Milano, quel fiume di denaro che ingrossa il business dell’immigrazione

Il Comune di Milano cerca un collaboratore esterno per curare il sito “milano.italianostranieri.org“. La figura, per la quale sono aperte le selezioni dallo scorso 5 maggio e si concluderanno già il 15 del mese in corso, dovrà occuparsi di gestire la piattaforma online nata su iniziativa dell’amministrazione milanese grazie ai fondi della Direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nel contesto del progetto pilota – disegnato quindi su misura per Milano – dal nome “Il portale dell’integrazione e sua gestione sperimentale a livello locale“. Il progetto, spiega infatti la responsabile del progetto Franca Locati, potrebbe essere esportato in altre realtà, una su tutte Roma.

Ventitremila (oneri previdenziali compresi) gli euro destinati al collaboratore che otterrà l’incarico, per il quale sono previste 822 ore di lavoro “da effettuarsi entro marzo” – nell’ipotesi che, alla chiusura dei termini di presentazione delle domande, si impieghi soltanto un mese o poco più per la valutazione dei titoli, concludere i colloqui, stilare la graduatoria finale e conferire l’incarico, si tratta quindi di una spesa che coprirà otto/nove mesi di lavoro. Colui che risulterà primo in graduatoria, come detto, dovrà occuparsi del monitoraggio della piattaforma (già online e funzionante da gennaio scorso) ma anche “supportare il coordinamento del ‘Tavolo di Lavoro Cittadino’ nell’ambito del progetto ‘Parl@mi!PARlare (Italiano) L2 a Milano’ (anche questo finanziato dallo Stato), che mira a condividere metodologie, strumenti, strategie didattiche e buone prassi fra le realtà che si occupano di corsi di italiano per stranieri nella città di Milano“.

Anche il sito, ha chiarito ancora la Locati, è stato creato per favorire gli immigrati nell’ottenimento del permesso di soggiorno in seguito a normative più stringenti in relazione alla conoscenza della lingua: “A partire dal marzo 2012 infatti la conoscenza dell’italiano è divenuta, con l’Accordo Integrazione, un elemento centrale per il soggiorno dei cittadini stranieri e si è quindi manifestata l’esigenza di realizzare un punto di sintesi e raccolta delle informazioni”. Sul sito, dunque, gli immigrati potranno trovare tutte le scuole che erogano corsi di italiano a Milano: enti vari tra cui i Centri di Formazione, ma anche associazioni e scuole private, per le quali i corsi sono in molti casi anche un business, spesso finanziato con soldi pubblici. Il fine dell’operazione è chiara: facilitare “l’insediamento nella città di Milano” dei “cittadini stranieri”, come dichiarato nella sezione “Chi siamo” del sito stesso. Proprio come se l’emergenza immigrazione non esistesse e avessimo davvero bisogno di andarceli anche a cercare i migranti da far rimanere sul territorio. Ma, a parte l’aspetto politico, quante persone vivono ormai sul business dell’immigrazione?

Franca Locati, responsabile del progetto ed esperta di diritti umani, sicuramente ha fatto dell’immigrazione il suo mestiere. Nel curriculum vitae pubblicato su Linkedin, del resto, tra le esperienze di formazione, evidenzia la partecipazione al convegno presso la Monash University di Prato sulle responsabilità degli Stati nella determinazione dello status di rifugiato e lo studio delle relative “best practices” e poi la presenza al convegno presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore su flussi migratori, sicurezza e diritti umani. Ma a spiccare sono soprattutto i suoi diversi incarichi tra il Comune di Milano ed enti di vario tipo. Nel 2008 inizia una collaborazione che durerà tre anni con la Fondazione Verga. E indovinate di cosa si occupa la fondazione? Naturalmente di “integrazione sociale di migranti e rifugiati, offrendo loro prestazioni socio-assistenziali”. E per saperlo non serve andare lontano: lo si scopre già leggendo la descrizione presente proprio sul sito di cui oggi è referente la Locati per conto del Comune di Milano. Tra i servizi offerti dalla Fondazione Verga, infatti, ci sono anche i corsi di italiano a pagamento, anch’essi pubblicizzati su “milano.italianostranieri.org”. Dopo la Fondazione Verga, nell’aprile 2015, la Locati diventa project manager per il Comune di Milano nell’ambito dell’Expo. L’incarico durerà nove mesi ma, nel frattempo, nel novembre 2015 va a ricoprire lo stesso ruolo per il Consorzio Farsi Prossimo, onlus promossa dalla Caritas Ambrosiana che, tra le altre cose, si occupa anche di stranieri e rifugiati (“il Consorzio e le cooperative socie lavorano per i rifugiati dal 1993.

Tutti questi anni d’esperienza hanno reso attualmente il Consorzio Farsi Prossimo un punto di riferimento regionale e nazionale“, si legge sul loro sito). Nella sezione dedicata all’argomento, che soltanto nel titolo differenzia stranieri e rifugiati per poi parlarne come di un unico soggetto, è spiegata la loro attività: “Dal loro arrivo alle frontiere italiane, fino all’integrazione definitiva, attraverso una rete di servizi tra loro collegati, ai rifugiati viene fornita la prima accoglienza, l’orientamento legale, il sostegno all’inserimento socio lavorativo e scolastico (per minori) e l’accompagnamento all’autonomia abitativa. Tale rete di servizi viene coordinata dal Consorzio Farsi Prossimo e gestita dalle cooperative socie, spesso in partenariato con soggetti pubblici e privati“. Servizi di diverso genere agli immigrati forniti in collaborazione anche con soggetti pubblici. Quindi, anche con soldi pubblici. Ed è proprio in questo contesto, prima di riapprodare al Comune di Milano ed occuparsi – come abbiamo visto – ancora di immigrati, che la Locati, per otto mesi, si occuperà di richiedenti asilo, concentrandosi poi, per altri nove, a fare da research analyst, sempre per il consorzio, nell’ambito del progetto “Mediterranean Bridge 2015“, che nel marzo 2017 il Coordinamento delle Organizzazioni per il Servizio Volontario in un post raccontava come “un ponte tra Italia e Turchia per la tutela dei migranti”, finalizzato ad “agevolare il reinsediamento delle comunità di migranti (favorire gli insediamenti in zone industrializzate, facilitare il ricongiungimento familiare, promuovere nuovi corridoi umanitari) e ad assistere i rifugiati nelle richieste di protezione”. Naturalmente “risparmiando la diffusione di atteggiamenti di xenofobia e discriminazione“.

Insomma, Franca Locati, la referente del progetto del sito dedicato alle scuole che tengono corsi di lingua italiana, sull’immigrazione ci ha costruito una carriera, in un continuum di scopo che poco distingue tra pubblico e “privato”. E nello scorrerla a titolo puramente esemplificativo, è facile rendersi conto come i ventitremila euro relativi al bando al quale abbiamo fatto riferimento inizialmente sono davvero poca cosa, la punta di un iceberg fatto di un’enorme massa di progetti, incarichi e finanziamenti legati al business dell’immigrazione. E che spesso si auto-alimentano. E’ davvero necessario ingaggiare un esterno per un tavolo di lavoro che mira a coordinare i corsi di lingua italiana su Milano (ammesso che lo stesso tavolo di lavoro e relativo progetto siano necessari)? Ed è davvero necessario un esterno per monitorare una piattaforma che ha già un responsabile ed una redazione composta da ben cinque persone, che si avvale di due cooperative per le traduzioni e di due persone per riprese e montaggi video (ammesso che la stessa piattaforma sia necessaria)? Tutto per per un sito che poi, se vuoi informazioni, ti invita a rivolgerti direttamente alle scuole, che peraltro gestiscono in autonomia l’aggiornamento della loro scheda, dell’offerta formativa, dei materiali video e foto delle loro attività.

Quindi, non ce ne voglia la Locati se oggi l’abbiamo presa ad esempio. Lei sarà sicuramente una professionista ottima ed appassionata, ma gli sprechi di denaro pubblico in Italia erano già oltre la soglia ben prima dell’affare immigrazione. E di fronte ai miliardi che l’accoglienza già porta via dalle casse dello Stato, ancor di più ci chiediamo non solo l’utilità di tante iniziative spesso ridondanti come tutti i progetti qui elencati (quanto meno nelle risorse impiegate), ma anche se tutto questo non sia forse qualcosa di diverso dall’integrazione stessa. Di fronte a ingressi record di cittadini stranieri sul territorio italiano, è normale e razionale che uno Stato impieghi una quantità simile di soldi pubblici, mezzi, uomini e tempo per incrementarne, di fatto, la permanenza?

Emmanuel Raffaele, 12 maggio 2017

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