
Il film non è dei più corti: 1 ora e 52 minuti che, soprattutto all’inizio, scorrono pesanti. Eppure, paradossalmente, sembra comunque concludersi troppo in fretta, perché la storia non entra mai nel vivo e non riesce mai a coinvolgere fino in fondo.
Ma, all’origine di questa apparente apatia del racconto, non c’è solo una trama povera e poco complessa. “The Immortal Man“, che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Peaky Blinders e chiuderne il cerchio, si è rivelato un flop narrativo soprattutto a causa della persistente sensazione di trovarsi davanti a un’opera che non comprende davvero ciò che sta continuando.
La serie, infatti, aveva costruito, stagione dopo stagione, un universo coerente, stratificato, profondamente radicato nei suoi personaggi. Il film, al contrario, sembra muoversi su una superficie liscia, dove peraltro le conseguenze non esistono e la memoria narrativa è quasi del tutto azzerata.
UNA STORIA CHE NON CHIUDE NULLA
Il primo problema è strutturale: “The Immortal Man” non conclude la storia interrotta dalla serie e non risponde a tutte le domande che aveva lasciato in sospeso la sesta stagione.
Anche nella serie c’erano stati diversi salti temporali ma mai, come invece accade nel film, questo salto aveva lasciato fuori campo così tanti passaggi fondamentali, azzerando tutto il lavoro di continuità narrativa e psicologica compiuto finora alla perfezione.
Le domande si accumulano senza risposta: Che ne è stato davvero dell’evoluzione politica di Tommy Shelby? Che ne è stato della “guerra” con Mosley, che sembrava tutt’altro che conclusa nella serie? Come si è trasformato l’impero economico dei Shelby? Qual è stato il destino della famiglia nel suo insieme? La risoluzione di Tommy alla fine della sesta stagione, nata da un inganno, lasciava presagire un prosieguo differente: come è arrivato alla situazione di opaco e debole isolamento che vediamo all’inizio del film? Qual è il suo potere attuale, che intuiamo ma non riusciamo a capire dai pochi indizi ottenuti dal film? Dove sono tutti gli altri e perché Johnny Dogs è con lui? Tommy, d’altronde, è pressoché l’unico sopravvissuto della storia.
Anche per questo, le linee narrative restano sospese, ma non nel senso fertile dell’ambiguità: nel senso povero dell’omissione.
ARTHUR SHELBY: IL GRANDE ASSENTE
La scelta più difficile da digerire è senza dubbio l’aver “fatto fuori” Arthur Shelby in questo modo.
Uno dei personaggi più complessi e tragici della serie, con una profondità psicologica reale, non solo viene sostanzialmente eliminato fuori scena, ma la sua morte — e ciò che la circonda — emerge come un’informazione accessoria, priva di peso drammatico.
Arthur non è solo assente: è reso irrilevante, usato unicamente come strumento per giustificare il “peggioramento” della salute mentale di Tommy Shelby.
Colui che era, forse più di chiunque altro, il termometro umano della storia, con il suo continuo istinto di auto-distruzione, il suo rapporto tormentato eppure inevitabile con la violenza, la sua dipendenza da Tommy, con la sua assenza riflette l’assenza di profondità dell’intera storia.
Anche quando emerge il fatto che sia stato Tommy a ucciderlo, la rivelazione viene trattata con una leggerezza disarmante. Non si capisce davvero perché lo abbia fatto, in quali circostanze, con quale conflitto interiore. E soprattutto, una volta pronunciata, questa informazione non genera alcuna conseguenza narrativa: non apre un confronto, non produce una frattura, non modifica i rapporti tra i personaggi, né il rapporto con lo spettatore. È come se un evento centrale, potenzialmente devastante — l’uccisione del fratello, il legame più profondo e tormentato della serie — venisse ridotto a dettaglio, quasi a inciso.

UN PADRE E UN FIGLIO SENZA STORIA
Altro difetto di fabbricazione: il film prova a costruire il proprio asse emotivo sul rapporto tra Tommy Shelby e suo figlio Duke. Ma il problema di questa scelta è che si tratta di un rapporto privo di fondamenta per lo spettatore.
Nella serie, infatti, quel legame è appena abbozzato. Nel film, invece, diventa improvvisamente centrale, senza che però sia mai stato costruito e condiviso con il pubblico.
Il risultato è un pathos dichiarato ma non vissuto da chi guarda il film.
Senza contare che, a questo, si aggiunge la discutibile decisione di usare un altro attore, che rompe ulteriormente la continuità emotiva. Anche di lui, peraltro, sappiamo pochissimo.
Qual è la sua storia? Che tipo di uomo è diventato? Come ha guidato i Peaky Blinders finora? Qual è stato, negli anni, il suo rapporto col padre?
Di tutto ciò non ne sappiamo nulla ed il film non sembra interessato a dircelo.
L’episodio del furto delle armi sembrava fatto per iniziare a costruire il personaggio, e invece proprio questo episodio – che non ci dice nulla sul potere di Duke Shelby – diventa improvvisamente il centro della trama.

TOMMY SHELBY TRASFORMATO IN SUPEREROE
Il punto più critico, però, riguarda proprio Tommy.
Nella serie, Tommy Shelby era un personaggio contraddittorio, stratificato, profondamente umano nella sua deriva. Nel film, diventa qualcos’altro: una figura mitizzata.
All’inizio lo troviamo isolato, decontestualizzato, quasi svuotato: non sappiamo dove si trovi, quale sia la sua condizione economica, quale sia la sua rete di relazioni, cosa abbia fatto finora.
Poi, improvvisamente, “torna” ed il modo in cui questo accade ci da la conferma del perché il film non funziona ed è qualcosa di molto diverso rispetto alla serie.
La scena in cui appare, di nuovo, “vestito da Peaky Blinders”, intenzionalmente epica, ci restituisce invece un personaggio fittizio che indossa un costume.
Per la prima volta, quegli abiti iconici — che nella serie erano una seconda pelle — diventano una maschera. È qui che qualcosa si spezza definitivamente: Tommy Shelby non è più un personaggio, ma un simbolo, un supereroe in stile Batman, un Achille hollywoodiano.
Nella serie, invece, Tommy non era mai stato un personaggio epico: era tragico, sporco, umanamente ambiguo. Anche nei momenti di massima potenza, restava sempre radicato in una dimensione anti-eroica, lontana da ogni idealizzazione. Nel film, invece, il suo ritorno viene costruito attraverso un’attesa artificiale, una riapparizione spettacolare ed una funzione salvifica.
Emblematica, in questo senso, è la scena del pub: Tommy entra, il locale si ammutolisce, compare il classico bulletto che lo sfida perché “non sa chi è”, qualcuno lo avverte — “dovresti sapere chi hai davanti” — e da lì si innesca una vendetta che ricorda più una dinamica da western leggero, quasi alla Bud Spencer e Terence Hill, che l’universo cupo e profondo della serie. Proprio l’elevazione estrema del personaggio è, in fondo, ciò che lo svuota: semplifica il conflitto, cancella le contraddizioni, rompe quel legame tra identità e contesto che aveva reso Tommy Shelby qualcosa di più di un’icona.
Questa stessa logica ritorna, addirittura ampliata, nel finale, dove Tommy assume (maldestramente da un punto di vista della trama) anche la funzione di salvatore del suo Paese. Ancora una volta, però, manca tutto ciò che nella serie rendeva credibili le sue vittorie: la rete di relazioni, il gioco di alleanze, la dimensione strategica e ambigua del potere. La risoluzione avviene invece in modo diretto, lineare, quasi individuale. È una dinamica che appartiene più al racconto eroico che a quello politico-criminale: il protagonista non negozia più con il mondo, lo attraversa e lo corregge. E in questo passaggio perde proprio ciò che lo definiva — la sua capacità di muoversi dentro le contraddizioni, non al di sopra di esse, contro nemici dotati di un carattere proprio.
Questa deriva raggiunge il suo punto più problematico nel finale, che assume tratti quasi da cinema d’azione alla Rambo: un eroe solitario che interviene, risolve, salva.
A farne le spese, come abbiamo visto, anche i dialoghi. Le conversazioni (poche), come quella con Ada Shelby, risultano artificiose, sovraccariche, quasi teatrali. La disperazione viene dichiarata, ma non costruita. Ada stessa viene eliminata senza un reale contesto, senza un peso narrativo coerente con il suo percorso nella serie.
Tutto appare accelerato, superficiale, privo di radicamento.
UN ANTAGONISTA SENZA SPESSORE
Lo stesso antagonista, come dicevamo, emerge dal nulla e vi ritorna con la stessa rapidità. Non è costruito, non è approfondito, non è credibile.
È una funzione narrativa, non un personaggio. Come nei fumetti — o peggio, in certe versioni cinematografiche dei fumetti — è un “villain” che serve solo a essere sconfitto.
E lo è, puntualmente, senza lasciare traccia.
Dopo un’introduzione lunga e sorprendentemente noiosa — incapace persino di creare attesa — la storia accelera bruscamente. Ma senza sorprese, senza tensione, senza nulla davvero da dire.
UN FILM DELUDENTE
“The Immortal Man” non è solo un brutto seguito. È anche il sintomo di un problema più ampio: l’incapacità contemporanea di chiudere le storie.
Peaky Blinders, probabilmente, non aveva più niente da dirci ma – per motivi puramente commerciali – hanno deciso di farlo lo stesso.
Il risultato è stato un film senz’anima.
Emmanuel Raffaele Maraziti