K-Flex, parla uno dei dipendenti licenziati: “posti di lavoro rimangano in Italia”

Ci siamo occupati ieri del caso K-Flex, azienda multinazionale nata a Roncello nel 1989, che l’otto febbraio scorso ha dato il via alla procedura di licenziamento collettivo proprio per i 187 lavoratori del suo stabilimento in provincia di Monza e Brianza. L’impresa, che ormai possiede altri dieci stabilimenti e circa duemila addetti in tutto il mondo, nonostante i bilanci in attivo e gli oltre dodici milioni di finanziamenti pubblici percepiti, ha deciso che produrre in Italia non conviene, a vantaggio della manodopera a basso costo polacca. Nel nostro paese rimarranno soltanto una cinquantina di dipendenti del reparto commerciale e del settore della ricerca. Ecco perché, dal 24 gennaio scorso, in seguito all’annuncio della volontà aziendale di interrompere la produzione in Italia, i dipendenti hanno dato vita ad un presidio permanente, a costo di vedersi recapitare una busta paga che a febbraio, in molti casi, ha un valore netto addirittura al di sotto dello zero. Gli incontri ed il sostegno del Ministro dello Sviluppo Economico, le interrogazioni parlamentari e la visita di diversi esponenti politici (Salvini, Di Maio, ecc.) hanno dato risalto alla vicenda, ma non sono stati risolutivi di fronte ad un governo privo di strumenti per agire concretamente e ad un’azienda che considera i licenziamenti irrevocabili. “Il caso K-Flex”, osserva Angela De Rosa, rappresentante lombarda di CasaPound Italia, “evidenzia ancora una volta l’incapacità della politica a trovare risposte ai problemi. Si attivano tavoli, si perde tempo in chiacchiere ma né il governo né il parlamento sono in grado di sviluppare politiche per evitare che si licenzi in Italia per assumere in Polonia. Non c’è visione del futuro e si continua a svendere il nostro mercato del lavoro”. Un vuoto politico che noi avevamo sottolineato ieri ma che pare non sia percepito dai lavoratori.

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