«Copyright» sulla fame: i rischi delle coltivazioni Ogm

1 ogmSecondo il Consiglio di Stato (delibera del 19 gennaio dello scorso anno) il mais Ogm può essere coltivato senza bisogno di attendere altre norme. Il governo, però, attraverso il ministro Zaia, riferiva poco dopo di poter ostacolare la sentenza dal momento che «il procedimento in questione è connesso a un iter normato dal decreto legislativo 212/2001 che stabilisce il previo parere di una Commissione tecnica la quale, non avendo a disposizione le prescrizioni tecniche sulla modalità di coltivazione delle colture Ogm ancora in corso di definizione, difficilmente esprimerà un parere positivo». Ma qual è il regolamento in proposito? Il Protocollo di Cartagena, strumento internazionale volto a tutelare i paesi dai rischi delle colture Ogm, non ne vieta la coltivazione ma stabilisce precise misure di prevenzione che ogni paese importatore può adottare per limitarle o impedirle

Gli Ogm, infatti, sono Organismi Geneticamente Modificati, potenzialmente del tutto identici in apparenza rispetto ai normali prodotti biologici. La differenza è che, attraverso particolari tecniche di ingegneria genetica, a questi organismi (prodotti alimentari, ma anche organismi animali!) vengono ‘passati’ geni di altri organismi, vegetali o animali, per risolvere alcuni inconvenienti: difendere i prodotti dal freddo, dai batteri, dai parassiti, dagli erbicidi, ma anche per permettere la coltura di alcuni prodotti in terreni dove non sarebbe possibile farlo, come nei deserti o in terreni troppo ricchi di sale. E’ su questi punti che battono i sostenitori degli Ogm, presentandoli come la soluzione al problema della fame nel mondo e, magari, della desertificazione, mentre gli oppositori, di destra e sinistra, passano ormai per nostalgici dell’aratro a buoi!

Teniamo però presenti alcuni fattori: innanzitutto gli Ogm possono essere brevettati. Le sementi utili a far crescere tali prodotti hanno infatti una sorta di copyright, per cui la riproduzione è vietata ed i contadini devono comprare i semi ogni anno. Non possono essere riutilizzati per il nuovo raccolto come con le colture normali. Ma c’è di più: «dal 2007 la Monsanto, insieme al governo Usa, ha brevettato su scala mondiale sementi «Terminator», ossia che commettono suicidio dopo il raccolto: una scoperta che chiamano, senza scrupoli, «Genetic Use Restriction Technology», ossia volta a ridurre l’uso di sementi non brevettate. La estensione di sementi geneticamente modificate – ossia di cloni con identico corredo genetico – è ovviamente un pericolo incombente per le bocche umane: una malattia distrugge tutti i cloni, ed è la carestia». Questo è quanto, nelle parole del giornalista Maurizio Blondet.

Ma ancora più immediato è il pericolo che la produzione agricola sia concentrata nelle mani di poche aziende. Stando al 2008, infatti, il 49% di questi brevetti appartenevano a due sole società: Monsanto e Basf, due ditte che insieme a poche altre si «affannano a brevettare praticamente tutte le varietà naturali». La Monsanto è la stessa multinazionale che ha commercializzato il Posillac, prodotto pensato per far produrre più latte alle mucche ma che si rivelò ben presto tossico e dannoso sia per gli animali che per l’uomo. Allo stesso modo produsse gli erbicidi (Agente Arancio) che l’esercito statunitense usò durante la guerra in Vietnam, provocando 50.000 casi di difetti congeniti e centinaia di migliaia di casi di cancro. Ma non sono soltanto i brevetti a farci dubitare. Il punto, infatti, è prima di tutto scientifico. Ancora Blondet spiega che: «nel libro Roulette Genetica, distribuito l’anno scorso ai membri del congresso Usa, Jeffrey M. Smith, l’autore, documenta 65 seri pericoli per la salute dovuti ai prodotti Gm, compresi analoghi danni alla fertilità causati da grano e soia Gm. La prole di topi nutriti con soia Gm mostra un aumento di 5 volte di mortalità, peso inferiore alla nascita, incapacità alla riproduzione. Topolini maschi nutriti con soia Gm mostrano le giovani cellule spermatiche danneggiate. […] Molti agricoltori americani riferiscono di problemi di sterilità o fertilità in maiali e mucche alimentati con diverse qualità di sementi Gm. Negli ultimi due mesi inoltre, degli investigatori hanno documentato, fra i bufali alimentati con semi di cotone Gm in India, problemi di fertilità, aborto, nascite premature ed altri seri problemi sanitari, inclusa la morte».

ogm_topoLa realtà, insomma, è che si sta scherzando col fuoco e che nessuno è veramente cosciente di tutte le conseguenze che, a lungo termine, potrebbero portare le coltivazioni Ogm, tant’è che l’Efsa (European Food Safety Autorithy) è costantemente al lavoro per valutarne l’impatto ambientale. Analoga incertezza la si registra nella valutazione del rischio del consumo di carne derivante da animali nati in seguito a clonazione. In proposito, infatti, l’organismo, istituito in attuazione della direttiva 2001/18/CE ed il cui ruolo è definito dal regolamento n. 1829/2003, afferma: «dai dati osservati è emerso che il benessere sia della madre surrogata che di una quota significativa di cloni risente di effetti dannosi sulla salute. […] si è riscontrato che la salute e il benessere di una proporzione significativa di cloni, principalmente durante il periodo giovanile per i bovini e il periodo perinatale per i suini, sono stati influenzati negativamente, spesso in modo grave e con esito fatale».

Del resto è sempre l’Efsa a spiegare che: «le incertezze nella valutazione del rischio emergono a causa dell’esiguo numero di studi disponibili, delle ridotte dimensioni dei campioni esaminati e, in generale, per l’assenza di un approccio uniforme, che consentirebbe invece di affrontare in modo più soddisfacente tutte le problematiche inerenti al parere». Pochi casi di studio e troppo poco tempo per valutarne correttamente l’impatto. Come nel caso delle coltivazioni Gm dalle quali eravamo partiti. L’impatto da valutare, in questo caso, riguarda un ampio spettro di situazioni connesse, come spiega la stessa Efsa: «la persistenza e l’invasività della pianta Gm, considerando il possibile trasferimento dei geni da pianta a pianta; la probabilità e le conseguenze del trasferimento di geni dalla pianta ai microorganismi; la potenziale evoluzione della resistenza negli organismi bersaglio; i potenziali effetti sugli organismi non bersaglio; i processi biogeochimici come i cambiamenti nella composizione del terreno, nonché il potenziale impatto delle tecniche di coltivazione, gestione e raccolta della piante Gm». All’esame, infine, è anche la verifica dell’allergenicità delle colture Ogm, verifica che va fatta caso per caso, dal momento che «non esiste un singolo test per valutare l’allergenicità di un alimento o mangime Gm» (Efsa).

Su tutto ciò vige l’incertezza, ma i poteri forti, nonostante tutto, spingono per la liberalizzazione, per cui state in guardia, informatevi e passate la voce!

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, luglio 2011

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