro prossimo di Londra, capitale della finanza per eccellenza, sembra infatti esserci un sindaco mussulmano, a conferma dello sposalizio felice tra la sinistra e le culture allogene, ma anche tra destra liberale e mondo della finanza. Alternative che lasciano poco spazio al tifo per l’uno o per l’altro schieramento.

Il tema del terrorismo, ovviamente, non poteva non essere al centro del dibattito. Reso ancora più attuale dagli attentati di Parigi, Bruxelles e comunque centrale in una città simbolo dell’Occidente, principale alleato europeo degli Stati Uniti, che ha già subito gravi attentati ed ha fornito parecchi foreign fighters alla causa jihadista. A rendere il dibattito ancora più vivace, però, ci si sono messi proprio i due candidati, con alle spalle questioni personali che hanno dato modo ad entrambi di rimpallarsi le accuse. Su Khan, ovviamente, pende la pregiudiziale religiosa, ma anche il suo ruolo di avvocato per i diritti umani, che lo ha portato a difendere o esporsi a favore di personaggi discussi, come Yusuf al-Qaradawi, accusato di volere lo sterminio degli ebrei e la condanna a morte per gli omosessuali, ma anche di aver preso parte a conferenze in compagnia di Yasser al-Siri, condannato per terrorismo, e Sajee Abu Ibrahim, membro di un altro gruppo terroristico. Anche Goldsmith, d’altronde, è finito sul banco degli imputati a causa della vicinanza ed il sostegno ricevuto dal suo ex cognato, Imran Khan, elemento di spicco del Movimento Pakistano per la Giustizia, in passato al centro delle polemiche per il sostegno alla causa dei Talebani. Imran Khan, infatti, in occasione della visita in ospedale di Malala Yousafzai, aveva affermato: “Il popolo dell’Afghanistan che lotta contro un’occupazione straniera, sta combattendo una guerra santa”. Miliardario anch’egli, sposato in passato con Jamina Goldsmith, ex capitano della nazionale di cricket e spesso al centro delle cronache mondane inglesi, è leader di un partito che, però, non ha mancato di portare avanti iniziative all’insegna del fondamentalismo religioso nelle scuole.

Imran Khan
Imran Khan

Singolare che proprio Goldsmith abbia dovuto a più riprese difendersi dalle accuse di islamofobia ed abbia puntato molto sul pericolo rispetto al terrorismo rappresentato dal suo avversario, il quale da parte sua giura che metterà la città “sul piede di guerra” contro ogni pericolo estremista.

Al di là degli stereotipi e dei colpi tipici di una campagna elettorale molto sentita, quindi, resta un dato di fatto: il fondamentalismo islamico è molto più forte e molto più radicato in Occidente di quanto dall’Italia si possa credere e, paradossalmente, come dimostra l’influenza saudita nella finanza britannica, ciò potrebbe non seguire linee di divisione troppo scontate.

Khan, del resto, ha tirato fuori al momento opportuno la storia del padre conducente e sta spingendo molto sull’immaginario dello straniero che arriva in Gran Bretagna e realizza i suoi sogni partendo dalla periferia sud di Londra. Ma si sta anche sforzando di non spaventare troppo i ricchi: “Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari”. Anche questa è diversità, anche questa è Londra, spiega, ricordando chi, invece, è costretto a fare due o tre lavori per sopravvivere. “Sarò il sindaco di tutti i londinesi”, promette.

Nessuno, d’altronde, può pensare di vincere a Londra con una campagna “settaria”. E così, ecco la caccia al consenso delle minoranze, i colpi duri di Goldsmith per conquistare il voto asiatico prospettando posizioni avverse da parte dei laburisti, la sfida a chi costruisce più case popolari. Khan ne promette almeno 80mila, con un affitto di un terzo del reddito medio locale e facilitazioni per l’acquisto; più “prudente”, Goldsmith ne vorrebbe costruire 50mila. Khan, inoltre, vorrebbe portare a £10 il salario orario minimo nella costosissima città di Londra, piantare circa due milioni di alberi, estendere all’intera zona uno e due le restrizioni relative alle Ultra Low Emissions, pedonalizzando tra l’altro la famosa Oxford Street. Promette, inoltre, di non aumentare le tariffe per il trasporto pubblico fino al 2020, mentre – sostiene – con Goldsmith subiranno un incremento del 17%. Da parte sua, però, Goldsmith intende congelare la cosiddetta “council tax” ed evidenzia, invece, il parere contrario del suo rivale, facendo notare anche che le politiche sui trasporti di Khan provocherebbero un buco negli investimenti necessari al miglioramento del servizio.

Euroscettico di lungo corso, Goldsmith promette 500mila nuovi posti di lavoro, un forte incremento della presenza di agenti di polizia a sorvegliare la Tube (mentre Khan pensa a rendere più efficace e continua la videosorveglianza), mandando avanti il piano che la porterà a breve a funzionare per tutta la notte, investimenti in nuovi piccoli parchi cittadini, piste ciclabili ed una rivoluzione energetica, con l’incremento dell’utilizzo dell’energia solare e, almeno su questo, nessuno ne dubita dal momento che il suo fratello minore, Ben, ha investito molto in una compagnia del settore, la Engensa, tanto da far intervenire il fratello maggiore in parlamento contro i tagli ai finanziamenti, in un conflitto d’interessi denunciato da “The Guardian”.

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La polemica tra i due, invece, è stata diretta proprio sulla questione dell’emergenza abitativa, laddove Khan ha attaccato Goldsmith, colpevole secondo il candidato laburista di approvare un piano del governo secondo il quale 450mila sterline sarebbero un prezzo accessibile per l’acquisto di una casa. Deciso a limitare le costose tariffe per gas e luce nella capitale inglese, Khan ha anche avuto modo di garantire il suo impegno nel riequilibrare il gap di genere nelle retribuzioni, dichiarando: “sarò fieramente femminista”. A questo proposito, Sadiq Khan si è anche dichiarato contrario al velo integrale nel servizio pubblico, spendendosi in una riflessione significativa: “Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan”. Una radicalizzazione, fa notare, sviluppatasi col tempo nell’ambiente islamico mentre, al tempo stesso, sono sparite le discriminazioni razziali da parte della società inglese: “Quando i miei genitori sono arrivati qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra”.

Da notare, per inciso: gli inglesi che esponevano cartelli contro neri, irlandesi e cani, sono gli stessi che hanno giudicato gli errori del regime fascista di qualche decennio prima con la consueta superiorità morale tipicamente liberale. Oggi è quella stessa società che giura e che forse ha davvero messo da parte il razzismo ad essere terreno fertile per la radicalizzazione islamica. Non sarà che, forse, qualcosa non va alla radice?

Emmanuel Raffaele, 20 apr 2016

Lobby contro Brexit. Ma ecco quanto incassano gli stranieri dal Regno Unito

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Il mondo degli affari e della finanza si schiera contro il Brexit. Non solo Moody’s ha annunciato che, in caso di Brexit, abbasserà il rating del paese, ma, con una lettera indirizzata allo storico quotidiano “The Times”, circa duecento fra amministratori delegati, presidenti ed altri alti dirigenti di oltre un terzo delle cento aziende più grandi del paese, con oltre un milioni di persone impiegate, hanno ufficialmente espresso il loro parere contrario all’uscita dall’Europa: “Sulla base della rinegoziazione del primo ministro, crediamo che per la Gran Bretagna sia meglio rimanere in una Unione Europea riformata”.  Tra loro, ben 36 aziende che fanno parte del FTSE 100 (indice azionario delle cento aziende più capitalizzate quotate al London Stock Exchange), compagnie aeree come Easy Jet, circuiti di pagamento internazionali come Mastercard, banche come la Lloyd’s, le società aeroportuali di Gatewick e Heathrow, esportatori come il gruppo Chivas e molti, molti altri ancora. Come la Vodafone, guidata dall’italiano Vittorio Colao il quale, in un’intervista su misura pubblicata pochi giorni fa dal Corriere, spiegava: “Come azienda non esprimiamo un giudizio politico, ma certo per i nostri i clienti, i nostri azionisti e anche i nostri dipendenti è molto meglio che la Gran Bretagna faccia parte dell’Europa. Invece, anche il giudizio politico infine è arrivato: il suo nome è il secondo nel lungo elenco dei firmatari pubblicato dal giornale inglese. “Brexit, il no di Colao. Londra non vuole perdere l’anima, ma per gli affari serve l’Europa”, titolava il Corriere.

E chissenefrega dell’anima, sembra infatti il messaggio sottinteso nelle parole di Colao e di un appello che, come se ce ne fosse bisogno, mostra il tentativo delle lobby economiche di influenzare le scelte politiche. Lo stesso Colao, che pur sottolineava l’importanza di aver mantenuto la sovranità monetaria delegata da tutti gli altri stati all’Europa (“Credo che grazie alla sterlina la Gran Bretagna abbia mantenuto una grande flessibilità e grande capacità di reazione nella gestione della politica economica”), è insomma anche lui convinto che  “gli affari hanno bisogno dell’accesso senza restrizioni ad un mercato europeo di 500 milioni di persone per continuare con la crescita, gli investimenti e la creazione di posti di lavoro”, secondo quanto spiegano i dirigenti nella lettera che ha conquistato la prima pagina di “The Times”. Una riflessione peraltro sacrosanta, che deve sicuramente far riflettere sulla necessità e sull’opportunità che il no a quest’Europa non sia un no ad un’altra idea di Europa, forte, “autarchica”, formata da popoli sovrani e liberi, grazie alla cooperazione tra loro, dal giogo americano e da qualunque altra forma di sudditanza economico-politica nei confronti di potenze straniere. Un’idea Europa certamente lontana da quella attuale, ma anche dalla visione dei conservatori britannici, storicamente contrari all’idea di una federazione e di un maxi-stato europeo ma, d’altra parte, da sempre alleati di ferro degli Usa e rappresentanti in Europa di interessi d’oltreoceano.

L’ipotesi Brexit, quindi, va considerata per quel che è: la necessità, nel bene e nel male, di tutelare i propri interessi da parte dello stato insulare. Necessità che divide lo schieramento dei Tories, con la contrapposizione tra il premier David Cameron, forte di una rinegoziazione dei trattati che permetterà alla Gran Bretagna di limitare l’accesso ai benefit da parte dei migranti economici provenienti dall’Europa, e l’eccentrico ed ambizioso sindaco di Londra Boris Johnson, che il prossimo 3 marzo sarà nel popolare quartiere di Croydon per un “question time” aperto a tutti. Un dibattito tutto interno allo schieramento conservatore, dunque, che secondo alcuni analisti ha già uno sconfitto: il partito laburista. “Non è tanto il fatto che i laburisti siano divisi – con una grande maggioranza del partito favorevole alla permanenza in Europa – quanto l’esser marginali”, commentava Rachel Sylvester sul noto giornale britannico. L’abilità di Cameron, del resto, sta proprio nell’esser riuscito ad ammiccare agli euroscettici, presentandosi come l’alfiere degli interessi del paese al tavolo europeo e sbattendo i pugni fino ad ottenere condizioni più che ragionevoli (tra le quali l’accettazione di un impegno che, quanto alla Gran Bretagna, non porterà mai all’integrazione politica), per poi poter tornare comunque a Londra come promotore del sì ad un’Europa riformata senza apparire incoerente. Un capolavoro di real politik, che non è certamente secondo alle recenti dure prese di posizione contro l’immigrazione clandestina unite alle “carezze” mediatiche alle minoranze etniche, con la lettera indirizzata ancora una volta a “The Times” per dichiarare il proprio no al razzismo istituzionale.

Una sfida tutta interna al fronte Tory, dunque, che non esclude la possibilità di un secondo referendum dopo quello previsto per il 23 giugno, annunciato pochi giorni fa, dopo il vertice europeo, da Cameron. C’è chi non esclude, infatti, che un voto favorevole all’uscita dall’Europa, con l’avvio di un processo lungo almeno due anni, possa servire semplicemente a fornire al paese un ulteriore strumento di pressione dell’Europa, per ottenere condizioni ancora più vantaggiose. Una ipotesi contro la quale si è già espresso proprio il sindaco di Londra: “Si tratta di una decisione strettamente democratica – la permanenza o l’uscita [dall’Europa, ndr] – e nessun governo può ignorarlo. Una seconda rinegoziazione seguita da un secondo referendum non è scritto sulla scheda. Per un primo ministro, ignorare l’esplicita volontà del popolo britannico di lasciare l’Europa non sarebbe semplicemente sbagliato, sarebbe antidemocratico. L’uscita dall’Europa, del resto, non sembra avere possibilità concrete di realizzazione e, considerando le forti pressioni della stampa, del mondo del business e della finanza, del governo, i bookmakers danno all’ipotesi Brexit un comunque notevole 33% di probabilità. Tutto ciò nonostante la metà dei parlamentari Tory, circa 150 su 330 tra i quali molti ministri, faranno campagna contro l’Europa e nonostante il fatto che sui giornali l’opzione non è demonizzata come potrebbe accadere in casa nostra. Proprio “The Times”, del resto, in un articolo di fondo, esprime senza mezzi termini il disappunto per “la retorica della paura” da parte del mondo degli affari, a cui si rimprovera peraltro l’ambiguità e la poca chiarezza delle proprie ragioni.

Al centro delle preoccupazioni dei cittadini britannici, infatti, ci sono questioni molto concrete, in primis l’accesso ai benefit di un welfare state come quello inglese in cui lo Stato, pur patria del capitalismo più spinto, riesce ancora a fornire tutele forti alle fasce di popolazione a reddito basso. Uno stato sociale la cui tenuta è messa ora a rischio dalle ondate migratorie che spesso hanno condotto ad un vero e proprio “turismo del welfare”. I migranti europei, ad esempio, nonostante siano soltanto il 6% della forza lavoro, assorbono circa il 10% (circa due miliardi e mezzo di sterline) delle risorse destinate ai lavoratori con salari bassi. Ben 469.843 migranti su oltre 4 milioni di arrivi tra il 2001 ed il 2013 – prima che l’accesso venisse limitato con la richiesta di un minimo di due anni di permanenza (che ora molti vorrebbero portare a quattro anni) – hanno ricevuto alloggio o benefit per la casa. Il 40% dei migranti provenienti dall’aera economica europea ricevono benefit familiari: circa 6mila sterline all’anno in media in “tax credit”, con 8mila famiglie che ricevono oltre 10mila sterline l’anno. Circa 20mila, invece, gli europei che nel 2015 hanno ricevuto benefit per figli che non vivono in Gran Bretagna. E ben 700 milioni di sterline sono state pagate, tra il 2013 ed il 2014, ai disoccupati europei. Cifre che spiegano bene le ragioni degli euroscettici, già stanchi delle farraginosità dei meccanismi europei, ma che non possono far chiudere gli occhi di fronte ad un’economia, come quella della capitale inglese, in cui l’apporto straniero è ormai parte integrante del tessuto sociale cittadino e difficilmente sarà intaccato sostanzialmente da un’eventuale uscita. Di sicuro, la Gran Bretagna tenta di riprendersi un altro spicchio di sovranità. Mentre noi mettiamo, come sempre, il paese in mano ai colonizzatori.

Emmanuel Raffaele, 26 feb 2016