Conte apre al Mes: “prima di valutare, voglio leggere il contratto”

Giuseppe Conte, un mese da premier invisibile - l'EspressoIn una nota diffusa oggi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha ribadito la sua convinzione che l’utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità non sia adeguato “per reagire a questa sfida epocale”. Secondo il premier, infatti, sarebbe uno strumento pensato “per reagire a tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi” e non ad una situazione come quella attuale che colpisce tutti indistintamente, a prescindere da meriti e demeriti.
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Nello stesso comunicato, però, spiega anche che: “prima di dire se un finanziamento conviene o meno al mio Paese voglio prima battermi perché non abbia, in linea di principio, condizioni vessatorie di alcun tipo. Dopodiché voglio leggere e studiare con attenzione il regolamento contrattuale che condiziona l’erogazione delle somme. Solo allora mi sentirò sicuro di poter esprimere, agli occhi del Paese, una valutazione compiuta e avveduta“.

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Il ragionamento, in teoria, non fa una piega. Con la consueta razionalità che lo contraddistingue, il premier spiega infatti che il dibattito attuale rischia di essere puramente astratto, poiché non si è ancora arrivati, in Europa, ad un accordo definito e definitivo sull’eventuale utilizzo del Mes.
Ecco perché ritiene che “bisognerà attendere prima di valutare se questa nuova linea di credito sarà collegata a meccanismi e procedure diversi da quelli originari”.
Ovvero se cambieranno davvero le rigorose condizioni di restituzione dei prestiti, con l’obbligo di “aggiustamenti” macroeconomici per il Paese richiedente.
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Se vi saranno condizionalità o meno”, ha aggiunto, “lo giudicheremo alla fine, quando saranno concretamente elaborati il term sheet (contenente le principali caratteristiche del nuovo strumento), i terms of reference (che definiranno termini e condizioni della linea di credito) e, infine, il Financial Facility Agreement, le condizioni di contratto che verranno predisposte per erogare i singoli finanziamenti”.
In poche parole, per il premier, le chiacchiere stanno a zero: verba volant, scripta manent.
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A quel punto, con in mano una opzione basata su dati reali e non su ipotesi, spetterebbe al Parlamento dire di si oppure di no, avendo tutti gli strumenti per scegliere: “solo allora”, ha infatti chiarito, “potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al Parlamento, al quale spetterà l’ultima parola“.
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Una risposta indiretta all’opposizione che, in queste ore, sta criticando aspramente la decisione del governo di andare in parlamento solo per una “informativa” prima di proseguire i negoziati in Europa nel prossimo Consiglio europeo del 23 aprile. Secondo Giorgia Meloni, infatti, il governo avrebbe dovuto mettere ai voti e far decidere al parlamento la posizione da assumere al tavolo negoziale, dando così un indirizzo vincolante alle trattative del governo.
Il governo, invece, ha deciso di portare avanti le trattative per ottenere il miglior risultato possibile e portare poi, eventualmente, in parlamento l’eventuale decisione sugli effettivi strumenti che verranno usati per affrontare la crisi.
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Sinceramente, non è questo quello che ci preoccupa. Nell’ipotesi non remota che il parlamento voti in futuro a favore del Mes, sarebbe ovviamente più utile aver ottenuto prima condizioni più favorevoli e per ottenerle devi avere la possibilità di trattare. Ma questo passaggio, che non toglie assolutamente al parlamento l’ultima parola, rischia di farci trascorrere un’altra settimana immersi nella propaganda, con l’opposizione che ne approfitterà per far credere agli italiani che il governo non vuole farli votare sul Mes e il governo costretto a spiegare che non è così.
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A preoccuparci è, invece, quella che appare a tutti gli effetti come una prima apertura di Giuseppe Conte all’utilizzo del Mes.
Se finora la sua posizione era ferma ad un “no” secco, al pari del Movimento 5 Stelle, il premier appare oggi possibilista.
Non siamo ancora al “si” dichiarato di tanti esponenti del Pd, ma siamo sicuramente ad una posizione che è più simile a un “non dico no a priori”.
Con le pressioni da Pd, le aperture del centrodestra, dei liberali e di Confindustria, siamo più che certi che questa apertura ha buone probabilità di trasformarsi in un si, destinato poi a racimolare consensi bipartisan e – perché no – tra i grillini più vicini alla linea di Conte. L’alternativa è una mozione di sfiducia.
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Emmanuel Raffaele Maraziti

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