Che succede tra Siria e Turchia? E che combina Trump? Ecco le risposte che cercavi

Nato a Milano nel 1978, appassionato di scherma e geologia, Paolo Mauri concentra ormai da tempo i suoi interessi su temi di geopolitica e armamenti e proprio questa sua passione lo ha portato negli anni a collaborare con il “Il Giornale”, “Il Primato Nazionale”, “Tradizione Militare” e, soprattutto, con “Inside Over”.
Scaturito nel 2014 da un progetto de “Il Giornale” inizialmente battezzato “Gli Occhi della Guerra”, “Inside Over” produce reportage e approfondimenti in italiano e in inglese attraverso centinaia di giornalisti e freelance in tutto il mondo.
Paolo Mauri, attento studioso e lucido analista dello scacchiere internazionale, è uno di loro e oggi, grazie alle risposte che ci ha gentilmente concesso, proveremo a capire cosa sta accadendo tra la Turchia, la Siria, gli Stati Uniti e i curdi, con uno sguardo alla strategia trumpiana e ai grandi competitor Cina e Russia.

Il 9 ottobre scorso, Erdogan annunciava l’operazione “Sorgente di Pace” per “combattere i terroristi di Daesh e le organizzazioni curde del Pkk e del Ypg”, considerate al pari dei terroristi. I media, però, hanno enfatizzato la complicità del presidente turco (già in passato accusato di aver dato una mano all’Isis) con alcuni gruppi di estremisti islamici. Da che parte sta la verità?

La Siria è un campo di gioco di attori diversi: Russia, Stati Uniti, Turchia, Iran, Arabia Saudita e altre petromonarchie del Golfo. Tutti questi attori hanno fomentato e sfruttato le divisioni etnico-culturali del popolo siriano, che sino alla guerra erano calmierate ma garantite dal regime di Assad, attento alle minoranze etniche e religiose, anche cristiane. In questo modo si sono venute a creare diverse milizie, sostenute dagli attori appena elencati.
Le milizie siriane filoturche (Sna, Syrian National Armi), di estrazione sunnita e in qualche modo riconducibili all’estremismo islamico (sebbene non propriamente organiche a Daesh o ad al-Nusra – la fazione siriana di al-Qaeda), operano da anni in Siria e, nel corso del conflitto, le alleanze sono state fluide: singoli e gruppi sono passati da un fronte all’altro a seconda delle contingenze e dei tornaconti.
Solo ora è possibile individuare una “linea rossa” nel fronte anti-Daesh, che vede organicamente dalla stessa parte Russia, Stati Uniti, Iran, i curdi e Damasco, ma negli anni passati, prima dell’intervento militare russo, gli Usa, nemmeno troppo segretamente, hanno appoggiato le milizie del Fsa (Free Syrian Army) contro Assad e qui, spesso e volentieri, si ritrovavano gli stessi miliziani dell’Is.

Che ruolo ha, nell’attuale scenario, il Free Syrian Army (Esercito Libero Siriano) che risponde all’opposizione anti-Assad?

Il supporto americano è ora meno diretto e, anche se non manca quello di Arabia Saudita e Israele, le milizie del Fsa sembrano in una fase di stallo, arroccate nella zona di Idlib, che condividono con le milizie qaediste (proprio dove è stato ucciso il califfo al-Baghdadi), e nella zona di confine con l’Iraq, in un’area circolare avente come centro il valico di frontiera al-Tanf.
Sicuramente, con la fine del sedicente Califfato di al-Baghdadi, le milizie del Fsa avranno un ruolo importante nel catalizzare gli estremisti islamici sconfitti e non è escluso che le due sacche di resistenza del Fsa, che vedono già la presenza di milizie legate ad al-Qaeda, possano fare da nucleo per una nuova minaccia terroristica organizzata, con il benestare del Sna e della stessa Turchia, che non disdegna di utilizzarle per contribuire all’instabilità di Damasco.
In tutto ciò, l’unico vero Paese tradito e aggredito è la Siria, che ha visto perdere, forse definitivamente, la propria integrità territoriale e non si tratta solo dell’operazione Sorgente di Pace, che è comunque la terza e ultima in ordine temporale. Dall’inizio del conflitto siriano, i curdi del Ypg/Pyd – legati al Pkk turco, che da decenni miete vittime innocenti con attentati in Turchia – hanno occupato un ampio settore della Siria nord occidentale che non è mai appartenuto loro: dal confine turco sino all’Eufrate.

In una ricostruzione che “curiosamente” riduce tutto alla solita solfa immigrazionista, Erogan avrebbe mosso guerra sostanzialmente per liberare un’area di confine interessata da un progetto da 27 miliardi di dollari, finanziata dalla Ue, per riportare in Siria milioni di profughi maldigeriti dalla Turchia, mettendo in tal modo anche in discussione l’identità curda dell’area. Anche in questo caso cosa c’è di vero?

Sicuramente una componente di verità c’è, ma è difficile pensare che Erdogan, che non è di certo uno sprovveduto o un fanatico, abbia imbastito ben tre operazioni militari nel nord della Siria in questi anni solo ed esclusivamente per poter riportare in Siria quasi tre milioni di profughi.
Questo progetto è del tutto secondario rispetto all’intento di mettere in sicurezza il suo confine meridionale eliminando la minaccia del terrorismo curdo: l’Ypg, il braccio armato del Pyd (il partito curdo siriano), attualmente è quello che fornisce appoggio logistico e armi per gli attentati dei curdi in Turchia – come quello, suicida, che ha provocato 37 vittime ad Ankara nel 2016 ad opera del Tak, un ramo del Pkk. Eliminare la presenza curda dai propri confini significa mettere fine ad una lunghissima stagione di terrore e dimostrare di essere internamente un leader forte: ricordiamoci che, nelle recenti elezioni amministrative, ad Istanbul il partito di Erdogan è andato in minoranza, battuto dal partito del kemalista Imamoglu.
La Turchia non è proprio quella che molti dipingono come une bieca dittatura.

E’ stata fatta trasparire una certa insofferenza di repubblicani e democratici americani (ma anche, ad esempio, di parte della sinistra italiana) nei confronti della scelta di Trump di abbandonare i curdi al proprio destino. Qual è la tua lettura?

Per i progressisti di qua e di là dell’Oceano qualsiasi cosa faccia Trump è sbagliata. In realtà Trump sta solo mettendo in pratica quanto ha detto nel suo programma elettorale. Ricordate “America First”? Significa disimpegno da quei fronti non vitali pur mantenendo il ruolo di potenza globale: muoversi per Schwerpunkt [punto cruciale, ndr] e non pensare di correre ovunque, come dei gendarmi, ad ogni occasione.
Gli Stati Uniti non intendono abbandonare il Medio Oriente a sé stesso o alla Russia. Sarebbe una catastrofe politica. Però hanno capito che alcune battaglie è meglio che le combattano altri, come stanno facendo anche in Libia ad esempio, ormai considerata un fronte secondario ed un affare “europeo” (cioè, purtroppo per noi, solo francese).
Abbandonare i curdi rientra perfettamente in quest’ottica: l’Is non c’è più, perché quindi continuare a mantenere truppe e finanziare qualcuno per una battaglia che è terminata? Ci cono i russi e c’è la Turchia (che fa parte della Nato) per il controllo del radicalismo islamico, per lui va bene così, e le prossime elezioni gliene daranno atto: al popolo piace quello che sta facendo.

Vedi discontinuità nella strategia dell’attuale amministrazione americana rispetto a quella dei suoi predecessori?

I mille soldati americani rimasti in Siria, dopo il primo ritiro avvenuto a dicembre scorso, sono solo stati spostati in Iraq a guardia dei campi petroliferi del nord, proprio nel Kurdistan iracheno. Il bilancio totale del numero delle truppe americane in Medio Oriente negli ultimi sei mesi è perciò invariato.
Ma la strategia generale di Trump in realtà è molto differente da quella dei suoi predecessori: si tratta di alzare il livello dello scontro ma tenere aperti tutti i canali di dialogo, anche al di fuori della diplomazia ufficiale. Il presidente Usa è un imprenditore, uno che è abituato al contatto personale, e così sta facendo anche alla Casa Bianca.
La tattica è quella che ho chiamato “carta coreana”, dal suo primo utilizzo nella crisi con la Corea del Nord: mostrare i muscoli, con l’invio di assetti militari e una retorica cruda e belligerante, ma aprire le porte ai patteggiamenti. Ha funzionato, sebbene la situazione si sia cristallizzata, con Pyongyang, e sta funzionando con Teheran. I prossimi saranno Pechino e Mosca, sebbene con modalità diverse dati i soggetti.
Trump non ha mai inviato cacciabombardieri (o droni, come Obama) a bombardare i suoi avversari (il caso siriano è diverso e riguarda le presunte armi chimiche), sebbene abbia minacciato di farlo: è proprio questa la novità.

Se gli Usa non hanno abbandonato l’area, sembra vero però che Trump, nonostante una più accentuata vicinanza ad Israele, risponda ad una visione che giudica insostenibile economicamente e militarmente la pretesa “imperiale” americana che ne ha finora guidato la politica estera. Del resto, il pericolo cinese, sembra costringere a difendersi prima di tutto a “casa propria”. L’America di Trump è un impero sconfitto o la risposta ad un mondo multipolare?

L’America di Trump non è né sconfitta né in declino. È un’America in cambiamento che non ha abbandonato la via imperiale ma l’ha ridimensionata evitando di voler essere i gendarmi del mondo ad ogni costo. La sfida è appunto quella del mondo multipolare dove la Cina, ancor più che la Russia, si candida a essere il contraltare degli Stati Uniti appena avrà sufficienti capacità di proiezione di forza delle proprie forze armate (e succederà nei prossimi 10 anni).
Il pericolo cinese ha spinto gli Stati Uniti di Trump ad una nuova corsa gli armamenti, a stracciare il Trattato Inf e a responsabilizzare gli alleati della Nato: Trump ha detto sostanzialmente che l’America dovrà pensare a sé e che gli altri, se vogliono continuare a far parte del club, devono diventare soci paritari e smettere di contare sempre sui mezzi americani.
Del resto, è anche vero che l’aumento delle spese per la Difesa dei Paesi membri della Nato, il famoso 2% del Pil, è caldamente sollecitato da Washington in modo tale che i suddetti Paesi comprino armi americane, tanto che in un paio di occasioni ha espresso violente proteste perché la Germania, oltre a non aumentare le spese come ci si aspetterebbe dalla maggiore economia europea, non vuole nemmeno comprare armi made in Usa. La questione meriterebbe un approfondimento a parte.

Risultati immagini per putinErdogan ha snobbato Trump (dicono abbia anche stracciato la sua lettera) e ha invece accettato la mediazione di Putin, che sembra aver registrato l’ennesima vittoria facendosi da garante. La guerra è davvero finita e chi ha vinto?

Non esiste la parola fine in politica estera e in questo caso non esiste la parola fine a una guerra che non è mai stata dichiarata. Trump sa che non può perdere la Turchia, che si è avvicinata molto alla Russia a seguito del tentato golpe del 2016, e ha ancora molte carte da giocare: per un Paese in via di sviluppo con velleità da potenza regionale come la Turchia, il rapporto con gli Stati Uniti è ancora fondamentale, al di là del fatto di condividere la presenza nella Nato, che significa avere basi alleate e Usa sul proprio territorio. Personalmente ritengo che uscire dalla Nato sia nei piani di lungo termine di Erdogan, ma non credo che entri in orbita russa: non le conviene e la Russia non ha nulla da offrire alla Turchia politicamente parlando.
L’industria dell’energia atomica, che servirà al Paese per il suo sviluppo, è un altro paio di maniche.
Se proprio vogliamo trovare un vincitore direi che vince Putin mediaticamente e politicamente, ma vince anche Trump perché si è levato da un ginepraio, quello siriano, e ha mantenuto le sue promesse elettorali pur non abbandonando il Medio Oriente, anzi, se possibile, aumentando la presenza altrove, dove gli serve di più.

Le aree curde sotto attacco fanno parte della Siria e sono state difese dall’esercito regolare siriano, nonostante i rapporti non proprio ottimali con i curdi, poco graditi a tutti gli Stati nei quali si estenderebbe il cosiddetto Kurdistan che sembra non poter mai vedere la luce. Qual è il loro futuro e il futuro dei curdi in Siria, in un’area in cui la sovranità sembra comunque un po’ incerta?

Il Kurdistan come Stato indipendente non vedrà mai la luce. L’unica speranza per il popolo curdo è superare le divisioni politiche, abbandonare la lotta armata, emarginando le fazioni estremiste di stampo marxista come l’Ypg/Pyd, e cercare più autonomia locale in seno agli Stati nazionali già esistenti, come sta avvenendo in Iraq.

Pochi anni fa, Putin – che oggi fa da intermediario fidato – portava alla luce in sede Onu le prove dei contatti tra Turchia e Isis e non è passato molto tempo da quando gli americani venivano accusati da Erdogan di aver sostenuto il tentativo di colpo di stato. Tu suggerisci spesso di uscire dalla logica amico/nemico quanto si parla di geopolitica: quanta politica c’è in realtà nella geopolitica? E cosa pensare della Turchia?

Trovare il bandolo della matassa è difficile e diventa impossibile se si rimane invischiati in un’ottica manichea di “buoni da una parte e cattivi da un’altra”. Dovremmo cercare di guardare con occhio critico a quanto succede altrove scevri da partigianerie di sorta, ma avendo fermamente in testa cosa sia utile per noi come Paese, come nazione. Si può dialogare con la Russia e con la Cina restando alleati degli Stati Uniti, e si può e si deve battere i pugni coi propri alleati quando questi agiscono contro i nostri interessi.
Un Paese sovrano deve poter agire in funzione del proprio interesse, e per farlo deve non solo essere credibile politicamente, quindi avere governanti degni di tal nome, ma anche credibile materialmente, e solo due cose possono dare questa credibilità: un complesso militare efficiente ed efficace e una capacità di utilizzare il soft power in modo coordinato e “scientifico”, con un progetto di ampio respiro in aree del globo che, benché lontane, ci riguardano da vicino.
Il concetto di “Mediterraneo allargato” in questo senso è fondamentale, ma la politica fa fatica a recepire il messaggio che militari e analisti hanno compreso da tempo.
Per quanto riguarda la Turchia non possiamo trincerarci dietro una sterile e partigiana condanna tout court per l’attacco ai curdi, ma pensare, se vogliamo cinicamente, che la Turchia è un partner commerciale, ma ancora di più è un ponte tra Europa e Medio Oriente, e che siamo storicamente legati alle sorti di Ankara perché condividiamo lo stesso mare; dovremmo pensare che la nostra vocazione talassocratica, mediterranea, vada ripresa proprio guardando a oriente riallacciando i legami con quei Paesi emergenti che cercano di diventare potenze regionali grazie alla fine del mondo bipolare caratterizzato da blocchi contrapposti: penso anche all’Iran, non solo alla Turchia. Questa è la geopolitica che dovrebbe interessare alla politica.

Intervista a cura di Emmanuel Raffaele Maraziti

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