
250 milioni di dollari di budget, oltre 100 milioni spesi per girare con cineprese IMAX, un cast stellare ed un risultato tecnicamente brillante ma sostanzialmente deludente.
Le critiche mosse all’Odyssey di Nolan per le scelte “poco fedeli” al testo omerico ed alla realtà storica, per quanto valide, non sono il vero problema. O almeno, non sempre.
La quasi totale assenza degli dèi dalla narrazione – nonostante la presenza di Atena, ridotta però a un ruolo marginale, e il continuo riferimento a Poseidone quale causa delle disgrazie di Ulisse – segna certamente una differenza rispetto al poema omerico. Ma, da sola, non basta a spiegare perché Odyssey non riesca davvero a coinvolgere.
Aver tagliato la scena di Polifemo che chiama in soccorso gli altri Ciclopi e denuncia “Nessuno” per averlo accecato non avrebbe aggiunto molto. Persino costumi storicamente inappropriati, ma scenograficamente efficaci, possono essere un valore aggiunto se aiutano ad avvicinare il pubblico contemporaneo al mito.
Lo stesso vale per la critica secondo cui Nolan avrebbe trasformato Ulisse in un personaggio travolto dal conflitto interiore causato dalla guerra. È proprio la sua complessità e la sua disillusione a rendere Odisseo uno degli eroi più moderni del mondo omerico. Certo, il riferimento esplicito all’Età del Bronzo in uno dei dialoghi poteva essere evitato; ma rimaniamo ancora sul piano dei dettagli.
Sì, ci sono – come vedremo – alcune scelte che tradiscono davvero il racconto omerico. Ma se il film non emoziona, non è certo per questo.
Il problema principale è che l’Odyssey di Nolan è ridotta ad un film di avventure in sequenza, un parco avventure psicologicamente piatto, senza pause, frenetico, in cui non c’è spazio per il significato simbolico di ogni ostacolo.
Non è solo una questione di ritmo.
Nel film ogni ostacolo è soltanto un ostacolo fisico e il viaggio diventa una successione di prove da superare. Nell’Odissea di Omero accade l’esatto contrario: nessuna avventura esiste soltanto per essere raccontata. Ognuna rappresenta una riflessione sulla condizione umana, una prova morale, una tentazione, una scelta. Ulisse non attraversa semplicemente il mare: attraversa se stesso.
I sette anni trascorsi con Calipso mettono Ulisse di fronte alla scelta tra mortalità ed immortalità: un conflitto interiore che si conclude con la decisione di preferire una vita mortale accanto a Penelope piuttosto che un’eternità insieme a una dea.
Tutto ciò è sostituito da un Ulisse “drogato” dal fiore di loto: un’inesattezza che, questa volta sì, cambia radicalmente il significato dell’episodio.
L’eliminazione della figura della principessa Nausicaa – colei che trova Ulisse naufrago sull’isola dei Feaci, lo conduce dal padre Alcìnoo, gli offre ospitalità, lo invita a raccontare la propria storia e infine lo aiuta a tornare a Itaca, incarnando l’ideale di ospitalità del mondo greco – apparirebbe quasi un sacrificio accettabile, se non fosse accompagnata dal completo travisamento e dalla sottorappresentazione dei sette anni trascorsi con Calipso.
Senza contare che la perdita della memoria dovuta al consumo del fiore di loto, oltre a rappresentare una riflessione sul dimenticare la propria identità e la propria patria, nel poema non ha nulla a che vedere con Calipso. A subirne gli effetti non è nemmeno Ulisse, ma i suoi compagni di viaggio, che si rifiutano di ascoltare il suo consiglio e devono essere trascinati con la forza sulle navi.
Lo stesso accade con l’anno trascorso presso la maga Circe, sceneggiato come se si trattasse di poche ore. Con essa scompare non solo la percezione del tempo, ma soprattutto il significato della lunga tentazione di abbandonare il proprio dovere e dimenticare il ritorno. Nel film tutto si riduce a un grottesco incantesimo e a un frettoloso lieto fine.
Nella breve parentesi dedicata a Polifemo, l’astuzia di Odisseo passa quasi del tutto in secondo piano e si accenna appena al suo peccato di orgoglio, destinato a provocare la vendetta di Poseidone.
Nella visita all’Ade, invece, viene completamente sacrificata la dimensione filosofica dell’episodio. L’incontro con Achille e la frase riferita a Ulisse (“Non consolarmi della morte, illustre Odisseo. Vorrei da bracciante servire un altro uomo, un uomo senza podere e con pochi mezzi, piuttosto che dominare su tutti i morti” – Odissea, XI, 488-491) rappresenta la più profonda riflessione dell’intera opera sulla vanità della gloria guerriera. Nel film resta poco più di una parentesi narrativa.
Il finale, al quale Nolan ruba tutta la tragicità trasformandolo in una fuga romantica da Itaca, stravolge lo sviluppo della vicenda. L’Odissea culmina infatti nel ritorno a casa, nel peso del tempo trascorso, nel senso del dovere e nel difficile ristabilimento della giustizia. La strage dei Proci è il momento in cui Omero ristabilisce l’ordine violato. Privare il finale di questa durezza significa alterarne profondamente il significato.
Senza contare che Itaca viene affidata inspiegabilmente a un Telemaco dipinto per tutto il film come un inetto sognatore, incapace perfino di aiutare il padre circondato dai nemici, in una scena in cui probabilmente il regista dà il peggio di sé: Ulisse, completamente circondato e sopraffatto dai nemici, senza nessuno ad aiutarlo, con frecce infilzate nella schiena, respinge miracolosamente tutti coloro che gli si fanno incontro, mentre gli altri, poco a poco, si inginocchiano in segno di sottomissione. Una scelta ancora più discutibile se si pensa che, nel poema, Telemaco, insieme al porcaro Eumeo, al mandriano Filezio e con il sostegno di Atena, partecipa concretamente alla strage dei Proci.
Un regista può, e forse deve, offrire una propria interpretazione di una storia, se questo serve ad arricchirla.
Il problema di Odyssey, invece, è esattamente l’opposto: non aver tradito Omero per dire qualcosa di nuovo, ma averlo semplificato fino a privarlo di gran parte della sua profondità. Dietro un apparato tecnico gigantesco e una produzione monumentale, Nolan finisce per raccontare una storia molto più piccola di quella che aveva tra le mani.
È per questo che, alla fine, la montagna ha davvero partorito il topolino.
Emmanuel Raffaele Maraziti