La Corte dei Conti boccia il sistema idrico calabrese

corte conti calabriaUna bocciatura netta. Questo, in sintesi, il contenuto della relazione sulla gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria, redatta della Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti presieduta da  Franco Franceschetti e della quale ha dato lettura ieri il magistrato Quirino Lorelli.

L’assetto normativo per cui l’Autorità di Ambito avrebbe dovuto aggiudicare la gestione del servizio ed i Comuni avrebbero dovuto partecipare alla gestione dell’Autorità, chiarisce la relazione, «non è mai stato applicato e si è determinata, negli anni, una sorta di extraterritorialità dell’intero sistemo legislativo e gestorio delle acque nel territorio della Calabria».

Dubbi anche sulla conformità alla legge statale della legge regionale 34/2010, che nell’art. 47 attribuisce alla Regione le funzioni di Autorità di Ambito, dal momento che la Corte costituzionale «ha escluso ogni competenza residuale regionale in materia di servizi pubblici locali», senza contare che l’articolo in questione «viene a reintrodurre nell’ordinamento un soggetto – l’Autorità d’Ambito – che è stato espressamente cancellato dalla legge dello Stato».

Bocciatura anche per gli Ato i quali, prosegue la relazione, «hanno mostrato, tutti indifferentemente, scarsa attenzione all’evoluzione normativa, quando addirittura hanno dimostrato chiaramente di disconoscerla». Una situazione che l’adunanza pubblica di ieri ha confermato con diversi silenzi imbarazzanti e situazioni tragicomiche. Puntuale la relazione resa invece dal presidente della Provincia di Catanzaro Wanda Ferro, la quale ha inteso chiarire che nessuna legge regionale ha mai trasferito le funzioni alle amministrazioni provinciali e che la Provincia di Catanzaro non ha mai svolto le funzioni di soggetto d’ambito limitandosi «a supportare l’organismo esistente solo sotto il profilo amministrativo-contabile senza risorse a carico della Provincia».

Perdite per l’Ato di Cosenza, nessuna verifica delle infrastrutture da parte dell’Autorità di Ambito dell’Ato di Catanzaro, mancata attuazione delle norme ambientali a Crotone, mancata individuazione del soggetto gestore a Vibo ed, infine, assenza di un proprio bilancio a Reggio Calabria, dove si fa riferimento a quello della Provincia. Per quanto riguarda Sorical, si nota che la partecipazione degli enti locali «è rimasta lettera morta», mentre il capitale è per il 53,55% della Regione e per il 46,5% di Acque Calabria Spa, controllata di Acqua Spa, a sua volta della Siba Spa che, in un intricato gioco di scatole cinesi, è interamente partecipata dalla multinazionale Veolia Water.

Un affidamento, quello a Sorical, che secondo la Corte potrebbe non essere legittimo, tenendo conto che «il sistema legislativo calabrese incentrato ancora sulla L.R. 10/1997 presenta possibili margini di incostituzionalità». Stabile nel triennio 2007-2010 la tariffa applicata, mentre si sarebbe ridotto il margine incassato dai Comuni da destinare alla manutenzione e all’ammodernamento. Un’osservazione a cui Sergio Abramo, presidente della Sorical, ha risposto: «è la Regione che determina i meccanismi tariffari e quella regionale è tra le più basse in Italia».

La Corte, infine, segnala l’anomalia di Comuni, tra cui spicca Cosenza che, pur disponendo di risorse idriche sufficienti, acquistano acqua da Sorical, e di altri quali Reggio, Catanzaro e ancora Cosenza che, pur avendo riscosso il pagamento da parte dei cittadini, hanno maturato un debito crescente nei confronti dell’azienda. La raccomandazione della Corte è quella di provvedere all’adozione «di una legge regionale unitaria ed organica che aggiorni l’intero sistema».

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, dicembre 2011

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La gestione dell’acqua, tra Stato e mercato (intervista al prof. Giulio Citroni)

acquaTra stato e mercato nel 2007, Chi governa l’acqua? nel 2008: Giulio Citroni, docente di Politica Comparata e Scienza Politica presso l’Università della Calabria, la Florida State University e l’Università di Firenze, da tempo analizza la questione del servizio idrico.

Abrogazione del decreto Ronchi per difendere l’acqua pubblica: ma dopo la legge Galli lo è ancora?

Nel ‘94 si sono introdotte logiche privatistiche nella gestione ma si era, credo legittimamente, lasciato all’autonomia dei comuni (associati in ATO) la decisione sulle forme aziendali pubbliche, private o miste da adottare. La legge “Comunitaria” Ronchi prevede l’obbligo di ricorso alla gara per l’affidamento a società di capitali o, in alternativa, la vendita di quote non inferiori al 40% delle società pubbliche a soggetti privati. Il referendum propone di abolire tale obbligo (e non, come dicono gli spot RAI, di abolire la possibilità di ricorso al privato): come segnala la Corte Costituzionale (sentenza 24/2009) un simile obbligo non trova alcuna giustificazione nell’ordinamento comunitario.

Cosa significherebbe abrogare il decreto Ronchi?

Innanzitutto chiarire che, dopo quindici anni di sperimentazione, tentativi di in house, società miste, gare ecc. non  si è scoperto – come sembra presupporre il decreto – che le gare sono il modo migliore di operare e non è quindi giunto il momento di vietare le altre forme di gestione.

Difficoltà nell’implementazione della legge Galli: cosa si è sbagliato?

L’implementazione prevista era molto complessa: ha dato avvio a una sperimentazione non ancora terminata, che forse avrebbe bisogno di incentivi, partecipazione e controllo/valutazione, più che di interventi drastici come l’obbligo di un ricorso generalizzato alle gare e alle privatizzazioni.

Pochi partecipanti nelle gare per la scelta del socio privato e la decisione sulla gestione è ancora politica. Il mercato ha già fallito?

Di regole e controlli nelle gare si parla da anni ma su questo nessun governo è intervenuto efficacemente. Qualcosa è emerso dai lavori dell’Antitrust, che nel 2007 condannò ACEA e SUEZ per comportamento collusivo nelle gare per l’acqua toscana.  A questo proposito si deve ricordare il secondo quesito sulla tariffa del servizio idrico: esso va direttamente a colpire il “mercato per decreto” tipico di molte privatizzazioni italiane, dove “il privato porta i capitali”, salvo poi farne pagare il costo al cittadino in bolletta.

Acqua pubblica: la gestione diretta è ormai improponibile?

E’ chiaro che il pubblico non intende costruire tubi e contatori: un ruolo del privato permarrà quanto meno nel ruolo di fornitore. Di qui, ad affidare al privato la definizione delle strategie aziendali complessive, ci corre molta distanza.

Costi socializzati e profitti privatizzati?

I costi certamente sono socializzati ed è naturale che sia così. Forse si dovrebbe anche riaprire la possibilità che gli investimenti sulle reti siano da finanziare con tassazione progressiva e non con una tariffa imposta su un consumo sostanzialmente rigido. I profitti, se ci sono, sono di chi gestisce.

In conclusione, quale ritiene sia la ricetta migliore?

In Europa le soluzioni sono diverse: la Francia, ad esempio, ha sempre affidato la gestione ai privati e ha dovuto correre ai ripari negli ultimi vent’anni per rimediare a corruzione, inefficienze, e opacità di un oligopolio privato che schiacciava i comuni. I casi esaminati dimostrano che contano il controllo, la valutazione, la partecipazione, oltre ovviamente alla capacità dei governanti.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, giugno 2011