“Ma Loute”, una satira nichilista e surreale sulla lotta di classe

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«Ma Loute», lotta di classe cannibale”. Il Manifesto l’ha vista così. Una verità perlomeno parziale. Del resto, si è scritto tanto sull’ultima pellicola di Bruno Dumont, ma tanto altro ci sarebbe ancora da dire su un’opera ricca di significati tutti, però, impliciti. Di certo c’è che questo film sui generis non si può comprendere senza immaginare una tela surrealista. “Abbandonata la chiave mistico-autoriale degli esordi, Dumont sembra voler bissare il successo della miniserie ‘P’tit Quinquin’ (inedita in Italia) accentuandone il carattere farsesco e fumettistico. Stavolta però rischia di perdere il senso della misura. Il «giallo» svapora tra la recitazione caricaturale degli attori, tra miracoli, levitazioni e sberleffi vari”, ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere. “Una comicità aggressiva che costringe gli attori a recitare come marionette impazzite ma esauriti il divertimento e la fascinazione iniziale finisce per sfondare solo porte aperte”, ha osservato Fabio Ferzetti sul Messaggero. Non siamo tuttavia certi che siano queste le obiezioni da muovere al film, uscito nel 2016 e presentato in concorso al Festival di Cannes. Come dicevamo, infatti, è impossibile, appropriarsi delle chiavi di lettura di “Ma Loute” facendo riferimento alla sua “comicità aggressiva”, al “carattere farsesco e fumettistico”, ma ignorando il surrealismo d’inizio Novecento, che si muove piuttosto sul piano del sogno e dell’inconscio. Un assurdo che, in quest’ottica, diventa normale e dà vita ad un esperimento curioso anche per il suo esser fuori tempo.

Dumont non ha alcuna intenzione di far ridere sul serio. La sua comicità è goffa, scontata, assurda appunto. Tutto avviene sul piano di un’irrealtà onirica e, non a caso, su uno sfondo noir. È una comicità di contrasto. Di contrasto con una realtà che filtra attraverso gli episodi di cronaca da film giallo, con le sparizioni ed il terribile segreto che nascondono, e l’ambientazione “verista” del mondo povero e terribile dei pescatori. La lotta di classe è, più che altro, nell’incomunicabilità tra i due mondi e nell’incontrarsi soltanto nei meandri oscuri del lavoro servile e del crimine. Se da un lato c’è un mondo borghese finto, abitato da maschere di inetti e debosciati incestuosi, rappresentato attraverso una goffaggine parolaia, cerimoniosa ed istrionica che, forse, sarebbe comica in altro contesto, dall’altro, proletariato e sottoproletariato, al contrario, comunicano attraverso i silenzi e gli sguardi ed il loro aspetto è molto più reale, fino ad essere terrificante. In questo mondo non ci sono maschere e le brutture non vengono nascoste dalle apparenze. Tutt’altro.

ma-loute-2-kucg-835x437ilsole24ore-webDue mondi che non solo comunicano con lo spettatore in maniera differente e parallela, ma non comunicano neanche tra loro. Difficilmente, nei 122 minuti del film, si incontrano personaggi dei due mondi che dialogano (alla donna di servizio è addirittura fatto divieto di parlare con i padroni). Persino quando le due famiglie al centro della storia, quella povera di Ma Loute Brufort e quella ricca dei Van Peteghem, sono costretti ad un faccia a faccia, il dialogo rimane praticamente assente. È un film che rimanda alla lotta fra le classi, certo, ma che il regista la racconti secondo paradigmi già noti non è così scontato. Se il mondo borghese e capitalista è formato da macchiette ridicole, da profili privi di profondità psicologica che appiattiscono (somatizzandolo) su un materialissimo piano orizzontale persino un inconscio che cela segreti e perversioni inconfessabili, rifugiandosi tutt’al più in una spiritualità che è moralismo di facciata, folklore e forma esteriore, i rappresentanti del proletariato, invece, sono omertosi, infidi e cannibali. Un cannibalismo che richiama molto chiaramente ad un simbolismo di natura sociale, senza però costringerci ad una lettura “buonista” del bisognoso costretto al crimine dalla fame. Traspare, piuttosto, una natura che qualcuno ha giustamente definito “ferina” e che si ritrova, in un film in cui nulla è messo lì per caso, nella fastidiosa ed eccessiva litigiosità di Ma Loute e dei suoi fratelli, nella banalità istintiva della loro cattiveria, nell’esprimersi male (Ma Loute ha un difetto di pronuncia che provocherà l’ilarità della famiglia borghese) e, come notavamo, molto poco, quando non attraverso grugniti e sputi. Il loro aspetto, del resto, è animalesco e persino la scelta degli attori – volti noti come Valeria Bruni Tedeschi nel caso della famiglia borghese, sconosciuti non attori nel caso della famiglia di pescatori – viene utilizzata dal regista per marcare le distanze tra una classe immeritatamente dominante e degenerata ed un “terzo stato” pronto a sbranarla.

L’unico avvicinamento tra i due mondi, il flirt tra Ma Loute e Billie Van Peteghem, il ragazzino borghese con tratti marcatamente femminei, che ama travestirsi da donna, appare attratto dal mondo del giovane pescatore e lo seduce per forza di cose attraverso l’inganno, si rivela d’altronde fallace e disastroso negli esiti. Alla fine, tra le braccia di Ma Loute troviamo la donna di servizio della famiglia di Billie. Le due classi persistono nella naturale inconciliabilità ed, anzi, anche la ragazza in questione, fino a quel momento apparsa sempre nel contesto della famiglia borghese dei Van Peteghem, svela definitivamente il suo sentimento di classe unendosi al suo simile del quale si rivela complice nelle sue terribili trame. Billie, unico corpo che appare parzialmente nudo, unico personaggio a non sembrare una maschera pur ricorrendo esplicitamente al travestimento, è probabilmente l’autentico protagonista del film, filtro impotente tra i due mondi, la cui identità sessuale incerta e lo scandalo che ne deriva è senz’altro chiave di volta, ma potrebbe benissimo avere una valenza del tutto simbolica indipendente dalle questioni di genere.

ma-loute-1In tutto questo contesto, il personaggio senz’altro più goffo, col suo peso eccessivo e la sua inefficienza, è sicuramente il commissario Alfred Machin, che segue fin dall’inizio il caso delle sparizioni e che rimane inutilmente al centro della vicenda fino alle clamorose scene finali (“mi gonfio perché non scopro niente”), mostrando di essere riconducibile – attraverso i suoi atteggiamenti e gli atteggiamenti dei borghesi nei suoi confronti – ad un mondo borghese pomposo, formale e poco pratico, del tutto distaccato dalla realtà.

Quella di Dumont non è comicità assurda e un po’ noir, è satira. Un’opera originale a cui non si può certo rimproverare la fotografia, complici i silenziosi ed ameni paesaggi costieri della Francia settentrionale, né la scelta delle musiche. E se qualcuno ha scritto che il film si apprezza inizialmente per le sue trovate sorprendenti, per poi lasciare un po’ l’amaro in bocca per il suo ripetersi, la realtà è che, semmai, è vero il contrario, dal momento che, allo spettatore ignaro, il film può, in prima battuta, apparire quel che non è, rivelandosi soltanto col trascorrere delle scene in tutti i suoi aspetti simbolici. È un film la cui lentezza fa parte del gioco, ma non infastidisce troppo grazie ad una sceneggiatura leggera. E sì, forse è vero, si avverte qualcosa di eccessivo e, al tempo stesso, una qualche carenza. Quanto agli eccessi, si tratta certamente della recitazione e della costruzione troppo teatrale delle scene, elemento di disturbo dall’effetto però ricercato e garantito. Quanto alle carenze, ci si riduce ad un semplice fatto: è un film “cervellotico” che lascia poco spazio all’emozione – che siano il riso, la rabbia, la tristezza, la paura, l’entusiasmo o la gioia – e va interamente “pensato”. I suoi pregi ed i suoi difetti son tutti qua. È una satira allegorica, nichilista, sulla lotta di classe che però ti riporta fuori dalla sala per nulla diverso da quando eri entrato. Non aggiunge nulla, non toglie nulla. Non suscita rabbia né tristezza. E questo può esser un gran difetto per un film.

Emmanuel Raffaele, 25 set 2016

 

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