“I terroristi? Sono giovani musulmani discriminati”: ecco la voce dell’islam moderato

“Laddove l’Isis offre loro qualcosa per cui morire, noi dobbiamo offrire loro qualcosa per cui vivere”.

La condanna degli attentati è netta, la presa di distanza dall’ideologia dell’Isis altrettanto, ma la retorica è quella banale, spicciola e progressista per cui, dopo tutto, le deviazioni terroriste dei giovani musulmani potremmo sicuramente evitarle, se solo noi cattivi europei ci comportassimo un po’ meglio con loro.
Ad affermarlo, in un articolo sulle colonne del quotidiano inglese “The Independent“, è l’imam Qari Muhammad Asim, oltre 10mila like sulla sua pagina fb, membro esecutivo del “Consiglio Nazionale delle Mosche e degli Imam” (che si occupa della formazione per tutto il nord dell’Inghilterra), di professione avvocato nell’ambito del mercato immobiliare per una delle più grosse aziende del mondo nella sua sede di Leeds, città nella quale è anche senior imam nella moschea di Makkah.
Insomma, quello che si dice un musulmano moderato, integrato e assolutamente ben inserito, che gode appunto di ampia visibilità e credito.

Eppure, il suo discorso, in fondo, non si discosta troppo dalle insopportabili logiche giustificazioniste, ideologicamente tipiche della sinistra: “Non è per scelta che la grande maggioranza dei musulmani europei vive in enclavi sociali, piuttosto questa segregazione è soprattutto un prodotto dell’esclusione sociale ed economica“. “Gli stati europei”, aggiunge, “devono investire nei giovani musulmani, creare opportunità lavorative e portare prosperità nelle loro vite, attraverso una integrazione economica e sociale migliore. Questo non è per dire che i musulmani dovrebbero essere trattati con riguardo, piuttosto dovrebbero esser trattati allo stesso modo“.

Un po’ come dire: i terroristi sono un po’ suscettibili e reagiscono male, ma non hanno tutti i torti a odiarvi dal momento che li ghettizzate, li discriminate socialmente ed economicamente, non investite su di loro e non gli date lavoro e prosperità. E’ chiaro che, con una retorica del genere, difficilmente si può sconfiggere il terrorismo anche se, a ben guardare, non è una logica diversa da quella del nostro presidente Consiglio Mattarella, che per evitare lo scontento dei giovani arabi, propone di accontentarli con lo “ius soli”. Anche qui, il messaggio sottinteso è: potrebbero evitare di fare stragi ma, d’altra parte, c’è da capirli, visto che non gli diamo la cittadinanza appena arrivano. Le tesi, trite e ritrite, rimbalzano del resto anche su “Il Fatto quotidiano”, che in questa occasione cita Arturo Varvelli, “esperto di terrorismo dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale”, il quale afferma: “L’esclusione crea estremismo. Molti di questi ragazzi vivono ogni giorno in una situazione di esclusione. Da una parte, i jihadisti riescono ad attrarre le giovani menti vulnerabili, dall’altra ci sono le reazioni idiote di certe fazioni politiche che incitano all’odio e alla guerra contro i musulmani, facendo sentire questi giovani cresciuti in Europa ancora più esclusi dalla società in cui vivono“. Le reazioni idiote, chiaramente, sono quelle di chi valuta altre analisi, meno giustificazioniste e più concrete.

I neo-terroristi, in effetti, sono quasi tutti, appunto, “europei”, come sottolinea l’articolo di “The Independent”, dal titolo più che mai colpevole: “Ecco perché i giovani musulmani si uniscono all’Isis“. Quasi sempre sono integrati, vivono una vita se non lussuosa, quanto meno normale, al pari di tanti altri coetanei le cui famiglie sono europee da generazioni. Non è, quindi, né lo ius soli a fare la differenza, né lo sono le opportunità, dal momento che, da cittadini, hanno gli stessi diritti di tutti gli altri.

E, nel momento in cui Barcellona, col sangue ancora caldo delle vittime, urla il suo no al “razzismo”, nel momento in cui i media non si occupano d’altro che di propaganda “anti-razzista”, è assurdo insistere con le tesi auto-accusatorie che si replicano sempre identiche a se stesse: “[Occorre] intervenire sui fattori socio-economici e socio-politici, che sono anche i fattori principali dell’estremismo“, continua Qari Asim,”l’islamofobia, i livelli sproporzionati di disoccupazione, la discriminazione, la scarsità delle politiche abitative e gli svantaggi educativi sono usati come potenti strumenti dall’Isis per recrutare giovani frustrati che non hanno senso d’appartenenza”.

Insomma, è colpa nostra. Se vivono nei quartieri ghetto (come se gli italiani non lo facessero) è colpa nostra, se non sono tutti dottori e laureati (come se gli italiani lo fossero) è colpa nostra, se non si sentono accettati è colpa nostra, se si arruolano nell’Isis è colpa nostra. E non è tutto: guai a fare analisi alternative sull’Islam o rilevare un fattore importante nella religione di Maometto. Coerentemente con questa visione “socio-colpevolista”, infatti, l’islam, a quanto pare, perde ogni colpa e correlazione col terrorismo. A ben vedere, non c’entra proprio nulla. “Ci sono diversi fattori”, scrive ancora Asim, “che possono trasformare un giovane in un terrorista e alcuni di questi non esclusivi dei musulmani, perché l’Isis non recluta soltanto musulmani“. Insomma, con la definizione di Stato Islamico devono essersi solo un po’ confusi. E, a quanto pare, a nostra insaputa, accolgono anche gli infedeli (!).

Emmanuel Raffaele

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