
Gran parte della destra occidentale è sempre rimasta ambigua sul tema del laicismo. Ma negli Stati Uniti, laddove la situazione di partenza è una religione che ha sempre conservato una forte influenza nella sfera pubblica e nella politica, si è ormai andati oltre.
In effetti, il rally dedicato a Charlie Kirk – con merchandising in vendita e fuochi artificiali costa definirlo cerimonia commemorativa – ha messo definitivamente in evidenza un paio di cose su cui vale la pena riflettere: la radicalizzazione religiosa in corso negli Usa ed il paradosso identitario implicito nella pretesa di difendere l’Occidente basandosi sul fattore religioso. E questo, purtroppo, non è solo un problema americano.
RELIGIOSITA’ ISTITUZIONALE E “RELIGIONE CIVILE” NEGLI STATI UNITI
Riguardo al primo punto, è doveroso osservare che la cultura statunitense ha sempre unito una certa spregiudicatezza negli affari, la superiorità tecnologica e militare (che per lungo tempo ne hanno fatto il faro della modernità), con una particolare religiosità istituzionale.
Il lascito dei Padri Pellegrini, i puritani inglesi che diedero inizio al processo di colonizzazione culminato nella fondazione degli Usa, non è mai stato accantonato.
Il mito della “città sulla collina”, lanciato nel 1630 da John Winthrop, nel suo viaggio verso il Nuovo Mondo, poneva già le basi dell’eccezionalismo americano, quella missione civilizzatrice fondata sulla presunta superiorità statunitense che prende il via da convinzioni prettamente religiose. Fondatore della città di Boston ed autorevole guida nel processo di formazione della confederazione del New England, Winthrop è l’esempio della concezione teocratica e conservatrice che informò le prime colonie statunitensi, giunto negli Usa proprio con la missione di fondare una città retta dalla legge divina.
A conferma di questa pretesa “alleanza speciale” con Dio, ancora oggi abbiamo il Pledge of Allegiance (il giuramento di fedeltà alla bandiera) che, a partire dal 1954, recita la famosa formula “One nation under God” (“una nazione al cospetto di Dio”). Oppure il motto nazionale, “In God we trust” (“In Dio noi confidiamo”), reso ufficiale nel 1956 e presente anche sulle banconote americane. Ma anche lo stemma nazionale che, sul rovescio, presenta la famosa piramide con l’occhio della Provvidenza in cima e il motto “Annuit coeptis” (“Dio favorisce/approva le nostre imprese”).
Seppur il primo emendamento impedisce l’adozione di una religione di Stato, il secolarismo non ha mai preso il sopravvento sulla democrazia americana, come ci ricorda del resto il suono tanto familiare quanto bipartisan del “God Bless America” nei discorsi politici o il “So help me God”, che ha fatto spesso la sua comparsa nei giuramenti presidenziali.
D’altronde, la Bibbia è il testo su cui – pur senza obbligo di farlo – hanno giurato tanti presidenti al loro insediamento, mentre la stessa cerimonia prevede spesso momenti religiosi e addirittura la benedizione di pastori o leader cristiani – entrambe le cose sono avvenute tanto con Obama quanto Trump, per fare un esempio.
Come se non bastasse, l’insediamento è seguito da una cerimonia teoricamente inter-religiosa – il National Prayer Service – che risale a Geroge Washington, si tiene nel giorno successivo all’insediamento ed è celebrata, fin da Roosevelt, nella cattedrale di San Pietro e Paolo. E forse non tutti sanno che, tanto il Congresso quanto il Senato degli Usa, da sempre, eleggono un cappellano che ha tra i suoi compiti quello di aprire i lavori delle due assemblee con una preghiera – per la cronaca, tutti i cappellani eletti finora erano cristiani e, quasi sempre, protestanti (solo nel 2000, per la prima volta, un cattolico), mentre rappresentanti di altre religioni sono stati invitati occasionalmente.
Abbiamo inoltre, fin dai tempi di Truman (1952), il National Day of Prayer, proclamato annualmente dal presidente (qui l’esempio del proclama di Biden nel 2024), formalmente inter-religioso ma culturalmente dominata dall’evangelismo protestante – esiste anche una National Day of Prayer Task Force legata al movimento protestante che organizza eventi in tutto il Paese. E poi, ancora, abbiamo il National Prayer Breakfast, nato nel 1953 sotto Eisenhower, che si svolge a febbraio e riunisce il Presidente, membri del Congresso, leader religiosi e ospiti da tutto il mondo – anche qui predomina il soft power evangelico.
Negli Usa, persino le udienze della Corte Suprema iniziano con la formula “God save the United States and this Honorable Court” (“Dio salvi gli Stati Uniti e questa Onorabile Corte”). Senza contare il Thanksgiving, festa nazionale per eccellenza, la cui prima proclamazione, per volontà dello stesso George Washington nel 1789, iniziava così: “E’ dovere di tutte le Nazioni riconoscere la provvidenza di Dio Onnipotente, obbedire alla sua volontà, essere grati per i suoi benefici”, segnalando e accogliendo inoltre l’indicazione di entrambe le camere del Congresso che avevano richiesto esattamente “di raccomandare al popolo degli Stati Uniti un giorno di ringraziamento pubblico e di preghiera da osservare riconoscendo con cuore grato i numerosi favori di Dio Onnipotente, in particolare offrendo loro l’opportunità di stabilire pacificamente una forma di governo per la loro sicurezza e felicità”. Il Thanksgiving sarebbe stato stabilito come celebrazione annuale, poco più avanti, nel 1863, da Lincoln, cui proclama non mancava ovviamente di far riferimento alla celebrazione quale “Giorno di ringraziamento e lode a Dio Onnipotente, Creatore benefico e Sovrano dell’Universo”. Nel giorno del Ringraziamento, più che mai, rivive del resto la tradizione dei Padri Pellegrini, che compaiono in effetti anche nell’esordio del proclama di Biden nel 2024.
Una simile presenza di Dio e della religione nei discorsi e nelle sedi istituzionali non sarebbe neanche pensabile in gran parte dell’Europa, dove istituzionalmente ci si limita normalmente al riconoscere come giorno di riposo nel calendario civile le festività religiose tradizionali. In Italia, per esempio, risulterebbe inusuale e inopportuno andare oltre ed è per questo che il nome di Dio o qualsiasi allusione esplicita alla fede ed al rapporto tra Dio e la nazione, nei discorsi istituzionali e politici nostrani, non è una presenza rilevante.
Ciò che salta all’occhio è, dunque, una sorta di religiosità istituzionale che, come anticipavo, si esprime costantemente anche attraverso il linguaggio politico e ufficiale – ancor più (sembra ovvio) in tempi di guerra e crisi – e che va molto oltre il semplice rispetto formale ma distaccato per la religione (maggioritaria) a cui possiamo assistere normalmente nei Paesi europei.
È però importante sottolineare che, al di là dell’ovvia egemonia culturale protestante, nel corso dei secoli, gli Usa sono stati anche capaci – almeno finora – a non trasformarsi in uno Stato confessionale, dando piuttosto vita a quella che molti hanno definito una vera e propria “religione civile”. Si tratterebbe, per farla breve, di un “credo minimo” in cui il riferimento a Dio e alla fede è spesso generico, in modo da poter essere il più possibile condivisibile e, in qualche modo, “ecumenico”. Così tanto da permettere all’ex presidente Obama di proclamare, in maniera inedita, gli Usa come una “nazione di Cristiani e Musulmani, Ebrei, Induisti e non credenti”, pur dopo aver giurato egli stesso sulla Bibbia ed avendo fatto più riferimenti a Dio nel corso del suo insediamento. Insomma, One Nation under God, ma a ciascuno il suo.
LA SVOLTA CONFESSIONALE DI TRUMP

In questo panorama, in cui il laicismo è sempre stato sul filo del rasoio, Trump ha impresso una svolta notevole facendo leva proprio sul nazionalismo cristiano e rompendo questa sorta di equilibrio creatosi nel tempo.
In campagna elettorale ha fatto molto discutere, ad esempio, il tema dell’aborto. Garantito a livello federale fin dal 1973, grazie alla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema, dal 2022 questo diritto viene “abolito” a livello federale. Con la sentenza Dobbie vs Jackson Women’s Health Organization, infatti, la Corte Suprema ha rovesciato la sentenza del ’73, affermando l’assenza di qualsivoglia protezione del diritto all’aborto nella Costituzione americana, lasciando di fatto gli Stati liberi di decidere. Il risultato è un divieto pressoché totale in ben 12/14 Stati Usa. La sentenza – va da sé – è stata ovviamente favorita dalle nomine da parte di Trump di tre giudici “pro-life” che, facendo seguito alle promesse della prima campagna elettorale, hanno regalato una schiacciante maggioranza (6-3) agli anti-abortisti nella Corte Suprema (i tre giudici sono Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett). Una volta eliminata la garanzia del diritto all’aborto, Trump ha poi evitato accuratamente ed anche ovviamente – nell’ultima campagna elettorale – di spendersi per un provvedimento a tutela del diritto all’aborto a livello federale, mostrandosi soddisfatto della possibilità che ogni Stato decida per sé.
Appena rieletto, del resto, Donald Trump ha fatto subito discutere per aver inaugurato alla Casa Bianca l’Ufficio della Fede, mettendoci a capo la telepredicatrice Paula White. Nel giorno della firma dell’ordine esecutivo, la foto diffusa dal presidente su X citando la Bibbia, dice molto più di qualsiasi didascalia: lui si trova al centro, in posa quasi cristica e meditativa, circondato da predicatori e collaboratori che sembrano rivolgere al presidente preghiere e benedizioni. Una scena “medievale”, senza offender il Medio Evo.
Non è stata l’unica foto a far discutere. Già nel 2020, infatti, la sua foto con la Bibbia in mano, con lo sfondo della St John’s Church, mentre a pochi metri esplodevano i disordini per la morte di George Floyd, aveva provocato non poche critiche e aveva in qualche modo anticipato l’impronta fortemente confessionale del suo secondo mandato. Per diverse ragioni aveva inoltre fatto discutere l’iniziativa di produrre e vendere una copia della Bibbia propria, dal titolo “God Bless the Usa”.
Il discorso inaugurale del suo secondo mandato non ha poi lasciato spazio ad ulteriori dubbi – ne parlo diffusamente in un articolo dedicato al “nazional-imperialismo” trumpiano. “Sono stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande“, aveva esclamato. E poi ancora: “Non dimenticheremo il nostro Paese. Non dimenticheremo la nostra Costituzione. E non dimenticheremo il nostro Dio”. E, dopo aver fatto riferimento al ritorno della Golden Age americana, agli Usa come “la più grande civilizzazione della storia”, ai pionieri e allo “spirito della frontiera scritto nei nostri cuori”, ha concluso il suo discorso con: “Siamo un solo popolo, una sola famiglia e una sola gloriosa nazione al cospetto di Dio”.

Il discorso inaugurale non è stata l’unica occasione in cui Trump si è auto-definito emissario di Dio. Già nel gennaio 2024, per esempio, era stato diffuso un video (che l’Independent definiva “bizzarro”) che conteneva il messaggio esplicito: “Dio ci ha inviato Trump”. A febbraio dello stesso anno, Politico avvertiva: “Gli alleati di Trump sono pronti a infondere il Nazionalismo Cristiano nel secondo mandato”. Trump si è proposto come rappresentante del nazionalismo cristiano ed il patto è stato confermato dal voto: Trump, “l’eletto”.
Alle elezioni presidenziali il risultato non ha infatti deluso: 8 su 10 evangelici bianchi, il nocciolo duro del nazionalismo cristiano, hanno votato per lui. E molti di loro non sono troppo lontani dal pensare oppure affermano chiaramente che la sua vittoria è voluta da Dio. Del resto, tra gli elettori di Trump, ben il 69% pensa che la Bibbia dovrebbe avere una certa influenza sulla legislazione (il 36% di loro pensa addirittura che dovrebbe avere molta influenza). La stessa percentuale, il 69%, tra gli elettori di Biden pensava l’opposto: la Bibbia dovrebbe avere poca o nessuna (per il 53% di loro) influenza sulla legislazione. E per il 59% degli elettori di Trump il governo federale dovrebbe promuovere i valori cristiani (anche in questo caso, la percentuale opposto vale per i votanti democratici).
Del resto, a parte le tradizionali lobby israeliane, proprio i nazionalisti cristiani sono il ‘pubblico di riferimento’ anche nel contesto della relazione di totale disponibilità che ha manifestato finora Trump nei confronti di Israele. Secondo una statistica, in effetti, sarebbero più i cristiani evangelici che gli stessi ebrei a credere nella “terra promessa” da Dio agli ebrei. Proprio il Time of Israel conferma dati simili, mostrando come il gradimento di Israele tra gli americani, in seguito all’ultima guerra, sia sceso sensibilmente, rimanendo notevole solo tra i protestanti (il 57%) e soprattutto i bianchi evangelici (ben il 72%). Il criticato riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, compiuto da Trump nel suo primo mandato, deve molto a questo speciale favore: non si tratta, infatti, solo di una affinità politica e identitaria, ma di un vero e proprio atto di fede. L’idea che accompagna molti evangelici è che la “riconquista” della “terra promessa” da parte di Israele sia un adempimento profetico, segnale che anticipa la fine dei tempi [Ezechiele 36, 21: “E di’ loro: Così parla il Signore, DIO: “Ecco, io prenderò i figli d’Israele dalle nazioni dove sono andati, li radunerò da tutte le parti, e li ricondurrò nel loro paese” – Ezechiele 37: “Le nazioni conosceranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà per sempre in mezzo a loro”]. John Hagee, fondatore di “Christians United for Israel” (organizzazione che conta milioni di membri), ebbe modo di affermare: “Per ogni Americano che ama la Bibbia, stare dalla parte di Israele non è una questione politica, è un mandato biblico”.
Ecco che, chiarito il panorama in cui si muove Trump e il potere che ha conferito, direttamente e indirettamente, a questo movimento, anche le frasi e il tono usati in occasione del memorial per Charlie Kirk si comprendono più a fondo.
A cominciare proprio dal presidente in carica: “Dobbiamo riportare la religione in America, perché senza confini, legge, ordine e religione, non esisterebbe più un Paese (…). Rivogliamo indietro Dio”. Se da un lato il presidente veniva celebrato ancora come protettore della fede, dall’altro Kirk veniva santificato e definito “un eroe degli Stati Uniti ed un martire della fede cristiana” dal vice-presidente J.D. Vance, “un guerriero per il nostro Paese e un guerriero di Cristo” dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, mentre il segretario di Stato Marco Rubio lo paragonava a Cristo. Tutto ciò mentre, all’unisono, le più alte cariche dello Stato proclamavano la propria fede e quella della Nazione in Dio e Gesù Cristo, in una commistione politico-religiosa che ha pochi precedenti nell’Occidente contemporaneo.
DIFENDERE L’OCCIDENTE: SI, MA QUALE?

In una situazione simile, non possiamo neanche stupirci del fatto che il Texas abbia approvato una legge per l’esposizione dei dieci comandamenti nelle scuole. Se il confine tra politica e religione in America è sempre stato sottile, oggi, con Trump, quel confine viene oltrepassato in maniera sempre più pericolosa. Anche perché la meno invadente (e più ecumenica) religione civile americana è oggi sostituita da una fede che sfodera le sue “armi” nel modo più reazionario ed esclusivista possibile.
Ed è a questo punto che esplode il paradosso della destra conservatrice, amante della retorica filo-occidentale ma incapace di fornire una identità all’Occidente stesso al di fuori della religione cristiana.
Infatti, se proprio dovessimo chiederci cos’è l’Occidente e cosa lo distingue dal resto del mondo; se dovessimo difenderlo nel nome dei suoi più alti valori e di ciò che lo rende eventualmente un posto migliore per vivere; se dovessimo guardare a cosa lo ha reso un attrattivo per l’immigrazione, basterebbe osservare cosa ci accomuna: tutti, infatti, sono basati su un modello di Stato liberale, costituzionale, democratico e (parzialmente) sociale.
Il liberalismo, ovvero il processo che ha portato all’avvento del modello costituzionale, alla separazione dei poteri ed un’amministrazione della giustizia garante dei diritti civili e indipendente, alla separazione tra Stato e Chiesa, alla democrazia e – almeno in Europa – allo Stato sociale, è alla base dell’identità moderna dell’Occidente. E lo è a tal punto che, in Europa, con l’avvento dei socialismi, la stessa definizione di liberalismo si è persino spostata a destra, almeno fino al ritorno dei populismi, quando quel poco di identità liberale residua è sparita nel nulla. Ma, pur nello slittamento a destra del liberalismo e nella sua conversione – soprattutto negli Usa – in neo-liberalismo, il modello laico e liberal-democratico rimane l’indiscutibile marchio dell’Occidente nel passaggio dall’epoca moderna a quella contemporanea.
Le famose radici “giudaico-cristiane” – artificio retorico di dubbio fondamento e che, in ogni caso, taglia fuori gran parte della storia e dell’identità europea e occidentale (greco, romana, iberico, nordica e pagana) – potrebbero rappresentare l’identità occidentale solo nella misura in cui si ammette che queste radici siano state assorbite dalla società e dallo Stato laico e liberale. Agli occhi del mondo, infatti, l’Occidente è anzitutto una civiltà che ha saputo separare Diritto e Religione, accantonare ogni forma di teocrazia e di superstizione, nel tentativo di costruire una morale secolare, fondata su un concetto tangibile di bene e male. Una civiltà che, se ha fatto necessariamente propria la morale cristiana, lo ha fatto nella sua espressione più laica: amore verso il prossimo, solidarietà, difesa degli ultimi e dei più deboli, carenza di fiducia nei confronti del potere terreno e, di conseguenza, di chi vuol totalitariamente sostituire Dio in terra.
Dunque, la cultura reazionaria che pretende difendere l’Occidente brandendo le insegne della civiltà cristiana, non solo commette una ingiustizia storica e culturale per omissione parziale (cosa su cui persino certa destra potrebbe trovarsi d’accordo) ma, al tempo stesso, fa riferimento ad un Occidente esistito ormai secoli fa in cui la differenza tra “noi” e “loro” – se un noi e loro esiste in questi termini – era forma e non sostanza.
Spostare il fattore spirituale dalla dimensione individuale a quella politica, farne una “identità”, non è soltanto il segnale di pericolose intromissioni ed imposizioni morali da parte dello Stato, ma anche di una radicalizzazione che ha poco a che fare con la dimensione spirituale stessa. La difesa di un Occidente oscurantista, autoritario, illiberale e confessionale è, piuttosto, il tradimento di ciò che è oggi l’Occidente, di ciò che l’ha reso un posto in cui molti vogliono costruire il proprio futuro e di tutto quanto lo distingue (almeno idealmente) dalle altre civiltà.
Non è sbagliato voler difendere la propria civiltà e la propria identità, non è sbagliato esserne orgogliosi se l’orgoglio non sfocia nell’imposizione e nello sciovinismo; ma è essenziale comprendere di quale civiltà e di quale identità si stia parlando. Ed è chiaro che a questa destra la risposta è poco chiara.
Emmanuel Raffaele Maraziti
Una risposta a "“One Nation Under God”: il paradosso identitario e l’estremismo religioso nel regno di Trump"