Parigi, “Generazione Identitaria” contro l’islamismo, ma il prefetto vieta il corteo

Molti hanno scoperto “Generazione Identitaria” grazie alla missione “Defend Europe” della nave “C-Star” per contrastare gli sbarchi clandestini dall’Africa all’Italia, passando naturalmente per il Mediterraneo. Domani, invece, l’organizzazione nata in Francia ma ormai presente anche in altri Paesi europei, avrebbe dovuto manifestare proprio a Parigi, a partire dalle 15, contro l’islamismo, a pochi giorni dal secondo anniversario degli attacchi nella capitale francese che fecero 130 morti. Poche ore fa, però, è giunta la notizia che il prefetto ha vietato il corteo a causa del rischio incidenti, dovuti anche alla contemporanea convocazione di un contro-corteo antifascista, anch’esso vietato per motivi di sicurezza. Continua a leggere

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“I terroristi? Sono giovani musulmani discriminati”: ecco la voce dell’islam moderato

“Laddove l’Isis offre loro qualcosa per cui morire, noi dobbiamo offrire loro qualcosa per cui vivere”.

La condanna degli attentati è netta, la presa di distanza dall’ideologia dell’Isis altrettanto, ma la retorica è quella banale, spicciola e progressista per cui, dopo tutto, le deviazioni terroriste dei giovani musulmani potremmo sicuramente evitarle, se solo noi cattivi europei ci comportassimo un po’ meglio con loro.
Ad affermarlo, in un articolo sulle colonne del quotidiano inglese “The Independent“, è l’imam Qari Muhammad Asim, oltre 10mila like sulla sua pagina fb, membro esecutivo del “Consiglio Nazionale delle Mosche e degli Imam” (che si occupa della formazione per tutto il nord dell’Inghilterra), di professione avvocato nell’ambito del mercato immobiliare per una delle più grosse aziende del mondo nella sua sede di Leeds, città nella quale è anche senior imam nella moschea di Makkah.
Insomma, quello che si dice un musulmano moderato, integrato e assolutamente ben inserito, che gode appunto di ampia visibilità e credito. Continua a leggere

Il Guardian si interroga: “Perché il terrorismo non colpisce l’Italia?”

“Perché l’Italia è stata risparmiata dagli attacchi terroristici degli ultimi anni?”. Se lo è chiesto, ieri, “The Guardian” e qualche risposta il quotidiano inglese se l’è anche data. Una su tutte, però, spicca per le sue implicazioni politiche: “La differenza principale è che l’Italia non ha una popolazione ampia di immigrati di seconda generazione radicalizzata o che potrebbe essere radicalizzata“, ha spiegato Francesca Galli, assistente presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche contro il terrorismo. Una frase che è certamente illuminante sulla rilevanza dell’identità allogena originaria di molti terroristi, che può essere nascosta quanto vogliamo da attestati fittizi di cittadinanza ma non cancella la questione nella sua concretezza.

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Ebreo o mussulmano: chi sarà il prossimo sindaco di Londra?

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Sadiq Khan

Zac Goldsmith, 41 anni, ebreo, figlio di Sir James Goldsmith, appartenente ad una importante e ricchissima dinastia di banchieri di origine tedesca. Oppure Sadiq Khan, 45 anni, mussulmano, avvocato per i diritti umani, quinto di otto figli di un conducente di autobus pakistano immigrato con la moglie a Londra negli anni Sessanta. Il primo corre per i conservatori, il secondo per i laburisti e sarà con ogni probabilità uno tra loro due il prossimo sindaco di Londra.

In effetti, sembra che a ricalcare e forse accentuare gli stereotipi destra/sinistra ce l’abbiamo proprio messa tutta nella capitale britannica, che il prossimo 5 maggio, unica città del Regno Unito a scegliere tramite elezioni, si appresta ad eleggere il sindaco che succederà a Boris Johnson, conservatore nonché uno dei maggiori oppositori di David Cameron nella battaglia per l’uscita dall’Unione Europea.

Da una parte il mondo della finanza e la lobby ebraica (?), dall’altra uno che viene dal popolo, per di più figlio di immigrati, come se non bastasse islamico. Stereotipi che molto probabilmente non significano nulla per due politici esperti, già parlamentari, che stanno portando avanti entrambi una campagna come si conviene ad una città come Londra: lisciando il pelo a tutte le minoranze possibili e non solo.

Tanto che, scorrendo le visitatissime pagine Facebook dei candidati, che viaggiano entrambi poco al di sotto dei 90mila like, è tutto un moltiplicarsi di visite a sinagoghe, chiese cristiane, comunità sikh, tamil e chi più ne ha più ne metta, auguri per il nuovo anno bengalese, festività induiste d’improvviso balzate al centro delle loro preoccupazioni e così via. Un vero e proprio specchio del melting pot londinese e della tipica strategia elettorale democratica in salsa post-identitaria. Senza contare l’intervista doppia rilasciata al magazine modaiolo “Vogue”, nel corso della quale entrambi hanno promesso ovviamente grande impegno per lo sviluppo di un settore che contribuirebbe per 35 miliardi all’economia londinese, e la visita di poche ore fa da parte di Goldsmith ad un’associazione che cura cani e gatti randagi. Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Zac Goldsmith
Zac Goldsmith

Anche se la sfida sembra aver una tendenza fin troppo etnica per un bianco, ricco, “conservatore” ebreo, che infatti è considerato sfavorito. Nel futuro prossimo di Londra, capitale della finanza per eccellenza, sembra infatti esserci un sindaco mussulmano, a conferma dello sposalizio felice tra la sinistra e le culture allogene, ma anche tra destra liberale e mondo della finanza. Alternative che lasciano poco spazio al tifo per l’uno o per l’altro schieramento.

Il tema del terrorismo, ovviamente, non poteva non essere al centro del dibattito. Reso ancora più attuale dagli attentati di Parigi, Bruxelles e comunque centrale in una città simbolo dell’Occidente, principale alleato europeo degli Stati Uniti, che ha già subito gravi attentati ed ha fornito parecchi foreign fighters alla causa jihadista. A rendere il dibattito ancora più vivace, però, ci si sono messi proprio i due candidati, con alle spalle questioni personali che hanno dato modo ad entrambi di rimpallarsi le accuse. Su Khan, ovviamente, pende la pregiudiziale religiosa, ma anche il suo ruolo di avvocato per i diritti umani, che lo ha portato a difendere o esporsi a favore di personaggi discussi, come Yusuf al-Qaradawi, accusato di volere lo sterminio degli ebrei e la condanna a morte per gli omosessuali, ma anche di aver preso parte a conferenze in compagnia di Yasser al-Siri, condannato per terrorismo, e Sajee Abu Ibrahim, membro di un altro gruppo terroristico. Anche Goldsmith, d’altronde, è finito sul banco degli imputati a causa della vicinanza ed il sostegno ricevuto dal suo ex cognato, Imran Khan, elemento di spicco del Movimento Pakistano per la Giustizia, in passato al centro delle polemiche per il sostegno alla causa dei Talebani. Imran Khan, infatti, in occasione della visita in ospedale di Malala Yousafzai, aveva affermato: “Il popolo dell’Afghanistan che lotta contro un’occupazione straniera, sta combattendo una guerra santa”. Miliardario anch’egli, sposato in passato con Jamina Goldsmith, ex capitano della nazionale di cricket e spesso al centro delle cronache mondane inglesi, è leader di un partito che, però, non ha mancato di portare avanti iniziative all’insegna del fondamentalismo religioso nelle scuole.

Imran Khan
Imran Khan

Singolare che proprio Goldsmith abbia dovuto a più riprese difendersi dalle accuse di islamofobia ed abbia puntato molto sul pericolo rispetto al terrorismo rappresentato dal suo avversario, il quale da parte sua giura che metterà la città “sul piede di guerra” contro ogni pericolo estremista.

Al di là degli stereotipi e dei colpi tipici di una campagna elettorale molto sentita, quindi, resta un dato di fatto: il fondamentalismo islamico è molto più forte e molto più radicato in Occidente di quanto dall’Italia si possa credere e, paradossalmente, come dimostra l’influenza saudita nella finanza britannica, ciò potrebbe non seguire linee di divisione troppo scontate.

Khan, del resto, ha tirato fuori al momento opportuno la storia del padre conducente e sta spingendo molto sull’immaginario dello straniero che arriva in Gran Bretagna e realizza i suoi sogni partendo dalla periferia sud di Londra. Ma si sta anche sforzando di non spaventare troppo i ricchi: “Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari”. Anche questa è diversità, anche questa è Londra, spiega, ricordando chi, invece, è costretto a fare due o tre lavori per sopravvivere. “Sarò il sindaco di tutti i londinesi”, promette.

Nessuno, d’altronde, può pensare di vincere a Londra con una campagna “settaria”. E così, ecco la caccia al consenso delle minoranze, i colpi duri di Goldsmith per conquistare il voto asiatico prospettando posizioni avverse da parte dei laburisti, la sfida a chi costruisce più case popolari. Khan ne promette almeno 80mila, con un affitto di un terzo del reddito medio locale e facilitazioni per l’acquisto; più “prudente”, Goldsmith ne vorrebbe costruire 50mila. Khan, inoltre, vorrebbe portare a £10 il salario orario minimo nella costosissima città di Londra, piantare circa due milioni di alberi, estendere all’intera zona uno e due le restrizioni relative alle Ultra Low Emissions, pedonalizzando tra l’altro la famosa Oxford Street. Promette, inoltre, di non aumentare le tariffe per il trasporto pubblico fino al 2020, mentre – sostiene – con Goldsmith subiranno un incremento del 17%. Da parte sua, però, Goldsmith intende congelare la cosiddetta “council tax” ed evidenzia, invece, il parere contrario del suo rivale, facendo notare anche che le politiche sui trasporti di Khan provocherebbero un buco negli investimenti necessari al miglioramento del servizio.

Euroscettico di lungo corso, Goldsmith promette 500mila nuovi posti di lavoro, un forte incremento della presenza di agenti di polizia a sorvegliare la Tube (mentre Khan pensa a rendere più efficace e continua la videosorveglianza), mandando avanti il piano che la porterà a breve a funzionare per tutta la notte, investimenti in nuovi piccoli parchi cittadini, piste ciclabili ed una rivoluzione energetica, con l’incremento dell’utilizzo dell’energia solare e, almeno su questo, nessuno ne dubita dal momento che il suo fratello minore, Ben, ha investito molto in una compagnia del settore, la Engensa, tanto da far intervenire il fratello maggiore in parlamento contro i tagli ai finanziamenti, in un conflitto d’interessi denunciato da “The Guardian”.

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La polemica tra i due, invece, è stata diretta proprio sulla questione dell’emergenza abitativa, laddove Khan ha attaccato Goldsmith, colpevole secondo il candidato laburista di approvare un piano del governo secondo il quale 450mila sterline sarebbero un prezzo accessibile per l’acquisto di una casa. Deciso a limitare le costose tariffe per gas e luce nella capitale inglese, Khan ha anche avuto modo di garantire il suo impegno nel riequilibrare il gap di genere nelle retribuzioni, dichiarando: “sarò fieramente femminista”. A questo proposito, Sadiq Khan si è anche dichiarato contrario al velo integrale nel servizio pubblico, spendendosi in una riflessione significativa: “Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan”. Una radicalizzazione, fa notare, sviluppatasi col tempo nell’ambiente islamico mentre, al tempo stesso, sono sparite le discriminazioni razziali da parte della società inglese: “Quando i miei genitori sono arrivati qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra”.

Da notare, per inciso: gli inglesi che esponevano cartelli contro neri, irlandesi e cani, sono gli stessi che hanno giudicato gli errori del regime fascista di qualche decennio prima con la consueta superiorità morale tipicamente liberale. Oggi è quella stessa società che giura e che forse ha davvero messo da parte il razzismo ad essere terreno fertile per la radicalizzazione islamica. Non sarà che, forse, qualcosa non va alla radice?

Emmanuel Raffaele, 20 apr 2016

L’integrazione c’è già e non è la soluzione (al terrorismo). Ditelo a Saviano

Molenbeek, Belgio
Molenbeek, Belgio

Cui prodest? Forse non sarà la risposta alla domanda sui mandanti (se ci sono) della strage di Bruxelles e del terrorismo islamico. Ma vale la pena notare come il terrorismo produca, come sempre, l’estremizzazione delle posizioni e, dunque, la manifestazione di posizioni del tutto assurde, da una parte e dall’altra. Difficile sapere il perché di quell’indirizzo dimenticato e non trasmesso dalla polizia all’antiterrorismo, difficile sapere se dietro gli attentati terroristici degli ultimi anni e dietro tutte le stranezze ci sia la mano di qualcuno che, come già avvenne in Italia, intende portare avanti una strategia della tensione su scala internazionale per tenere ancorato il fronte occidentale su posizioni filo-israeliane. Gli indizi ci sono tutti, a cominciare dalla questione siriana, dalla complicità della Turchia nei traffici dell’Isis. Dopo tutto qualcuno deve pur rifornire di soldi e armi personaggi di origine allogena che, però, generalmente, nascono e si trovano già in Europa. Ma la realtà è più complessa persino di quel che pensano i complottisti, è multipolare, per cui meglio valutare i fatti in base a ciò che è appurato. Pur sovvenzionato e/o favorito dall’esterno, il terrorismo islamico è una realtà, un pericolo concreto ed in quanto tale non si può ignorarne la vicinanza agli ambienti del fondamentalismo islamico.

Altra certezza è, come dicevamo, che il terrorismo ha centrato il bersaglio. Da una parte i gessetti colorati, i vari Saviano, Mannoia, Boldrini e simili con le loro dichiarazioni fotocopia sull’accoglienza e l’integrazione come panacea a tutti i mali; dall’altra, i vari Belpietro, Ferrara, Magdi ‘Cristiano’ Allam, Salvini a dire che l’Islam in sé è il male, contro la libertà e contro l’Occidente che si deve schierare unito contro di loro (come volevasi dimostrare). Sulle alleanze ‘sciolte’ con l’Arabia Saudita, in genere, sorvolano. Così come la prima categoria, in genere, sorvola su un fatto: in tutta Europa l’integrazione è già un fatto, l’accoglienza di centinaia di migliaia di immigrati anche, eppure il clima sembra soltanto peggiorato.

Come sempre, quindi, realismo, concretezza e principi saldi, servono molto più di ideologie e schieramenti aprioristici.

Il nome del profeta dell’Islam è tra i nomi più diffusi tra i nuovi nati in Gran Bretagna, tra i più diffusi in Belgio, Al Jazeera, rete televisiva che ha come telespettatori una percentuale di mussulmani pari a circa il 98% ha le sue sedi a Washington e Londra, in Spagna e altre città europee e tantissime altre ancora negli Stati Uniti. L’Islam è già parte dell’Occidente. Donald Trump dice di voler espellere i mussulmani dal paese ma sa benissimo che è una sciocchezza propagandistica. E ‘confidiamo nella cattiva fede’ dei giornalisti e dei politici nostrani quando affermano che il nemico è l’Islam, salvo poi inchinarsi al politicamente corretto in maniera bipartisan quando c’è da puntare il dito sul ‘razzismo dell’estrema destra’, solitamente accusata per il suo antisemitismo. Il presunto antisemitismo non va bene ma, a quanto pare, discriminare milioni di persone per la propria fede (e limitatamente anche per la razza, dal momento che, però, mussulmani si può anche diventarlo da italiani, ad esempio), invece, si.

Il loro liberalismo si ferma lì. Il loro antirazzismo è solo servilismo ad Israele. Non a caso lo scrittore Roberto Saviano, divenuto noto al grande pubblico con la pubblicazione del libro “Gomorra” sulla malavita campana, oggi ‘twitta’: “Il terrorismo si combatte solo con l’integrazione”. Evidentemente, vivendo sotto scorta dal 2006, Saviano è un po’ fuori dal mondo. E peraltro un po’ confuso, dal momento che nel 2010 (e poi anche in altre occasioni) dichiarò il suo sostegno allo stato di Israele, di certo non un campione d’accoglienza e integrazione, con l’occupazione dei territori palestinesi, i muri e pochi giorni fa l’ultima dimostrazione della sua democraticità: un soldato israeliano che spara a freddo e uccide un palestinese disteso per terra, già immobilizzato e tratto in arresto dopo un accoltellamento. Con lui, considerato eroe nazionale, è accorso subito a complimentarsi un esponente dell’estrema destra anti-araba israeliana. In quella occasione lo scrittore icona del politicamente corretto definì Israele “una democrazia sotto assedio”. In quell’occasione, evidentemente, si dimenticò di suggerire l’integrazione come soluzione. L’isolamento di Gaza, senza accesso ad acqua ed elettricità, prigione a cielo aperto, deve essergli sembrata un’ottima idea.

Due giorni fa, a Londra, sono stati fermati due giovani mussulmani di 21 e 22 anni, che avevano già effettuato ricognizioni presso alcune stazioni di polizia per effettuare attentati. Entrambi con cittadinanza inglese, sono cresciuti nello stesso quartiere del tristemente famoso ‘Jihadi John’, l’altro inglese appartenente all’Isis ucciso in un raid.

Uno di loro era stato presidente della “Islamic Society”, club interno al prestigioso King’s College di Londra, che ha la sua sede principale sullo Strand, in centro. Lo stesso ateneo in cui, qualche settimana fa, la Boldrini teneva il discorso annuale del Jean Monnet Centre of Excellence e straparlava di europeismo, antifascismo e accoglienza. Lo stesso club finito sui giornali nei giorni scorsi per avere organizzato un banchetto in cui donne e uomini erano separati nel corso della serata da un paravento posto in mezzo alla sala. Un evento a pagamento ‘privato’ per cui l’ateneo ha declinato ogni responsabilità ed il cui acquisto ticket prevedeva due differenti contatti per uomini e donne.

Non più di una settimana fa, sui quotidiani inglesi era possibile leggere di una prestigiosa boutique in Oxford Circus (siamo sempre a Londra, città in cui i bianchi sono ufficialmente una minoranza) che esporrà i cosiddetti ‘burkini’ (costume da bagno completamente coprente utilizzato dalle donne mussulmane) nel proprio store. Alla London Fashion Week, il mese scorso, hanno sfilato modelle col velo. In giro per la città, in strada e sul posto di lavoro, non si contano i centri islamici, le donne col velo o con il burqa.

A Parigi, nel quartiere di Saint Denis, e soprattutto nella ‘belga’ Molenbeek, dove i terroristi delle stragi sono stati protetti dalla comunità che ci viveva, abbiamo visto che l’integrazione non solo c’è, ma appartiene ormai al passato: in futuro ad integrarci dovremo essere noi. Ed effettivamente, con la politica delle frontiere aperte e la bassissima natalità europea, presto neanche questo sarà più un problema. L’Europa com’era, semplicemente, non esisterà più. L’Europa di etnia caucasica, di religione cristiana, di origini greco-romane, sarà soltanto storia, con la benedizione di Boldrini & Co.

Ne saranno contenti anche gli antifascisti di tutta Europa, che lanciano agli immigrati il rassicurante slogan “Refugee Welcome” e si sono detti disposti ad accettare gli stupri in cambio delle frontiere aperte. Gli stupri si possono accettare, il ‘razzismo’ no.

Papa Francesco, in occasione del rito della lavanda dei piedi che precede la Pasqua, si è inchinato e ha baciato simbolicamente i piedi a dodici immigrati di fede islamica. Alcuni sacerdoti hanno messo le loro chiese a disposizione degli islamici per la loro preghiera.

La cantante Fiorella Mannoia ha dichiarato: “i nostri morti per i loro”, avallando così il terrorismo, il ‘nostro’ ed il loro.

“In Siria”, ha dichiarato, “ci sono migliaia di cittadini morti uccisi da bombardamenti, perché loro non sono essere umani innocenti come noi? Bisogna avere la stessa pietà per i nostri morti come per i loro. La comunicazione non li mette sullo stesso piano: quando accadono cose in occidente ci spaventiamo, ma anche quelle sono famiglie”. Giusto, per carità: peccato che non abbia detto una parola sulla destituzione del presidente Assad, unico a combattere sul campo l’Isis insieme alla Russia di Putin. Peccato abbia condannato il terrorismo occidentale, ma non quello islamico, che non è esattamente un modo leale di “fare la guerra”.

D’altronde, non è stata l’unica a dire: perché gli attentati ad Ankara, in Africa e nel resto del mondo non ci colpiscono come quelli di Parigi o di Bruxelles?

Un po’ come dire ad una madre a cui è morto il figlio o ad un ragazzo a cui è morto il fratello: perché soffri così tanto quando ogni giorno, nel mondo, muoiono tantissime persone e tu non sei altrettanto dispiaciuto?

Sfugge completamente il concetto di comunità, che precede e dà le basi ideali al concetto di identità, di fratellanza, di vicinanza umana rispetto a chi condivide con te qualcosa, rispetto a chi conosci più da vicino, con il quale sei unito concretamente e non astrattamente.

Annalisa Gadaleta, assessore proprio a Molenbeek, ha dichiarato all’Ansa: “Ma gli italiani a chi vogliono fare la lezione? I primi a essere venuti qui a migliaia siamo stati noi perché avevamo fame e volevamo una vita migliore”. E poi ancora: “Oggi arrivano persone che fuggono dalla guerra e non puoi dire loro rimanete a farvi ammazzare nei vostri Paesi”. “L’errore”, ha aggiunto, “è pensare che chi viene da Paesi connotati da dittature o comunque regimi non democratici, possano venire e adeguarsi automaticamente alla democrazia”.

L’essere europei, avere una cultura comune, una fratellanza spirituale, le medesime origini etniche non sembrano avere alcuna importanza per l’assessore in questione come per tanti altri. L’italiano che va in Belgio è la stessa cosa dell’africano che arriva in Europa. Peraltro, non che l’emigrazione in sé sia un fenomeno positivo, ma c’è differenza sostanziale anche tra le migrazioni di massa, gli arrivi sui barconi, le invasioni alle frontiere e gli spostamenti, molto più contenuti e sostanzialmente diversi nel metodo, degli italiani nel tempo. Non che l’emigrazione, con lo sradicamento che porta con sé, possa essere considerato di suo un fenomeno positivo. Ma non si possono neanche ignorare le differenze. In un ritratto in bianco e nero, le sfumature sono tutto nella buona riuscita del disegno, non puoi ridurre il tutto al si o no alle sfumature.

E non sono semplicemente accettabili parole tese a giustificare i comportamenti anti-sociali dei migranti, né politicamente sensate le conclusioni: “i fenomeno migratori non si possono fermare”.

Non solo si possono fermare, ma se così fosse, faremmo prima a dichiarare il fallimento degli Stati, con l’unico risultato positivo che, almeno, personaggi come la Gadaleta non avrebbero più un posto sicuro su cui poggiare il culo.

Certo, forse dall’Italia è ancora possibile pensare che la situazione sia connessa all’integrazione. Ma neanche più di tanto. In una prospettiva europea, però, con l’integrazione ed in alcuni casi la predominanza islamica, invocare l’integrazione è semplicemente fuori luogo e fuori tempo. L’integrazione c’è già. E non è evidentemente la soluzione.

Ma, tra parentesi, cosa si intende per integrazione? Cosa vuol dire concretamente questo concetto un po’ astratto che può rappresentare tutto e niente? Vuol dire tolleranza? Libertà religiosa? Vuol dire che gli islamici devono diventare come noi? Vuol dire che noi dobbiamo diventare come loro? A meno con il termine non si intenda, quindi, l’ipotesi di annullare la nostra o la loro identità, integrazione non può voler dire altro che coesistenza pacifica e rispetto.

E tutto ciò che abbiamo detto, il comportamento delle istituzioni, della società, non dimostra minimamente il contrario. O si vuole contestare l’opinione dei singoli e imporre il pensiero unico filo-islamico? Neanche questa, peraltro, sarebbe integrazione. Sarebbe censura. La legge già prevede reati di pensiero fin troppo restrittivi, dubitiamo ci sia bisogno di introdurne altri. O forse impedire le minigonne, chiudere in casa le donne europee è integrazione?

Quanto alle soluzioni, c’è chi dice che siamo in guerra e bisogna bombardare. Ma finora, chissà perché, gli unici a respingere sul campo i jihadisti sono stati il presidente siriano e quello russo, mentre gli americani hanno storto il naso quando Putin ha colpito i cosiddetti “ribelli moderati”. La loro soluzione, come sempre, è quella di violare la sovranità di altri stati sovrani, in genere stati laici, come la Siria appunto ed in passato la Libia, l’Iraq, per poi lamentarsi della destabilizzazione e dell’avanzare di milizia fondamentaliste, in genere finanziate dagli alleati arabi o turchi ed armati e a volte addestrati dagli stessi Stati Uniti per abbattere i regimi in questione. Chiaramente prima di “scoprire” che si tratta di terroristi.

Bombardare la Siria, però, è una chiara violazione di sovranità. Quanto alla Libia, è chiaro, invece, che l’intervento diventa inevitabile per il nostro paese nel momento in cui diventa un pericolo diretto e, tranne quello fantoccio portato su un barcone dall’Occidente, non esiste praticamente un governo.

Infine, c’è la questione immigrazione. È chiaro a tutti, tranne che a chi “amministra” il nostro paese, che – questioni sociali e politiche di fondo a parte – è impensabile conciliare la lotta al terrorismo con l’arrivo di masse di immigrati difficilmente identificabili. Ed è impensabile parlare di integrazione laddove i fenomeni diventano di massa: è come ingoiare un’intera scatola di medicine in una volta sola e pensare di averne benefici o rimanere sott’acqua a bocca aperta con l’intento di reidratarsi. Il popolo ebraico si è insediato in massa in Palestina ed ha dato vita allo stato di Israele: l’esperimento integrazione non sembra sia andato a buon fine. Persino la coesistenza è divenuta impossibile. Naturalmente. Tanto per ricordare a Saviano il concetto di integrazione dei suoi beniamini.

Lo stop all’invasione delle frontiere europee, dunque, è una misura necessaria, seppur non completamente risolutiva. I terroristi, lo sappiamo, sono già nel nostro continente, molto spesso ci sono nati, sono cittadini europei, super integrati appunto. E’ chiaro che non ci si può limitare ad attendere gli attentati e ricercare poi i responsabili. Un lavoro di intelligence che finora ha rivelato molte falle. A volte anche troppe per non essere sospette.

Ma il problema che sta alla radice del fenomeno dei foreign fighters e dei terroristi cresciuti nelle nostre città e nelle nostre scuole non può che suggerire soluzioni del tutto opposte a quelle suggerite dai maestri del politicamente corretto. È chiaro che nel quartiere arabo di Bruxelles o in quello di Parigi, l’Europa è soltanto un nome su una mappa. L’Europa è un’identità che in quei posti smette di esistere, rappresenta lo straniero (nemico o meno) e non la propria comunità di appartenenza. La possibilità di coesistere pacificamente l’Europa ha imparato a concederla finalmente. Ma l’interrogativo è: la coesistenza pacifica a cui ci siamo resi disponibili ha prodotto ‘integrazione’ ? Ha permesso, insomma, la nascita di un sentimento comunitario comune? Non lo ha fatto. Fondamentalismo a parte, il punto è proprio quello: il sentimento comunitario fondato sulla condivisione linguistica, culturale, religiosa, etnica resiste, da sempre peraltro, alla coesistenza.

Dunque? Tornare indietro a qualche, a volte troppi decenni fa o anche più non è possibile. Ma fermare l’avanzata di un esperimento che si è rivelato fallimentare, invece, lo è. Affermare l’identità europea, invertire la rotta, ridare vitalità ad un corpo morente, rimettere al centro la natalità, pretendere che si possa tornare a parlare e considerare le minoranze come tali nella vita pubblica, senza tabù. E, quanto alle azioni specifiche, non si può pretendere di affrontare il terrorismo come il crimine comune e non per quello che è socialmente. Dunque, espulsioni vere e, per chi l’ha acquisita, revoca della cittadinanza se chi viene condannato in via definitiva per fatti legati al terrorismo islamico ad esempio. Intervenire sulle connivenze, i legami comunitari dei terroristi, utilizzando le stesse misure nei confronti della rete di protezione che li circonda. Familiari, conoscenti. Destrutturare le loro ‘posizioni’ e, nel frattempo, ristrutturare le nostre.

Tutte cose che, se venissero fatte, si griderebbe subito al nazismo. Ecco perché non si farà nulla. Ed ecco perché l’Europa morirà senza combattere. Mentre pochi tenteranno di resistere, abbandonati a se stessi e trattati come i veri nemici.