Il disastro della legge Cirinnà, oltre la retorica pro e contro

Lo scorso 11 maggio è stata approvata in via definitiva la legge Cirinnà sulle cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso. Eppure, per le sigle legate al mondo lgbt non sembra abbastanza. Dunque, le ritroveremo ancora, il prossimo 11 giugno, a sfilare per le vie di Roma, con il consueto stile da parata carnevalesca tipica dei “gay pride”. Ma, prima di provare a capire cosa potrebbero volere ancora, sembra inevitabile sottolineare le contraddizioni di un mondo, che si ostina a proporsi come alternativo ed anticonformista attraverso le mascherate di un evento il quale, però, è caduto ormai nel triste tentativo di dissimulare il grigiore di chi, nei fatti, ha ineluttabilmente virato sul linguaggio del tutto “tradizionale” della famiglia, dei figli e…delle ‘carte bollate’. Una farsa che comincia a stancare anche loro ma tant’è. Il “gay pride” è questo, seppur andrebbe forse archiviata, quanto meno, la sua dimensione ‘politica’: si preserverebbe un’identità nella sua originalità ed, al tempo stesso, si riuscirebbe a parlare di più delle cose concrete con chi ne ha le capacità. Molto probabilmente ne sarebbe venuta fuori una legge migliore.

Se un dialogo, infatti, andava e va cercato con il mondo dell’omosessualità, non è certamente il mondo che fa partire i boicottaggi contro la Barilla se si schiera con la famiglia tradizionale o che taccia di omofobia chiunque non assecondi ogni loro richiesta. Ci siamo già occupati criticamente della versione iniziale del ddl Cirinnà, che nel frattempo veniva fatta a pezzi, e vi abbiamo anche spiegato perché la legge venuta fuori, al di là dei tecnicismi, non era ricevibile. Abbiamo assistito alle dichiarazioni folli di questo mondo pronto a dire che quello dei genitori è soltanto uno “stereotipo” e quello della madre un semplice “concetto antropologico”. Ma oggi, anche a fronte delle posizioni di questi movimenti, corre l’obbligo di approfondire la legge e far notare che si è ceduto praticamente su tutti i fronti (eccetto, in parte, la questione adozioni).

cfff573d68786245302ea768c0dde139-620x372Non si chiamano così, ma di fatto oggi in Italia esistono i ‘matrimoni’ tra persone dello stesso sesso, che sono cosa ben diversa da un riconoscimento dei diritti delle coppie gay ed una loro regolamentazione. Lo anticipavamo già in riferimento al testo originario, possiamo ribadirlo sulla base del maxi-emendamento introdotto e che lo ha riscritto. A confermarlo, peraltro, è oggi anche un approfondimento disponibile nella guida giuridica ad hoc pubblicata dal quotidiano “Italia Oggi”. “Vengono descritte come formazioni sociali e incasellate sotto l’articolo 2 della Costituzione, si dice, per non equipararle alla famiglia, disciplinata dall’articolo 29. Il problema”, spiega Antonio Ciccia Messina nell’intervento introduttivo, “è che la stessa famiglia è una formazione sociale e, quindi, si tratta di una questione puramente nominalistica”. Si parla esplicitamente di concordare la “vita familiare” – prosegue -, i partner possono assumere lo stesso cognome, “si applicano le disposizioni sulle successioni legittime, sulla tutela dei legittimari, sui patti di famiglia e sulle pensioni di reversibilità”, “hanno uno specifico atto costitutivo e cioè la dichiarazione in comune di fronte all’ufficiale dello stato civile” e “come nel matrimonio, prevede una regolamentazione quadro, in cui trovano posto l’obbligo di assistenza morale, materiale e coabitazione e l’obbligo di compartecipare ai bisogni comuni in proporzione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro”. “Certo”, conclude, “manca l’obbligo reciproco alla fedeltà, ma pare davvero troppo poco per distinguere l’unione dal matrimonio”. Se è possibile, insomma, il maxi-emendamento è stato capace di peggiorare un disegno di legge che avevamo già criticato per questa ragione, al di là della presenza esplicita delle adozioni. Le modifiche alla legge, infatti, ne hanno stravolto l’impostazione così che le unioni civili, che almeno concettualmente avrebbero dovuto costituire un’alternativa al matrimonio valida sia per eterosessuali che per omosessuali, attualmente, invece, sono esattamente il matrimonio fatto apposta per i gay. Il nuovo impianto della legge, infatti, introduce una disciplina specifica per le convivenze, con un’impostazione più debole rispetto alle unioni civili come erano state inizialmente concepite e che ora, più o meno in quella forma, vengono invece riservate esclusivamente agli omosessuali. Se qualcuno volesse lamentarsi di questa legge, dunque, non dovrebbero certo essere loro, ma le coppie eterosessuali che hanno a disposizione, per così dire, una opzione in meno rispetto alle coppie gay. “L’unione civile è costruita sul modello della famiglia, la convivenza di fatto è invece la somma di due persone che non costituiscono una nuova identità. Se le unioni civili somigliano a un matrimonio, le convivenze sono assimilabili ad una unione provvisoria” (Messina). Per la convivenza di fatto è sufficiente una dichiarazione anagrafica, la questione del cognome non è disciplinata, non c’è obbligo di coabitazione, né di contribuzione ai bisogni comuni ed una disciplina minima dei rapporti patrimoniali – regolati da contratti di convivenza facoltativi di natura privatistica – e dell’assegno di mantenimento, mentre lo scioglimento è unilaterale. “Non configurano un nucleo unitario, poiché la legge si limita ad elencare alcune prerogative”, chiarisce ancora Messina. Una soluzione che sarebbe stata probabilmente ottimale per distinguere il matrimonio e la famiglia dalle unioni omosessuali, pur garantendo ampi diritti, se non fosse che, invece, si è preferito dare alle coppie gay qualcosa di più, il matrimonio appunto, in una forma ancora più esplicita di quella inizialmente proposta. Esempio lampante di questa specifica volontà, al di là dell’evidenza giuridica delle disposizioni, è il comma 27 della legge: “Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”. In pratica, il matrimonio diventa automaticamente unione civile se marito o moglie cambiano sesso. Più chiaro di così! L’unico ostacolo da superare, insomma, è quello costituito dal parere della Consulta che, giustamente, per il matrimonio “ha sempre ritenuto necessaria la diversità di sesso dei coniugi”. Superato questo piccolo scoglio, è chiaro che non ci sarà più neanche la questione nominalistica di mezzo e finirebbe per crollare ogni ostacolo alle adozioni.

81220Peraltro, nonostante le adozioni non siano esplicitamente accolte dal nuovo testo, Messina fa notare: “sul punto la legge è fumosa. Da un lato esclude l’automatica estensione alle parti dell’unione civile la legge sulle adozioni (184/1983), ma contemporaneamente dichiara fermo quanto consentito dalla stessa legge. E allora va valutato in particolare se, alla stregua della stessa legge, non sia già oggi ammessa (quale adozione in casi speciali) la cosiddetta stepchild adoption, senza bisogno di una norma ad hoc dalle legge. Sono i lavori parlamentari a ricordare, in proposito, la decisione del tribunale per i minorenni di Roma (sentenza 30/07/2014, n. 229), con la quale, a legislazione vigente, il giudice ha riconosciuto, ai sensi dell’articolo 44 della legge 184/1983, l’adozione, da parte di una coppia di donne omosessuali, di una bambina, figlia biologica di una di loro. Quindi la vera notizia sarebbe non la mancata espressione prevista della adozione, quanto, al contrario, il mancato divieto”.

Tornando alle convivenze, che abbiamo definito come un modello che avrebbe potuto esser sufficiente e valido sia per il mondo etero che gay – premesso che invece le unioni civili sono in tutto equiparate al matrimonio – i diritti dei partner, in questo caso, sono definiti ‘minimali’. Diritto di visita per quanto riguarda l’ordinamento penitenziario, diritti in tema di sanità, come per la donazione degli organi o le informazioni sanitarie e l’assistenza, diritto di abitare nella stessa casa in caso di morte del proprietario, diritto di succedere nel contratto di locazione, la preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, diritti in ordine all’impresa familiare, oltre alla possibilità accennata pocanzi di sottoscrivere un contratto di convivenza per regolare gli aspetti patrimoniali. Attraverso questo istituto, quindi, è possibile comunque accordarsi sulle modalità di contribuzione, eventuale mantenimento dei figli e persino introdurre il regime di comunione dei beni tipico del matrimonio, mentre lascia al testamento la disciplina delle successioni.

Chiarite brevemente, dunque, le ragioni ‘tecniche’ del disastro Cirinnà, di male in peggio dal ddl all’approvazione finale, rimangono solo alcune considerazioni conclusive. Innanzitutto, questa: stare dalla parte di chi ha voluto queste legge era oggettivamente impensabile, ma anche stare dalla parte di chi ha invocato l’inferno per il demoniaco legislatore distruttore della ‘famiglia cristiana’ poteva costituire senz’altro motivo d’imbarazzo ma, strategicamente e con i dovuti distinguo, non c’era forse nient’altro da fare, considerando gli obiettivi finali della lobby gay. Quanto all’obbligo di fedeltà mancato, si tratta di una scelta peculiare del tutto immotivata: come abbiamo visto, non è questo che permette di distinguere l’istituto delle unioni civili tra persone dello stesso sesso ed il matrimonio. Un’altra furbata ma poco riuscita, dal momento che nessuno ha, ovviamente, apprezzato poiché semplicemente non ha alcun senso.

Quanto alle adozioni, Silvia Veronesi ricorda che nell’art. 44 co. 1 della legge sulle adozioni, all’esempio classico di adozione in seguito a stato di abbandono del minore riservato ai coniugi, si aggiunge l’eccezione costituita da “casi volti a rispettare vincoli affettivi e relazionali preesistenti o a risolvere situazioni personali nelle quali l’interesse del minore a un’idonea collocazione familiare deve prevalere e finalizzati in sostanza all’instaurazione di vincoli giuridici significativi tra il minore e chi di lui stabilmente si occupa” (Corte d’appello di Roma). “In questi casi”, spiega Veronesi, “l’adozione è consentita anche alle persone non coniugate e alla persona singola”. Tanto più che – aggiunge – la Cassazione, nel respingere il ricorso di un uomo, ha stabilito che “non è sufficiente asserire che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del minore il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale ma occorre dimostrare le presunte ripercussioni negative, sul piano educativo e della crescita del bambino, allegando certezze scientifiche o dati di esperienza”. Nel merito del dibattito sulle adozioni, dunque, bisogna far attenzione a non limitarsi agli slogan. E’ fuor di dubbio che occorre opporsi alle adozioni classiche da parte delle coppie omosessuali. Questa, che è ormai la battaglia principale rimasta da combattere alla lobby gay, deve anzi costituire in parallelo una linea di confine che non bisogna permettere si varchi poiché, questo si, segnerebbe il punto di non ritorno di un cambiamento nel modello di famiglia inaccettabile ed epocale. L’adozione non può diventare il metodo standard per le coppie omosessuali per avere dei figli che altrimenti non potrebbero avere. Tanto meno si può consentire che lo diventino metodi ancora più squallidi come l’utero in affitto e roba simile. Sarebbe invece opportuno lasciare che sia un approccio giurisprudenziale a valutare, caso per caso, l’opportunità che un minore venga normalmente dato in affidamento al genitore con figli propri che è parte di una coppia omosessuale oppure, qualora non ci siano ragioni dimostrabili ad impedirlo ed in via quindi eccezionale, anche al suo partner (ipotizziamo il caso di scomparsa o altro) non in quanto tale ma in quanto persona a cui il bambino è affettivamente legato e che si prende cura di lui, come potrebbe esserlo un parente o una persona vicina al genitore.

Infine, vale la pena evidenziare la visione semplicistica o strumentale di chi parla delle leggi sui “matrimoni gay” col tono dell’ “amore che trionfa”, dal momento che le reali aspirazioni in gioco non hanno nulla a che fare con un sentimento che non dovrebbe essere certo un contratto a sancire – il che vale sia per le coppie omosessuali che per quelle etero – e che, soprattutto, nessuno si propone di impedire.

Emmanuel Raffaele, 25 maggio

“The danish girl” in uscita a febbraio, l’8 marzo “Suffragette”: sinistra a confronto col grande schermo

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Il “trans” Lili Elbe in una foto del 1930 e la sua trasposizione cinematografica

Usciranno nelle sale italiane a circa tre settimane di distanza l’una dall’altra, il 18 febbraio la prima e nella significativa e per diversi motivi azzeccata data dell’8 marzo la seconda.

The Danish girl” è una pellicola che racconta la storia della prima persona nella storia che si sottopose, nel 1930 in Germania, ad un intervento di riassegnazione sessuale, cambiando legalmente nome, da Einar Wegener a Lili Elbe; “Suffragette”, la seconda, ripercorre invece, intrecciando romanzo e verità, la lotta del movimento delle cosiddette “suffragette” appunto, antesignane del movimento femminista, che lottarono, a partire da fine Ottocento, per il diritto di voto delle donne nelle elezioni politiche; un diritto che in Italia sarà conquistato dal sesso femminile soltanto nel 1945 * e che nel Regno Unito fu realtà dal 1928 (ma già dal 1918 con grandi limitazioni), in seguito alle battaglie portate avanti dalle donne con l’incitamento di figure come Emmeline Pankhurst, fondatrice della WSPU (Women’s Social and Political Union), Unione Sociale e Politica delle Donne, che a titolo simbolico fa la sua comparsa nel film nelle vesti di Meryl Streep.

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Emmeline Pankhurst arrestata a Londra

E’ chiaro che parliamo di due pellicole artisticamente ben fatte. Diretto da Sarah Gavron, “Suffragette” scorre leggermente più veloce, 106 minuti contro i 120 della pellicola diretta e coprodotta da Tom Hooper. Anche il ritmo è più incalzante, se non altro per questioni di trama. Nella prima una vera e propria rivolta sociale che gradualmente esplode contro il governo britannico, nella seconda la progressiva trasformazione del pittore Einar nella fragile Lili. Ma nessuna delle due opere appare troppo lenta o, al contrario, confusionaria. La narrazione è lineare, semplice e procede in entrambi i casi, in maniera progressiva (quasi “progressista”) verso un gran finale simbolico che rappresenta in entrambi i casi il sacrificio e la conquista.

Delle due produzioni in lingua inglese, non possiamo che dir bene quanto a fotografia (soprattutto nel caso di “Danish girl”), costumi e sceneggiatura.

Due lavori, da un punto di vista tecnico, impeccabili, con ottimi attori (Eddie Redmayne, che impersona Einar, d’altronde, aveva già dato grandissima prova del suo talento in “La teoria del tutto”, film del 2014 sulla vita dell’astrofisico Stephen Hawking) e senz’altro coinvolgenti; che non si superano quanto ad originalità, se proprio vogliamo trovare un difetto, ma fanno per bene il loro lavoro, in tutti i sensi, con un soggetto in grado da solo di guadagnarsi l’attenzione.

È però innegabile che, al di là dei giudizi di forma, protagonista, in entrambi i casi, sia la “Storia”, con i suoi drammi e le sue farse, dal diritto di voto per le donne al gay pride. E l’uscita in coincidenza dei due film non può che portare qualche spunto di riflessione sull’evoluzione di questi due temi in direzione di un punto altrettanto coincidente.

I CONTENUTI AL DI LA’ DELLA CINEMATOGRAFIA
Innanzitutto, ottima la scelta di proporre “Suffragette” al pubblico italiano proprio nel giorno in cui si celebra convenzionalmente la festa della donna. Non sarebbe male se stormi di femmine cicaleccianti, anziché alle solite cene solo-donne, dedicassero l’otto marzo alla visione di questa pellicola e comprendessero il valore del loro diritto di voto, calpestato né più né meno di quello maschile dal succedersi di governi non eletti e dalla finta democrazia europea. E non sarebbe male neanche se a vederlo ci andassero le presunte eredi di quelle prime forme di impegno “femminista”, che in realtà, eredi del ’68 più che delle lotte di inizio secolo, hanno finito oggi per vedersi rappresentate dall’estremismo tragicomico delle “Femen”, diretta conseguenza di una lotta che ha progressivamente spostato il mirino dai diritti civili all’ordinamento sociale.

Non che le basi di tutto questo non fossero già presenti sul nascere: “Non ho mai propagandato l’eliminazione di una vita umana, ma l’eliminazione della proprietà, quella si” (“I have never advised the destruction of life, but of property, yes”), disse Emmeline Pankhurst, leader “femminista” di cui si parla nel film come di un riferimento organizzativo concreto per le militanti.

Convinta che la proprietà privata fosse il vero ed unico oggetto della tutela dello Stato, in luogo della vita umana, era infatti determinata nell’ usare l’attacco ad essa come efficace minaccia contro i nemici della sua causa per il suffragio universale (“There is something that Governments care for far more than human life, and that is the security of property, and so it is through property that we shall strike the enemy. Be militant each in your own way. I incite this meeting to rebellion). L’uomo ha giustamente lottato per la sua libertà, la donna deve lottare per la propria. E per farlo non disdegnava venissero spaccate vetrine (“The argument of the broken window pane is the most valuable argument in modern politics”), né più ne meno che i moderni e odiatissimi “black block”.

DIRITTO DI VOTO E “FEMMINISMO” – C’è, in ogni caso, una distinzione importante da notare: la lotta per le libertà civili delle donne, come il voto e l’uguaglianza rispetto agli uomini davanti alla legge, sono il naturale e giusto sbocco di un essere umano liberato da qualsiasi forma di pura schiavitù legale dell’uomo sull’uomo di stampo primitivo e feudale, ma non sono per nulla paragonabili alle rivendicazioni contemporanee di natura sociale che mirano ad indirizzare in maniera forzata attraverso la legge il cambiamento del senso comune.

Peraltro, un equilibrato numero di uomini e donne nelle assemblee rappresentative, nelle candidature ed in ogni altro ambito che apparentemente mantenga intatta le barriere di genere dovrebbe essere l’esito spontaneo delle leggi che garantiscono pari opportunità, non un’imposizione. La legge può registrare i cambiamenti sociali, rappresentare una determinata visione del mondo; ma diventa un guaio quando vuole imporne un’altra che la società disconosce, odiosa tanto più che l’ordinamento che intende sovvertire è quello naturale.

Sta di fatto che quelle lotte, nate da profonde ingiustizie sociali, sfruttamento, condizioni economiche e lavorative al di sotto di ogni standard oggi immaginabile, servirono a rendere effettiva la capacità giuridica delle donne ed a porre fine a quelle ingiustizie, contribuirono a costruire, poi, uno stato sociale; quelle attuali, artificialmente radicalizzate dallo sterile ideologismo sessantottino delle menti borghesi figlie del boom economico, non fanno che dimostrare il vicolo cieco a cui avrebbe condotto quell’ideologismo, in un’epoca di resa per lo stato sociale.

Uteri in affitto, mercificazione del sesso, donne convinte che per avere un figlio un maschio sia, fisicamente e psicologicamente, superfluo, padri separati che perdono i diritti sui figli e, più genericamente, l’utilizzo strumentale dell’uguaglianza di fronte alla legge per giungere ad un livellamento etico/funzionale, se non al superamento, dei due sessi. In breve, la fine della naturale complementarità tra uomo e donna, in quanto presunta eredità di una visione maschilista della società e rifiuto con essa di qualsiasi forma di gerarchia e meritocrazia.

“LA RAGAZZA DANESE” E L’IDEOLOGIA GENDER – Non fa che accompagnarci fino a questo punto il femminismo ideologizzato di cui sopra, per nulla distanti dalla logica della formula “genitore 1” e “genitore 2” per definire padre e madre o viceversa, che tende a de-caratterizzare le due figure genitoriali e renderle neutre, identiche l’una all’altra, affettivamente sostituibili. E praticamente anche deresponsabilizzate.

Operazione identica a quella che avverrebbe con le adozioni consentite alle coppie gay e quindi con la diffusione anche in Italia delle cosiddette “famiglie omogenitoriali”, che impedirebbero, di fatto, il riconoscimento a tutti i bambini della possibilità quanto meno potenziale di avere qualcuno da chiamare “mamma” e qualcun altro da chiamare “padre”.

Ed ecco perché è essenziale l’intensità della vicenda raccontata dalla  “Ragazza danese” nel biasimare ogni tentativo di strumentalizzare a fini politici e sociali un disturbo dell’identità di genere qual è appunto la disforia di genere – che comunque non è omosessualità (in qualunque modo la si consideri) e che vede l’identificazione della persona con il sesso opposto a quello biologico – per neutralizzare la differenza naturale dei sessi, che nulla ha a che fare con la legge e i diritti civili.

Una differenza che è di ruoli naturali, come quelli di madre e padre ad esempio, e che giunge a significare anche un diverso atteggiamento, un diverso senso estetico ed un diverso contegno in ambito pubblico e privato, dovuto a due paradigmi profondamente complementari ed innati nella nostra specie. Una differenza che, paradossalmente, il transessualismo – al contrario dell’omosessualità che può limitarsi al gusto sessuale – non fa che confermare, andando, ad esempio, oltre il desiderio di un altro uomo, giungendo a quello di vestirsi, comportarsi e, possibilmente, trasformarsi esteticamente e fisicamente, in una donna, proprio a sottolineare come l’inevitabile scelta di campo non sia limitata all’orientamento sessuale *.

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A sinistra, Einar Wegener prima dell’operazione

DISTINGUERE I PIANI – “Danish girl” è un film che, di per sé, non strumentalizza la vicenda di Einar Wegener, che non ne immagina i risvolti politici dato il contesto storico e si rivolge ad una dimensione assolutamente esistenziale: il travaglio interiore dell’artista e di sua moglie Gerda, la confusione e la determinazione ad agire. Si presta al massimo al giudizio morale di chi ritiene di sostituirsi a Dio puntando l’indice sul prossimo anziché su se stessi, atteggiamento anch’esso di rilievo del tutto privato. E’ per questa ragione che, sebbene il paragone fra la lotta per il diritto di voto e quella per il diritto di portare vestiti ed acconciature da donna appaia assolutamente ridicolo, una battaglia dall’esito scontato, sarebbe altrettanto scorretto non tener semplicemente conto della differente dimensione della questione, di interesse pubblico e di rilievo politico il diritto di voto delle donne, di interesse essenzialmente privato e di nessun rilievo politico il diritto di sentirsi donna.

Ecco che, in tal modo, proprio per rispettare le pertinenze, nessun atto di rilevanza giuridica pubblica dovrebbe tenere in considerazione l’appartenenza sessuale incerta – legittimandola o, addirittura, inventando un altro sesso – né dovrebbe consentire ad un bambino di avere due padri o due madri, né che un matrimonio fondato sulla famiglia naturale possa avere la stessa funzione e riconoscimento di un unione civile, che pur regolamentata non deve essere ingiustamente assimilata.

Nessuno intende negare le sofferenze interiori di una persona nata con un disturbo dell’identità di genere (soprattutto in un’epoca in cui questo rischiava di farti finire chiuso in manicomio, questo si elemento di rilevanza pubblica), semplicemente la questione, del tutto privata, non può avere rilevanza giuridico o sociale tale da influire sull’ordinamento naturale e sul concetto di uomo e donna.

E nessuno intende negare i diritti civili delle donne, che garantiscono loro pari opportunità e libertà politica, ma questo non può condurre forzatamente ad un mutamento del piano etico per cui il genere sessuale diventa interscambiabile, i ruoli naturali abrogati dalla storia, la genitorialità una lotteria casuale.

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Einar Wegener nei panni di Lili Elbe, in un ritratto della moglie Gerda

D’altronde, l’ambientazione dei due film contribuisce perfettamente a rendere l’idea di una diversa dimensione delle due questioni: dalla fabbrica e dal lavoro sottopagato e minorile, dallo sfruttamento, dalla repressione e dalle prigioni alla borghese intimità di una coppia di artisti degli anni Venti, alla confusione interiore del marito, ai loro giochi di coppia, ai vestiti da donna ed ai problemi che vengono fuori, fino alla decisione di operarsi.

Due piani del tutto differenti e separati, che ci raccontano virtualmente la storia di una sinistra europea passata, anch’essa, dalla fabbrica alle camere da letto, dando un volgare tocco di assurdo anche alla tragedia interiore, decontestualizzandola e mettendola su un piano pubblico, nel tentativo di perseguire scopi ideologici che sono ben lontani dai diritti civili delle donne e di chiunque abbia un orientamento o una percezione della propria sessualità differente dalla norma.

 

  • Nel 1923 Benito Mussolini, ormai al potere da un anno in Italia, partecipò al IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio, promettendo – pare – il voto amministrativo alle italiane. Già nel 1919, del resto, il programma dei Fasci di Combattimento, la formazione iniziale e altamente rivoluzionaria fondata dal Duce a Milano, prevedeva al primo punto il “suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne”. Le cose poi andarono diversamente ma lo stesso, nel 1923, il diritto di voto amministrativo venne esteso ad alcune categorie particolarmente meritevoli di donne e nel 1925 poterono essere elette a livello amministrativo, se non che l’evolversi degli eventi portò poi alla nomina dei podestà. Sicuramente, per meriti o demeriti su entrambi i fronti, la situazione in Italia non raggiunse l’apice di incandescenza raggiunto in Gran Bretagna con la morte di Emily Davison, travolta dal cavallo di Re Giorgio V al Derby di Epsom il 4 giugno 1914 nel tentativo di dar visibilità alla lotta della WSPU.
  • Anche in questo caso non può mancare una parentesi storica a ricordare come la Carta del Carnaro di Fiume del 1920 prevedesse la libertà di orientamento sessuale e depenalizzasse l’omosessualità, ciò che sostanzialmente veniva confermato dal fascista codice Rocco del 1930, che non prevedeva reati connessi all’omosessualità. Un solo articolo, il 528 presente in una bozza poi scartata, prevedeva la punizione per gli atti che avrebbero provocato “pubblico scandalo” ed il confino, approvato solo nel ’36 con l’avvicinamento al Nazionalsocialismo tedesco, durò appena tre anni.