Regno Unito, così le aziende aggirano l’aumento del salario minimo

140521-osborne_0Nei giorni scorsi se ne era già occupato “The Guardian”, ma la protesta sta progressivamente interessando la politica e molti hanno già iniziato ad attaccare il governo, che non avrebbe fatto abbastanza per garantire effettività all’incremento del salario minimo nazionale in vigore da questo mese. Il deputato laburista Joan Ryan, ad esempio, ha proposto al premier Cameron di multare le aziende che aggirano deliberatamente l’aumento della paga minima oraria voluta dal ministro delle finanze britanniche George Osborne. Ma misure simili sarebbero forse difficili da praticare.

La polemica, nello specifico, nasce dopo che molte grandi imprese hanno provveduto a disinnescare gli aumenti tagliando alcune voci di spesa relative ai propri lavoratori. Ad esempio, la catena di supermercati Waitrose, che pure ha smentito la relazione con il passaggio dai $ 6,70 ai £ 7,20 orari introdotti dalla nuova legge, ha smesso di pagare doppie le domeniche lavorative e ridotto le tariffe per gli straordinari. Iniziative più o meno simili sono state registrate presso i supermercati Tesco, Morrisons, ma anche presso i grandi marchi legati alla vendita di strumenti per il “fai da te”, oggetti per la casa, arredamento, come B&Q, Wilko e Dunelm.

Le “cleaner” inglesi che forniscono servizi a società come la Carillion, invece, si sono ritrovate con circa £ 40 in meno in busta paga a causa di improvvisi tagli orari.

Nel frattempo Caffè Nero, la catena di coffe shop britannica che si ispira allo stile italiano, ha optato per il taglio sui benefit, mettendo fine alla politica per cui ogni dipendente aveva diritto ad una consumazione gratis nel caso di turni superiori alle sei ore ed introducendo, al suo posto, uno sconto extra sui prodotti consumati.

Anche aziende di altri settori, comunque, stanno agendo variamente per affrontare l’incremento di spese, come John Lewis ed Asda, che hanno chiuso alcune mense aziendali.

Tutto ciò, nonostante Osborne abbia annunciato un taglio alla “corporation tax” che, dal 28% del 2010, dovrebbe arrivare al 17% nel 2020, con un risparmio di ben 15 miliardi per le aziende, le quali hanno evidentemente scelto, come al solito, di tenersi per sé l’intero gruzzolo.

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