“Latinos for Trump”: tra populismo americano e simpatie conservatrici in Europa

Le differenti prospettive della minoranza latina rispetto a quella afro-americana riguardano anche noi e l’immigrazione centro-sudamericana in Europa

[ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA “LA FIONDA”]

L’appoggio della popolazione latino-americana nei confronti di Trump, alle elezioni che lo hanno consacrato Presidente ormai quasi un anno fa, ha senza dubbio sorpreso chi non conosce il background politico-culturale della diaspora centro-sudamericana.

Il fenomeno dei “Latinos for Trump” ha fatto parlare molto negli Usa, ma ha soprattutto ribaltato molti stereotipi al di qua dell’Atlantico.

Come spiegarlo e perché questa analisi ci interessa da vicino?

Innanzitutto, il fenomeno risulta politicamente rilevante perché sembra assecondare perfettamente il riposizionamento estremamente populista della destra negli ultimi anni. Si tratta quindi di un fenomeno specchio, che riflette qualcosa che sta accadendo anche in Europa.In secondo luogo, perché lo stesso copione (con risultati si spera non altrettanto fruttuosi) sembra si stia ripetendo con Santiago Abascal, presidente di Vox ed il consenso latino che paradossalmente – e per ora informalmente – sembra raccogliere in Spagna.

Non è possibile stimare il peso reale (probabilmente ancora poco influente) di questa simpatia in termini elettorali, ma cogliere il parallelismo è importante per capire il fenomeno e una eventuale prospettiva futura. Dopo tutto, anche in Spagna, l’immigrazione latino-americana ha fatto un grosso salto in un breve periodo, essendo passati – in vent’anni – dal 2% a rappresentare quasi il 9% della popolazione (senza contare i tantissimi irregolari). E la comunanza linguistica, in questo caso, favorisce l’integrazione.

Per questo motivo vale la pena, a freddo, sottolineare alcuni punti chiave che ci potrebbero tornare utili anche per capire gli eventuali sviluppi europei del fenomeno.

IL DATO DI PARTENZA

Ecco il dato di partenza: la minoranza afro-americana – quella numericamente più consistente fino al 2000 negli Usa – ci aveva infatti abituato ad una tendenza stabilmente democratica. Ed in effetti, anche alle ultime elezioni, nonostante la crescita del voto repubblicano, solo il 15% degli afroamericani ha votato per Trump.

Tutt’altro risultato, invece, tra i votanti latino-americani, ben il 48% dei quali ha votato repubblicano, con un incremento del 12% rispetto al già ragguardevole risultato del 2020.

Guardando allo storico sorpasso numerico della popolazione latina su quella afro-americana, il dato appare ancora più rilevante. Registratosi nel lontano 2001 con un milione scarso di residenti in più (37 milioni contro 36,2) e consolidatosi oggi con numeri ancora più importanti (68,1 milioni contro 51,6), i “latinos” rappresentano oggi il 20% della popolazione totale.

Cominciamo quindi con l’analisi di due elementi importanti.

Nonostante le difficoltà di integrazione e uguaglianza, nonostante il razzismo esistente, gli afroamericani non sono più estranei all’identità statunitense auto-percepita: seppur con una conflittualità mai sopita, che si trascina storicamente dai tempi dello schiavismo e del loro “inserimento” forzato e subalterno, rappresentano ormai un elemento fattuale della storia statunitense e, con la lotta, negli anni, hanno rotto il muro dell’egemonia “wasp”, rimanendo comunque “minoranza”. Si tratta quindi di una minoranza di lunga data, la cui integrazione non si può dire rappresenti un successo privo di criticità.

I latinos, al contrario, rappresentano una immigrazione relativamente recente, ancora in una fase “emergenziale”, dal momento che i flussi migratori sono rimasti importanti fino allo scorso anno. Ma, nonostante questo, registrano già numeri record (in California, ad esempio, sono già maggioranza); si tratta dunque di un fenomeno migratorio che fa riflettere per imponenza e flussi, che non è stata ancora “digerito” ed è stato per questo motivo protagonista assoluto della campagna elettorale di Trump.

Il presidente americano non ha esitato a usare toni duri contro gli immigrati “latinos” che delinquono nel Paese, senza risparmiare toni offensivi ed arroganti neanche verso i loro Paesi di provenienza, basando gran parte della sua campagna sull’anti-immigrazionismo.

La comunità latina, in questo senso, è stata oggetto diretto delle mire di Trump, al contrario della comunità afro-americana.

Tutto, quindi, avrebbe potuto spingerci a credere in una evoluzione ben differente ed un risultato del tutto opposto: una normalizzazione progressiva della divisione di voto nella comunità afro-americana ed un muro difensivo della comunità latina nei confronti di Trump.

Come abbiamo visto, invece, non è successo niente di tutto ciò.

Senza pretesa di essere esaustivo, proverò quindi a considerare due chiavi di letture: una storico-politica ed una socio-culturale.

Intanto, il contesto storico evidenziato dimostra che il voto delle due minoranze risponde a stimoli culturali e prospettive sociali ben diverse.

UN’AUTO-PERCEZIONE DIVERGENTE

L’elettore afro-americano, reduce da una lunga lotta per le pari opportunità che non considera conclusa, continua a identificare il Partito Repubblicano contemporaneo con l’egemonia wasp o comunque bianca.

In qualche modo, si percepisce ancora come una realtà antagonista, con una certa coscienza di appartenenza etnica e popolare propria. Perciò si rifà maggiormente, seppur non acriticamente, al Partito Democratico, considerato più sensibile ai temi sociali e razziali, o comunque a realtà di sinistra anti-sistema.

L’elettore afro-americano ha insomma una posizione “comunitaria” e “difensiva”.

Una gran parte dell’elettorato latino, come abbiamo visto, affronta invece la questione appartenenza in modo più camaleontico: per ragioni anche storiche che differenziano i due gruppi, non si identifica apriori come elemento antagonista, piuttosto preferisce – coscientemente o meno – mimetizzarsi con l’identità dominante, assumendo così posizioni a volte anche contrarie agli interessi della propria comunità di origine. Il suo posizionamento sembrerebbe quindi più “individualista” e meno “difensivo”.

Si potrebbero contestare i termini appena usati, dando un’interpretazione opposto del comportamento elettorale, ecco perché va puntualizzato quanto segue: in democrazia, la difesa di un interesse di parte è legittima se l’interesse di quella parte integra l’interesse generale. Se il voto di parte segue la logica della lotta al razzismo e alle disuguaglianze, non si può considerare questo voto finalizzato alla difesa di un interesse individualista.

Al contrario, la difesa di una campagna anti-migratoria indiscriminata, da parte di chi ha (o crede di aver) ormai ottenuto il privilegio della permanenza, risponde evidentemente più ad una logica individualista che ad una visione d’insieme, posto che essere migrante non implica rifiutare la regolazione dell’immigrazione ma quanto meno una coerente moderazione in merito, della quale Trump non sembrava certo portatore.

PROSPETTIVE CONTRASTANTI DEL “SOGNO AMERICANO”

Detto questo, la nostra analisi non può invece ignorare, come abbiamo evidenziato, il contesto in cui si muovono i due gruppi, dal momento che l’origine differente dell’integrazione nel Paese implica due immaginari ben diversi in relazione al “sogno americano”.

Infatti, se per la comunità afro-americana – che lo ha conosciuto da dentro fin dal principio e lo ha vissuto appunto da “antagonista” – il “sogno americano” è un mito che si identifica con una lotta per la sopravvivenza e per emergere tra le ingiustizie e le disuguaglianze, per la comunità latina il “sogno americano” possiede ancora quella patina di magia ed eroismo individuale basata sul mito del merito, che aveva – e in parte conserva ancora – in Europa. Un mito frutto, a sua volta, del soft power statunitense. Ma favorito anche dal fatto che, in comparazione con una delle regioni con maggiore disuguaglianza nel mondo (l’America Latina, appunto), i livelli di disuguaglianza Usa sono un obiettivo a cui aspirare. Tanto più che il welfare State, nella maggior parte del mondo latino funziona poco e male e non é perciò radicato né storicamente né culturalmente come fattore positivo.

IL FARDELLO STORICO-POLITICO

A questo si aggiunge un fattore politico non da poco.

Non ci sono solo i “soliti” cubani anti-castristi scappati da Cuba, da sempre visceralmente anti-comunisti. Molti emigrati provenienti dal Sud America, per ragioni diverse, sono profondamente anti-socialisti.

La maggior parte degli emigrati venezuelani (che negli ultimi dieci anni hanno lasciato massivamente il proprio Paese), a prescindere dalla classe sociale di appartenenza, sono nemici giurati del chavismo. E tendono automaticamente ad associare la sinistra americana o, come abbiamo visto, europea, con la sinistra latino-americana. Più specificamente, tendono ad associare la situazione economica critica del proprio paese con la sinistra che lo governa da anni.

In Spagna, come dicevo, questo porta ad una percettibilissima insofferenza nei confronti del premier socialista Pedro Sanchez ed una istintiva simpatia nei confronti del suo nemico giurato, Santiago Abascal, leader di Vox, che lo attacca quotidianamente usando peraltro, spesso e volentieri, come arma retorica, proprio l’associazione con i regimi bolivariani e col Venezuela di Chavez e Maduro. Così come fanno i leader del PP, a cominciare dalla presidente della Comunità di Madrid, Ayuso.

Quanto alla Colombia, altro Paese dal quale sono partiti negli ultimi anni tante persone, parliamo di un Paese fondato su una solida struttura e cultura conservatrice. Tant’è che per la prima volta sperimenta un presidente di sinistra e il fatto che sia un ex guerrigliero non sta certo aiutando a distinguerlo dalla sinistra moderata. La guerriglia, del resto, in Colombia non ha certo la reputazione romantica che un europeo potrebbe immaginarsi.

Laddove un Welfare State forte sull’esempio europeo è presente, come in Argentina, quest’ultimo viene invece facilmente confuso con l’assistenzialismo incontrollato, l’instabilità economica e l’insicurezza che ha sperimentato e da cui fugge la diaspora argentina, lasciando gioco facile a personaggi come Milei.

Senza tenere in considerazione la lunga lista di copi di Stato, violenze politiche e dittature militari che hanno interessato la regione nella storia recente.

L’instabilità, dal dopo guerra fino almeno agli anni Novanta (circa 70 colpi di Stato, qualche decina di dittature militari e una forte influenza della criminalità), non è che l’ennesimo elemento che spinge alla ricerca di modelli forti, nella speranza che siano garanzia di stabilità.

Gli Usa, nonostante l’interventismo a discapito della sovranità nazionale, vengono percepiti da una certa destra come uno scudo stabilizzante – basti pensare alla richiesta di intervento della destra venezuelana per mettere fine al regime di Maduro. L’autoritarismo viene in certi casi visto come un male necessario – vedi l’esempio Bukele –  ed ecco perché il populismo autoritario trumpiano appare come la risposta ideale all’insicurezza da cui “fuggono” molti emigranti.

La stessa storia recente, dunque, contribuisce alla creazione di un profilo più facilmente “conservatore” piuttosto che “ribelle”, in modo diametralmente opposto rispetto alla minoranza afro-americana, cresciuta nel senso della democrazia statunitense.

Senza voler entrare ora nel merito della propaganda e influenza statunitense nel Centro e Sud America – da sempre considerato come il cortile di casa propria ed oggetto di forti ingerenze che ne hanno ovviamente influenzato anche la cultura -, la chiave di lettura della politica europea e statunitense da parte degli immigrati sudamericani soffre quindi, in molti casi, di un pregiudizio di fondo.

La distinzione tra un regime social-comunista o socialista autoritario rispetto ad un governo social-democratico o democratico nel complesso di un sistema liberale o social-liberale non rientra esattamente nella chiave di lettura della politica di molti “latinos”.

In sintesi, ciò che spinge a sinistra la mentalità afro-americana – evolutasi nel contesto di una opposizione tra destra e sinistra identificata come opposizione di classe nell’ambito, però, di una democrazia criticabile ma stabile e fondata sull’alternanza -, è lo stesso che la allontana dalla mentalità di molti emigrati latino-americani.

IL FATTORE RELIGIOSO

Altro elemento che ha favorito Trump e che appare rilevante è, infine, quello cultural-religioso. La cultura sudamericana risente, più che altrove, dell’influenza religiosa.

Certo, il numero dei cattolici dichiarati (oggi il 70% rispetto al 90% di un secolo fa) e praticanti è in diminuzione. Ma l’appartenenza religiosa – pur con tante contraddizioni che riducono spesso l’appartenenza ad apparenza religiosa – è ancora parte della identità popolare.

Anche perché un altro fenomeno sta interessando l’area: la crescita esponenziale del credo evangelico nelle sue forme più conservatrici.

Finanziato spesso e volentieri da reti evangeliche statunitensi, l’incremento del credo evangelista è parte integrante del soft power americano, che ha favorito ad esempio in Brasile l’elezione dell’ex presidente Bolsonaro, oggi condannato a 27 anni per golpe.

Se gli evangelisti rappresentano oggi il 20% della popolazione in gran parte dei paesi latino-americani, in Brasile e nei paesi centroamericani le percentuali vanno dal 30% al 40%.

Va da sé che la cultura woke è ancora molto distante dall’aver conquistato la cultura latina.

Molte cose che scandalizzerebbero la sinistra made in Usa, sono ancora la normalità in Sud America, un continente che conserva anche il tasso più alto di omicidi di persone trans ed una omofobia ancora forte.

Piaccia o meno, poi, nella società latinoamericana, il razzismo o micro-razzismo che scandalizza (o scandalizzava) negli Usa, è un fenomeno ancora sottotraccia.

Il linguaggio latino-americano è più disinvolto rispetto alle differenze etniche, si formalizza meno.

D’altronde, accanto ad un razzismo apparentemente innocuo, nonostante l’amplia varietà etnica, l’eredità coloniale ha fatto sì che – per ragioni anche economiche oggettive – essere bianchi continui ad essere associato all’appartenenza ad una classe sociale superiore.

Il razzismo latinoamericano, che spesso non si manifesta con discriminazioni esplicite, è piuttosto un fatto culturale dato per scontato, laddove essere bianchi rappresenta spesso uno “status” che apre più porte rispetto alla pelle scura e laddove le comunità indigene – al di là della retorica – non sono realmente integrate nella società.

Non a caso, in Messico, dove il problema sta venendo a galla, è stata coniata una parola, “whitexicans“, usata per definire un gruppo sociale caratterizzato per essere bianco, benestante e razzista.

In questa ottica, la mimetizzazione di una parte dell’elettorato latino coi repubblicani è ancora più facile da comprendere.

L’exploit latino di Trump ci interessa ancora da vicino, quindi, perché sfocia da una estremizzazione della destra internazionale, che spinge anche noi ai tempi della Guerra Fredda e oscura la destra moderata e liberale, favorendo quella populista e autoritaria.

Il voto latino, che ha catturato l’attenzione alle scorse elezioni americane, in un futuro non troppo lontano, potrebbe rivelarsi decisivo anche in Europa, a cominciare proprio da una Spagna in cui Vox rappresenta – senza dubbio più di quella italiana – una destra retoricamente rurale, conservatrice, anti-islamica ed autoritaria, con un forte sostegno negli apparati giudiziari e militari.

E la nostra Meloni? Tranquilli, anche lei sta facendo in fretta a sbarazzarsi di tutto l’armamentario della destra sociale italiana, per rientrare alla perfezione nella nuova internazionale trumpiana.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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