Bambini scomparsi dopo la nascita di Israele: il governo desecreta 200mila documenti

Gil Grumbaum

Per decenni le autorità israeliane sono state accusate di aver nascosto le prove che migliaia di bambini, per due decenni a partire dalla fondazione dello Stato di Israele nel ’48, siano stati sottratti ai genitori – in genere ebrei provenienti da paesi arabi appena arrivati nel Paese – per esser consegnati nelle mani di ricche famiglie israeliane. E’ così che nelle settimane scorse il governo dello Stato mediorientale ha desecretato, dopo circa settant’anni, ben 200mila documenti relativi alla scomparsa di circa mille bambini, che secondo le indagini ufficiali sarebbero semplicemente morti per malattia o malnutrizione nei caotici momenti seguiti alla fondazione dello stato nel 1948.

Ma a fornirci dettagli interessanti sulla vicenda (della quale ultimamente sono tornati ad occuparsi anche il giornale israeliano Hareetz, il Daily Mail ed il Jerusalem Post, per citarne alcuni) è il sito di informazione Al Jazeera, in un articolo firmato dal giornalista Jonathan Cook. Se, infatti, il premier israeliano Netanyahu ha annunciato con entusiasmo la creazione del database, grazie al quale sarebbe possibile capire ciò che è successo a ciascuno dei bambini scomparsi – “oggi rimediamo ad un’ingiustizia storica”, ha dichiarato -, Cook ha invece evidenziato come le sue affermazioni non siano state certo accolte con unanime sollievo e fiducia. E lo ha fatto dando voce a chi, come l’attivista Naama Katiee, ha fatto notare che i files sono relativi appunto al destino di soltanto un migliaio di bambini, una frazione minoritaria degli 8mila bambini che pare siano scomparsi in quegli anni. Ecco perché, a sua volta, ha creato un database per identificare nuovi casi. Mentre Nurit Koren, legale che si occupa dei fatti, ha dichiarato che ci sarebbero altri 200mila documenti ancora da pubblicare ed ha sottolineato che l’archivio copre solo il periodo che arriva al 1954, mentre i casi sarebbero proseguiti fino alla metà degli anni Sessanta.

Se è vero – osserva ancora Cook – che, come hanno fatto notare i media, all’indomani della pubblicazione dei documenti, non è stata trovata nessuna “pistola fumante” relativa alle sparizioni, è altrettanto ragionevole la posizione di Katiee, che a questi commenti ha così replicato: “è ridicolo immaginare che avremmo trovato un ordine scritto in cui si dice agli ospedali di rapire i bambini”. Secondo l’attivista, infatti, nei numeri, nelle lacune dei documenti e nelle numerose le testimonianze relative al clima di abusi nei confronti degli ebrei appena giunti da paesi più poveri e collocati in centri di assorbimento temporaneo, ci sarebbero già gli indizi più importanti dei crimini compiuti in quegli anni a scapito soprattutto di famiglie provenienti dallo Yemen, che avrebbero subito la sparizione anche di un bambino su otto sotto i quattro anni d’età nei primi sei anni di vita di Israele. Molte testimonianze, del resto, racconterebbero di funzionari israeliani che, nel periodo in cui ben 50mila ebrei yemeniti venivano fatti arrivare nel paese in elicottero, costringevano le famiglie a consegnare loro i bambini senza poi fargli avere altre notizie.

Ma c’è di più. “Ad agosto”, scrive il sito arabo di informazione, “Al Jazeera ha pubblicato il caso inquietante di un bambino venduto da una clinica ad Haifa ai sopravvissuti dell’Olocauso nel 1956”. Si tratta di Gil Grunbaum, che quarant’anni dopo ha scoperto per caso di essere stato adottato segretamente ed ha così ritrovato la sua madre biologica tunisina dopo tre anni di ricerche. “Il rilascio di questi documenti è un importante primo passo – quanto meno perché prova che le famiglie non erano fuori di testa così come sono state accusate di essere – . Ma il governo potrebbe e dovrebbe fare molto di più. Il pressing continuerà a crescere per avere più risposte”, ha dichiarato proprio Grunbaum in questi giorni.

Secondo Yael Tzadok, una giornalista che indaga su quelle vicende, l’operazione sarebbe stata a quei tempi possibile nel contesto del razzismo nutrito dagli ebrei Ashkenaziti di origine europea, che facevano parte dell’establishment israeliano, nei confronti degli ebrei provenienti dal mondo arabo. “Mettere i bambini nelle mani di famiglie Ashkenazite, li avrebbe salvati. Sarebbero stati rieducati e resi materiale adatto al nuovo stato sionista“, ha dichiarato all’emittente araba. Il fatto inconfutabile, ammesso anche dal ministro responsabile del database Tzachi Hanegbi, è che “mille bambini sono scomparsi senza che ci sia traccia di una tomba, di una spiegazione del decesso, un funerale o la presenza di un corpo”. Anche Yehudit Durani, a suo tempo assistente infermiera in un campo a sud di Haifa, avrebbe raccontato ad Al Jazeera della regolare sparizione di bambini, spesso successive alla visita di ebrei americani e malattie improvvise con trasferimenti altrettanto rapidi dei bambini. A parlare delle presunte adozioni coatte anche Ruth Baruch, fondatore di un servizio per adozioni, che avrebbe riferito della confessione fattagli proprio da un’infermiera sul letto di morte.

“Non hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di ciò che è successo. Hanno paura che la colpa ricadrebbe su di loro e che lo stato sarebbe inondato da richieste di risarcimento“, ha concluso ancora Grunbaum.

Emmanuel Raffaele, 5 gen 2017

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