“Ammucchiata Draghi”: la casta ha gettato la maschera

Mario Draghi

La Lega governerà con la contestatissima Lamorgese (non certo nota per le sue politiche migratorie contenitive), che rimarrà alla guida dell’Interno.
Sono evidentemente cambiate le priorità della Lega, che infatti piazza il moderato ed europeista Giorgetti allo Sviluppo Economico.

Il Movimento 5 Stelle, invece, governerà con Brunetta, Carfagna e Gelmini: veri e propri simboli dell’odiato berlusconismo.
Un altro tabù superato, dopo il governo con il criticatissimo Pd – perfino Travaglio, stavolta, ha avuto da ridire.

Più in generale, in cambio dell’alleanza con i propri nemici giurati, tutti hanno ottenuto qualcosa nel banchetto di poltrone del governo probabilmente più eterogeneo della storia italiana.
Per “senso di responsabilità”, hanno abolito la coerenza e la democrazia.
Rimane fuori, dalla maggioranza e dal governo, infatti solo Fratelli d’Italia: un po’ poco per poter chiamare ancora democrazia quella che è sempre più esplicitamente una oligarchia.

Domina il nord (appena 5 su 23 i ministri del sud), non si affermano le donne (solo otto) e, in molti posti chiave, come atteso, ci saranno tecnici (che sono, però 8 su 23).

Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia, guiderà il Ministero dell’Economia.
Vittorio Colao, ex manager di Vodafone ed Rcs, bocconiano che ha aperto la sua carriera nella banca Morgan Stanley ed ha gestito in maniera disastrosa la task force sulla ripartenza, andrà all’Innovazione tecnologica.
Mentre il nuovo Ministero della Transizone ecologica – altro posto chiave, in questo momento storico ed in ottica Recovery Fund – va ad un altro manager, Roberto Cingolani, chief innovation officer di Leonardo, esperto di robotica, già membro della task force di Colao.

Luigi Di Maio, nel “governo dei migliori”, rimane misteriosamente Ministro degli Esteri, evidentemente (e giustamente) giudicato facilmente gestibile.

Lo chiamano senso di responsabilità, dicono che il Paese ha bisogno di stabilità: quel Paese che non ha nessuna voce in capitolo al momento di fare e disfare un governo. Lo fanno per il nostro bene.

IL TOTALITARISMO ORA VESTE DA BANCHIERE (ALTRO CHE CAMICIE NERE)

Come dicevamo, appena 19 senatori su 315, solo 33 deputati su 630: questi dovrebbero essere i numeri della risicatissima opposizione al nuovo governo Draghi. A non appoggiare l’ex presidente della Banca Centrale Europea, infatti, dovrebbe rimanere soltanto Fratelli d’Italia, che ha avuto quanto meno più pudore della Lega di Giorgetti (Salvini e il “salvinismo” sembrerebbero archiviati: non servono più).

Il partito unico di fatto si è rivelato apertamente, con buona pace di un antifascismo sempre più apparente.
Il totalitarismo è tornato, con l’uniforme da banchiere.

LA DEMAGOGIA 2.0 IN SCENA SU ROUSSEAU

Tra gli spettacoli propagandistici più nauseanti di questi giorni, senza dubbio, il quesito posto agli iscritti del M5S sulla piattaforma Rousseau.
Dopo l’endorsment di Grillo a Draghi (definito “scherzosamente” un grillino), la domanda posta ai votanti sulla fiducia a Draghi, sembrava infatti suggerire abbastanza esplicitante una risposta affermativa: volete “un governo che difenda i principali risultati raggiunti dal Movimento” e con un “super-ministero della Transizione ecologica”?
Di fatto, però, quello che si chiedeva era la firma di un assegno in bianco (nessun programma è stato ancora presentato da Draghi) per governare con tutti i nemici di sempre.

L’ADDIO MODERATO DI “DIBBA”

Non certo un fulmine a ciel sereno, in questa circostanza, l’addio di Alessadro Di Battista, che però è sembrato più un arrivederci.
Dopo il si a Draghi dei vertici e degli iscritti del M5S, Alessandro Di Battista ha spiegato: “mi faccio da parte, non parlerò più a nome del Movimento“.

La scelta – giunta certamente in ritardo, dal momento che Dibba aveva già promesso l’addio in caso di alleanza col Pd – sembrerebbe però un gesto di ammirabile coerenza da parte dell’ex deputato romano.
Di Battista, lo ricordiamo, aveva anche rinunciato a ricandidarsi nel 2018 dopo cinque anni alla Camera e, quindi, a tutti i privilegi da parlamentare.

Nel suo video di addio, però, il tono è incredibilmente moderato: parla di gratitudine nei confronti di Grillo, di rispetto per la scelta, di buone intenzioni, esclude ogni polemica sul quesito di Rousseau (che sembrava suggerire il si) e, soprattutto, non sembra chiudere la porta definitivamente.
Di fatto, Di Battista non pronuncia mai la frase “esco dal Movimento” e, al contrario, non esclude un suo rientro a pieno titolo in “futuro”.
Se, a livello personale, la scelta di mantenere un tono pacato è comprensibile e persino rispettabile, politicamente risulta un addio un po’ moscio. Non certo quello che si addice a questo spettacolo indecoroso.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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