TTIP: le rivelazioni di Greenpeace, lo stop della Francia. Ecco perché dire no

Ttip berlino 2

Parole forti contro il Ttip sono arrivate ieri niente meno che dal presidente della Repubblica francese François Hollande. «La Francia», ha spiegato, «è contro l’attuale contenuto del Trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti per questioni fondamentali del Paese come l’agricoltura, la salute e l’ambiente». «E’ per questa ragione che la Francia dice no al proseguimento degli attuali negoziati», ha aggiunto Hollande, a poche ore dalle rivelazioni di Greenpeace che, entrata in possesso di alcuni documenti riservati relativi ai negoziati, ha denunciato il pericolo rappresentato dal trattato per l’Europa.

In discussione, tra le altre cose, vi è la reciprocità d’accesso ai mercati pubblici e, nel complesso, un modus operandi da parte degli Stati Uniti che appare del tutto predatorio. «Il problema», aveva confessato d’altronde il dirigente del ministero dello Sviluppo economico Amedeo Teti, nel corso di un’audizione in Senato, «è che gli Usa non sono stati capaci di fare aperture all’Europa nemmeno in ambiti come gli appalti pubblici e i servizi». In poche parole gli americani, per favorire le esportazioni delle proprie merci (sulle quali infatti gli analisti, in prospettiva, prevedono incrementi maggiori di quelli europei), spingono sull’Europa per una gara al ribasso rispetto alle norme a tutela dei consumatori, ma rimangono invece molto attenti a tutelare i propri interessi, ad esempio la legge cosiddetta “buy american” che obbliga le aziende vincitrici di appalti ad usare prodotti per la metà statunitensi. E che non è l’unica, dal momento che durissimi limiti alle aziende straniere sono posti anche sull’acquisto delle compagnie aeree, la produzione di imbarcazioni, le bevande alcoliche, oltre ad altre limitazioni “minori” su un’ampia gamma di prodotti europei. Provvedimenti sacrosanti, che del resto portano alla luce una verità di fondo: il libero scambio piace agli Usa, ma il loro approccio non è per nulla ideologico. Prima gli interessi nazionali, poi, semmai, il libero mercato che, a quanto pare, non sempre è una manna dal cielo neanche per loro ed al quale, molto probabilmente, credono nella misura in cui gli garantisce una posizione dominante.

Qualche anno fa, in effetti, quando i negoziati erano ancora in fase embrionale, Tiziana Ciprini (M5S) evidenziava in una interpellanza parlamentare: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA». Come il Piano Marshall rimise in piedi l’Europa inondandola di prodotti e prestiti americani, così il Ttip non è certo l’ennesimo atto di generosità nei confronti del nostro continente. E quel che è bene, è che almeno questa volta la cosa è abbastanza esplicita. Ecco perché, secondo un sondaggio della Fondazione Bertelsmann, in due anni la fiducia dei tedeschi – pur campioni dell’export –  nel trattato transatlantico è scesa dal 55% al 34% e, addirittura, quella rispetto al libero scambio più in generale dall’86% al 56%. In Gran Bretagna, anche a causa della Cina, che produce da sola ben 860 milioni di tonnellate su un totale mondiale di 1665 milioni, inondando i mercati europei già in crisi, le più grandi acciaierie del paese stanno per chiudere i battenti. Altro omaggio del libero mercato. E poi ci si chiede perché i popoli cominciano a non poterne più e sono contro l’Europa che asseconda queste logiche. Persino gli statunitensi, una volta compreso che il libero mercato i vantaggi che ti dà prima o poi te li toglie, non ne sembrano più così affascinati, tanto che i sostenitori del Ttip sembra siano giunti ad appena il 15% degli intervistati (Limes). Addirittura, segnalava un’inchiesta di “Repubblica” l’anno scorso, il consiglio comunale di New York, guidato da Bill de Blasio, in sintonia con il deputato democratico Jerrold Nadler, annunciava: «Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio».

ManifestazioneLow-6Nel frattempo, come anticipavamo, Greenpeace Olanda ha pubblicato 240 pagine di documenti riservati, il cui contenuto non sembra però rinnovare più di tanto lo scenario intuibile dopo tre anni di trattative ed un ritardo di almeno un paio d’anni sulla prevista chiusura dei negoziati. Secondo Greenpeace, Usa e Ue stanno «creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante». «Nessuno dei capitoli che abbiamo visto», spiegano, «fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”». L’omissione sarebbe un indizio poco promettente, dunque, ma non è tutto: «Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato Ue», prosegue Greenpeace, «non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. Invece la richiesta Usa di un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli». In pratica, se in Europa, prima di vendere un prodotto, l’azienda deve provare l’assenza di rischi, negli Stati Uniti il prodotto viene venduto finché qualcuno non dimostri i rischi, magari dopo averne subito sulla propria pelle le conseguenze. E questo è quello che gli americani propongono di fare anche nel nostro continente. Gli Stati Uniti, inoltre, pretendono un accesso più semplice per i propri prodotti agrari in cambio dei vantaggi per l’industria europea delle automobili (o meglio, minacciando ritorsioni su di essa).

Le trattative, dunque, al contrario di quanto sostiene Greenpeace, si prolungano proprio a causa degli interessi divergenti, ma – su questo siamo d’accordo – non c’è da illudersi che gli interessi in campo siano quelli dei cittadini e non quelli delle lobby europee che hanno ovviamente un grosso ruolo nelle trattative, tanto quanto quelle americane. È scontro, intanto, sulle norme a tutela dei marchi pregiati dei vini europei, norme delle quali gli Usa farebbero volentieri a meno. E’ scontro sull’importazione della carne, dal momento che l’Europa non permette l’uso di ormoni come avviene invece oltreoceano. In ballo anche la questione ogm. Anche se il commissario al Commercio Cecilia Malmstrom tenta di rassicurare: «Nessun accordo commerciale ad opera della Ue abbasserà mai il nostro livello di tutela dei consumatori, o della sicurezza alimentare, o dell’ambiente. Non cambieranno le nostre leggi in materia di ogm, o sul nostro modo sicuro di produrre carne di manzo, o il modo di proteggere l’ambiente. Qualsiasi accordo commerciale potrà solo cambiare i regolamenti per renderli più forti». Non si capisce, dunque, perché trattare, se bastava chiedere agli Usa di adeguarsi ai nostri regolamenti. Sta di fatto che la firma del trattato, che doveva arrivare nel 2014 e poi nel 2015, probabilmente non arriverà neanche nel 2016 ed a pesare, oltre alle questioni già citate, ci sono anche le prossime elezioni del presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, altra questione posta più volte sul banco degli imputati ed ora ritornata è la trasparenza. Al punto che persino sulla politicamente correttissima “Repubblica”, Giampaolo Cadalanu ha commentato critico: «non è accettabile che il feticcio del mercato libero sia ancora venerato dietro porte chiuse a doppia mandata. Perché il diritto di far circolare liberamente le merci non può che valere anche per l’informazione». Persino dalle loro parti c’è chi ha definito lo scenario «preoccupante», anche in relazione all’atteggiamento statunitense, aggressivo e chiuso rispetto alle pretese europee. Uno dei pericoli, segnalava nel maggio scorso l’inchiesta di Federico Rampini citata poc’anzi, sarebbe anche «la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per annullare provvedimenti considerati discriminatori. Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi».

The European Union Delegation to the United States hosted a celebration event to mark Croatia's Accession to the EU at the Delegation's headquarters on July 1, 2013 in Washington, DC. (Photo by MomentaCreative.com)

Ma, detto questo, sbaglieremmo se facessimo credere che il problema sia la carne piena di ormoni che forse importeremo dagli Stati Uniti oppure i vini italiani copiati oltreoceano o gli standard di sicurezza sui prodotti meccanici. Sarebbe fumo negli occhi utile soltanto a nascondere la questione fondamentale, che è l’accordo in sé: volete oppure no un ulteriore passo avanti verso il mercato unico globale? Il punto è tutto qua e c’è poco da focalizzarsi sulle questioni tecniche e sugli accordi che l’Ue saprà raggiungere. In ogni caso, una volta raggiunti questi accordi, le barriere commerciali ancora esistenti non esisteranno più e questa area enorme di libero scambio includerà economie che pesano per circa la metà del Pil mondiale. Cosa vuol dire, in parole semplici? Ebbene, per spiegarlo, non c’è bisogno né di concetti difficili, né di partire da lontano, dai mestieri scomparsi perché sostituiti dai prezzi più convenienti della fabbricazione in serie in ogni campo, seppur anche questo rappresenti un anello dello stesso meccanismo. Basterà invece far caso alla realtà che vi circonda. Ad esempio, avete presente il cinema della vostra città che ha chiuso per la concorrenza insostenibile del multisala? Avete presente il negozio di generi alimentari che ha chiuso perché non reggeva il confronto con le grandi catene di supermercati? Avete presente quei campi incolti perché gli agrumi non viene più raccoglierli dal momento che importarli costa meno grazie ai vantaggi di una manodopera più economica altrove? O gli appalti per i servizi pubblici della vostra città, che ormai sono quasi sempre in mano a qualche multinazionale specializzata? Ricordate, insomma, l’economia locale, territoriale, fatta di piccola iniziativa privata e vantaggi da un punto di vista anche qualitativo? Ecco, è esattamente quel tipo di economia e di realtà – caratteristica, peraltro, del tessuto produttivo italiano – che un mercato sempre più grande tende a far sparire. E con il Ttip, chiaramente, le cose non possono che peggiorare in tal senso. Come in una vasca in cui i pesci sono sempre più grandi, non c’è speranza per i pesci piccoli in una vasca dove gli squali fanno razzia di tutto. E nonostante ci siano i numeri a confermarlo, basterebbe ragionare per capirlo. Anzi, proprio ragionare sulle cose, forse, potrebbe essere utile a sfuggire alla propaganda che vi riempie di numeri e stime sulla crescita. Il Pil aumenterà. Pare dello 0,5% su scala europea. Probabile. Ma di chi saranno i profitti? Si prevede che le esportazioni statunitense aumenteranno, più di quelle europee. Ma ancora una volta, ricordiamo il punto: vasca grande, pesci grandi. Come sempre di più accade sotto i nostri occhi, il mercato globale tende a trasformarci tutti in dipendenti di colossi economici spesso multinazionali, uccidendo l’iniziativa realmente “privata” in nome dell’economia di scala. E lo fa in nome di parole eleganti e “futuristiche” come efficienza, produttività, libero scambio. Un’efficienza ed una produttività, appunto, talmente alta che soltanto poche grandi aziende possono garantire, riducendo il libero scambio ad un club per pochi. Quando le trattative saranno concluse, i parlamenti dei 28 paesi coinvolti dovranno ratificare il trattato: siete sicuri di aver votato le persone giuste per fermare tutto questo? In caso contrario, la prossima volta che una grossa impresa delocalizzerà e licenzierà, la prossima volta che un piccolo esercizio commerciale chiuderà strozzato dalla concorrenza del grande magazzino, quando vi verrà in mente di aprire un’attività e vi renderete conto che quella libertà di farlo è solo teorica, ricordatevi che un po’ di colpa ce l’avete anche voi.

Emmanuel Raffaele, 4 mag 2016

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«TTIP»: OLTRE IL COMPLOTTISMO – Scure sulla piccola e media impresa

eu-usLA NOTIZIA è passata quasi inosservata su televisioni e giornali. Qualche flash ma nessun approfondimento, niente che crei consapevolezza su un trattato che darà vita alla più grande area di libero scambio al mondo: il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sta già scatenando i complottisti del web.

I complotti e i segreti, però, non sono poi così tanti.
«Portatori d’interesse» che «operano su base volontaria e gratuita», spiega il sito della Commissione Europea. Lobbisti, dunque che trattano per ridurre ulteriormente le barriere tariffarie ma, soprattutto, per ridurre le barriere non tariffarie. Normative e regolamenti statali che limitano o negano l’accesso al mercato di un prodotto proteggendo il mercato interno.

La discussione va avanti dallo scorso anno, col permesso del governo Letta. L’ultimo incontro a maggio, ad Arlington (Virginia, Usa), a ridosso delle elezioni europee. Usa e Ue, rappresentate da Dan Mullaney ed Ignacio Garzia Bercero, contano di concludere i lavori entro la fine del 2014, anche se molti parlano di fine 2015.
Al centro del dibattito: accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti materiali, energia e materie prime, misure sanitarie e fitosanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, imprese di proprietà statale.

Liberismo oppure no: i pro e i contro stanno tutti qui.
Non in qualche oscura misura che affamerà d’un tratto popoli e imprese, ma nel suo liberismo estremo: qui sta l’imbroglio del Ttip, che non è un punto di non ritorno come Gatt e Wto, ma è senz’altro l’ennesimo stadio della globalizzazione. È per questo che considerare l’accordo una sorta di «Nato economica», magari in funzione anticinese, come hanno fatto in molti, tra cui il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, vuol dire sminuirne il significato più ampio.

Usa ed Europa, spiega il dipartimento italiano dell’American Chamber of Commerce, «rappresentano circa il 50 per cento del PIL mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali» e con questo accordo «l’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 28,03 per cento (circa 187 miliardi di euro) mentre quello americano verso la Ue del 36,57 per cento (159 miliardi di euro)». In sintesi: più prodotti americani in Europa, maggiore concorrenza per le stremate imprese europee, ulteriori vantaggi soltanto per chi è già forte nelle esportazioni come la Germania, spinta al ribasso per salari e diritti in nome della produttività.

«Un’opportunità per tutti», titola Limes che però ammette: «Non va fatto troppo affidamento su queste stime, in quanto è molto difficile calcolare ex ante l’impatto di tale accordo», riferendosi alle stime ottimistiche che rimbalzano sui giornali di settore come il Sole 24 Ore. Sottolinea in effetti Il Manifesto: secondo «l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci […] gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3 per cento nel corso di un “periodo di transizione” di 10-20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13 per cento l’anno. Briciole».

Inoltre, «per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un  aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi». Infatti, «secondo i dati forniti dall’ Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento)».

Come volevasi dimostrare.

La risposta alle interpellanze parlamentari dell’ex sottosegretario – oggi vice-ministro – per lo sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stata piena soltanto di slogan. A rivolgersi al governo, nel novembre scorso, sono Luis Alberto Orellana, senatore ex Movimento 5 Stelle, e la «cittadina» Tiziana Ciprini, che argomenta in maniera raffinata: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA».

Si tratta insomma di gettare il nostro tessuto produttivo, formato da piccole e medie imprese, in mano agli squali multinazionali. Lo chiede l’Europa.
Fra parentesi: cosa si farà per la questione Ogm, consentiti negli Usa ma non qui da noi?

«Alcuni dei guadagni», spiega Michael J. Boskin, della Stanford University e già collaboratore di G. Bush, «possono andare a scapito di altri partner commerciali. Anche all’ interno di ogni Paese, nonostante gli utili netti, ci sono alcuni perdenti».
Il sospetto è che i perdenti non saranno di certo gli Usa, che i conti in tasca, al contrario nostro, sanno farseli bene. Liberisti che salvano banche di fatto stampando moneta, ben avviati verso la ri-manifatturizzazione con buona pace dei vantaggi comparati: «Il rimpatrio degli investimenti americani dalle aree un tempo considerate ad alto vantaggio comparato è già in corso e raggiungerà presto percentuali che vanno dal 20 al 35 per cento», osserva Confindustria in uno studio sul Ttip.
Il mercato degli appalti pubblici statunitensi, evidenziano del resto gli industriali, «è aperto alle imprese europee soltanto per poco più del 30 per cento, con regole diverse a livello federale e statale, un’applicazione non uniforme dell’accordo WTO sugli appalti pubblici, clausole “Buy American” ed altre restrizioni». Non che gli Usa non abbiano sottoscritto l’accordo Wto sugli appalti pubblici, ma ben «13 Stati non sono coperti da queste disposizioni e gli altri 37 lo applicano in maniera disomogenea».

Senza contare la normativa federale che «impedisce a compagnie aeree straniere di acquistare compagnie aeree americane», il «Jones Act» che «impedisce alle imbarcazioni non costruite negli US di operare tra porti americani», i dazi antidumping del 15,45 per cento sulla pasta italiana, il contingentamento per i formaggi di latte vaccino, il divieto di importazione di mele e pere dall’ Ue e di prodotti a base di carne bovina, le licenze speciali necessarie ai prodotti ortofrutticoli freschi, i dazi del 35 per cento sul tonno in olio d’oliva, le norme stringenti sui prodotti a base di carne importati dall’ Italia, il divieto di importazione di bevande alcoliche per operatori non statunitensi, i 18 Stati su 50 che esercitano monopoli vari, i dazi superiori al 20 per cento (in un complesso di  linee» che all’ 85 per cento sono comprese nella fascia tra 0 e 10 per cento) per la frutta secca, l’abbigliamento per bambini, il settore calzaturiero, i veicoli per trasporto merci, parte del settore dell’abbigliamento.

«Froci» col culo degli altri.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, giugno 2014