Contrordine compagne: a gambe aperte contro il “manspreading”

Manspreading. Ce ne eravamo – ahinoi! – occupati: l’invasione “machista” dello spazio che il maschio praticherebbe quotidianamente in metro e bus sedendo in maniera scomposta a gambe aperte, non tanto e non solo per maleducazione, quanto per l’attitudine naturale ad imporsi prepotentemente, soprattutto sulla donna ovviamente. Una forma di sessismo inaccettabile secondo le femministe di Madrid – che hanno fatto pressioni sull’amministrazione cittadina per risolvere l’annoso problema – e di tutto il mondo, sempre attente ai piccoli e poco visibili (a volte proprio invisibili, se non agli occhi di poche fanatiche) atti di maschilismo quotidiano nel mondo. Sarebbe cosa buona e giusta – ci avevano spiegato, incuranti delle ovvie “discrepanze strutturali” tra i due sessi che fanno poca uguaglianza sostanziale – imporre agli uomini di sedere a gambe chiuse, con umiltà paritaria. E così, in nome dello stop al dominio maschile dell’universo e, a dispetto di un mondo che le stesse femministe pensavamo volessero senza confini e senza le imposizioni della morale sessuale, ci eravamo ritrovati con un movimento disposto a tutto pur di difendere persino l’inviolabilità del proprio piccolo orticello mobile quotidiano, la sacralità dei confini del posto a sedere sui mezzi pubblici e addirittura i principi della cara vecchia morale cattolica sulla base dei quali non sta per niente bene che gli arti di due sconosciuti di sesso opposto (attendiamo ancora l’analisi sul manspreading omosessuale) vadano a toccarsi. Molestia! Vergogna! Disonore! Il “manspreading” era stato paragonato persino allo stupro.

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