Boldrini a Londra: a lavoro per unione federale, gli stati nazionali sono il passato

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Londra – Con una retorica vuota degna del ‘miglior’ Renzi, il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, ieri al King’s College di Londra per il discorso annuale del “Jean Monnet Centre of Excellence”, in conferenza stampa schiva abilmente le domande sgradite. “L’Europa da settant’anni garantisce la pace”, assicura la Boldrini, dopo aver illustrato l’impegno suo e di tanti omologhi europei per ottenere una “unione federale di stati”.

“Presidente”, chiediamo, “proprio oggi sul Telegraph un ex ufficiale della marina britannica definiva un semplice ‘mito’ questo che lei ha appena espresso. Se il Piano Marshall ha portato la stabilità e la ripresa economica, la Nato ha monopolizzato la difesa militare, mentre da parte sua l’Europa non ha mai avuto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti che ci sono stati sul continente, dai Balcani alla questione cipriota e così via: non crede sia vero?”. Il presidente della Camera si scalda visibilmente e fa partire una supercazzola rabbiosa sulla funzione disgregante dei nazionalismi per poi concludere con una non-risposta che ignora apertamente la relazione causale tra gli eventi che era il punto cruciale della domanda. “Da settant’anni in Europa c’è la pace e questo è un fatto”.

Che la causa di questa pace sia l’Europa unita, evidentemente, è un dogma irrinunciabile. Ma, francamente, non speravamo di ottenere di più. Ciò che è invece molto chiaro è che la sinistra italiana non riesce più a nascondere il proprio ‘si’ alla globalizzazione tanto avversata un tempo: “in un mondo globalizzato, nessuno Stato è un’isola”, osserva la Boldrini, che si definisce “europeista non solo per romanticismo e per il sacrificio degli antifascisti negli anni Quaranta, ma anche per la convinzione profonda che sia “impensabile tornare agli Stati nazione”. “Vogliamo una sovranità condivisa”, afferma annunciando di aver invitato a Montecitorio per il prossimo 27 agosto i giovani federalisti europei, prima di una grande iniziativa all’insegna dell’europeismo che si terrà simbolicamente a Ventotene nei giorni successivi. Quanto al Brexit ed alle condizioni ottenute dal premier inglese Cameron a Bruxelles, la Boldrini si dice ovviamente speranzosa sulla permanenza del Regno Unito in Europa, ma osserva: “gli accordi raggiunti hanno delle conseguenze sulle garanzie dei lavoratori e ne limitano la libertà di movimento, perché i non-cittadini non avranno accesso agli stessi benefit dei cittadini, in contraddizione coi principi dell’Unione Europea”.

Che lo Stato sociale abbia un costo e che questi diritti non possano quindi essere estesi in maniera illimitata senza renderne nulla l’effettività e ingiusta l’applicazione sembra essere un problema che non sfiora minimamente la riflessione boldriniana. Così come l’idea che uno Stato possa avere il diritto di voler rimanere tale senza doversi per forza integrare ad un maxi-stato europeo, o il fatto che, dal momento in cui non esiste una vera e propria struttura di welfare su base europea (ovviamente), è ovvio che ogni Stato pensi e debba pensare ancora prima ai propri cittadini. Neanche la legittimazione democratica di un’eventuale federazione, del resto, sembra preoccupare il presidente della Camera, al di là di una consultazione online sui vantaggi e svantaggi di stare nell’Ue lanciata sul sito della Camera e che lascia il tempo che trova. “Il prossimo 22 maggio a Lussemburgo”, ricorda, “incontrerò i miei ventotto omologhi e spero che la dichiarazione [“Più integrazione europea”, ndr] sottoscritta il 14 settembre scorso con i miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ora condivisa dagli omologhi di dodici paesi, arrivi ad avere l’appoggio della maggioranza di loro”. Un obiettivo non lontano dal momento che, fa notare, mancano solo tre firme. Tre firme per imporre un’integrazione sempre più spinta, la scomparsa definitiva degli stati nazionali europei, nella distanza più totale della volontà dei popoli nel frattempo sempre più scettici sul conto dell’Unione Europea.

Il ‘progresso’ deve andare avanti e chi non è d’accordo lo diventerà, basterà spiegargli che chi è contro l’Europa fa “demagogia” ed è un pericoloso nazionalista. Facile no? Boldrini docet.

“Un’altra Europa è possibile”, ripete nel corso del discorso nell’aula magna del King’s College, stavolta davanti ad una platea più ampia di fronte alla quale non rinuncia a porre l’antifascismo come fondamento dell’utopia europea. Poi cita Salvemini, cita Spinelli e non rinuncia ad un tocco di sentimentalismo e colore (siamo o non siamo italiani!), mostrando al pubblico una giacca di salvataggio con riferimento alla crisi dei rifugiati ed alle stragi del mare avvenute nel Mediterraneo. E non sbaglia quanto meno nell’attribuire all’Europa la colpa di una cattiva gestione dell’emergenza “sulle spalle di pochi paesi, come l’Italia, la Grecia, la Germania e la Svezia”. Un po’ vaghi, invece, gli attacchi alla politica economica dell’Unione Europea, definita la “grande malata, che ha causato scontento e disamore” verso un’Europa che, così com’è, secondo la Boldrini, “non va bene”. La promessa che, nonostante tutto, l’Europa voluta da pochi alla fine si farà, tratta dai passaggi finali del “Manifesto di Ventotene”, chiude il suo intervento . Anche se in conferenza stampa e davanti ai microfoni Rai, non era mancata qualche dichiarazione sulla scelta dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola di utilizzare la pratica dell’utero in affitto per avere un bambino: “la nascita di un bambino va sempre accolta con amore”, aveva commentato inizialmente, salvo poi aggiungere: “ritengo sia una pratica inaccettabile qualora dietro questa pratica, attraverso un pagamento, si celi lo sfruttamento della persona”.

Emmanuel Raffaele, 1 mar 2016

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