K-Flex, il silenzio della politica che uccide il lavoro. Tensioni al presidio di Roncello

Settimana movimentata quella appena trascorsa dai lavoratori della K-Flex di Roncello (MB) ma, purtroppo, nessuna novità giunge ancora dalle istituzioni che, tra una promessa e l’altra, sembra stiano cercando soltanto di temporeggiare in attesa dell’effettività del licenziamento, nonostante la profonda fiducia dimostrata dai 187 dipendenti interessati dalla sforbiciata aziendale.

Sabato 25 marzo, in occasione della visita pastorale di papa Francesco a Milano, una delegazione composta da una ventina di lavoratori, si è recata al parco di Monza ad assistere alla messa celebrata dal pontefice: “#K-Flex: chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo”, questo il messaggio stampato sulle loro magliette arancioni rivolto al ‘vescovo di Roma’. Qualche giornalista incuriosito, qualche flash ed il silenzio del Vaticano.

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K-Flex, parla uno dei dipendenti licenziati: “posti di lavoro rimangano in Italia”

Ci siamo occupati ieri del caso K-Flex, azienda multinazionale nata a Roncello nel 1989, che l’otto febbraio scorso ha dato il via alla procedura di licenziamento collettivo proprio per i 187 lavoratori del suo stabilimento in provincia di Monza e Brianza. L’impresa, che ormai possiede altri dieci stabilimenti e circa duemila addetti in tutto il mondo, nonostante i bilanci in attivo e gli oltre dodici milioni di finanziamenti pubblici percepiti, ha deciso che produrre in Italia non conviene, a vantaggio della manodopera a basso costo polacca. Nel nostro paese rimarranno soltanto una cinquantina di dipendenti del reparto commerciale e del settore della ricerca. Ecco perché, dal 24 gennaio scorso, in seguito all’annuncio della volontà aziendale di interrompere la produzione in Italia, i dipendenti hanno dato vita ad un presidio permanente, a costo di vedersi recapitare una busta paga che a febbraio, in molti casi, ha un valore netto addirittura al di sotto dello zero. Gli incontri ed il sostegno del Ministro dello Sviluppo Economico, le interrogazioni parlamentari e la visita di diversi esponenti politici (Salvini, Di Maio, ecc.) hanno dato risalto alla vicenda, ma non sono stati risolutivi di fronte ad un governo privo di strumenti per agire concretamente e ad un’azienda che considera i licenziamenti irrevocabili. “Il caso K-Flex”, osserva Angela De Rosa, rappresentante lombarda di CasaPound Italia, “evidenzia ancora una volta l’incapacità della politica a trovare risposte ai problemi. Si attivano tavoli, si perde tempo in chiacchiere ma né il governo né il parlamento sono in grado di sviluppare politiche per evitare che si licenzi in Italia per assumere in Polonia. Non c’è visione del futuro e si continua a svendere il nostro mercato del lavoro”. Un vuoto politico che noi avevamo sottolineato ieri ma che pare non sia percepito dai lavoratori.

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Dopo 30 anni la K-Flex chiude il suo primo stabilimento: meglio produrre in Polonia

“Il ministero ha prontamente attivato un tavolo di confronto”. Il vuoto politico, come al solito, si nasconde dietro espressioni dall’apparenza perentoria. Prontissimo ad attivare un tavolo, il governo, però, non si sogna neanche di andare oltre le chiacchiere e di affrontare il problema alla radice, come d’altra parte chiedono a gran voce i lavoratori.

K-Flex, azienda ormai multinazionale che produce e distribuisce isolanti termici ed acustici, nata nel 1989 a Roncello (MB), dopo quasi trent’anni di attività, altri dieci impianti ed oltre 2mila dipendenti in tutto il mondo, e dopo – soprattutto – milioni di euro incassati dallo Stato per lo sviluppo e la ricerca, si appresta a licenziare i 187 dipendenti del suo primo stabilimento per spostare la produzione in Polonia, dove già operano 250 lavoratori. Ma, secondo il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che lo scorso 8 marzo in aula ha riferito nel merito della questione, rispondendo alla Camera dei deputati ad una interrogazione proposta da Giovanna Martelli (Democratici e Progressisti), “non si tratta di delocalizzazioni ma di produzioni a basso valore unitario, da realizzare necessariamente nei paesi di destinazione”. In altre parole, è impensabile accedere a quel mercato con i costi di produzione italiani, ma questo non avrebbe a che fare con la chiusura dello stabilimento italiano. Il che è semplicemente un inutile gioco di parole, poiché l’azienda, che oggi ha deciso di fermare la produzione in Italia, non smetterà certo di vendere nel nostro paese. Anzi, ha già annunciato che una cinquantina di dipendenti saranno ancora attivi in ambito commerciale e di ricerca. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, quindi, parlare di delocalizzazione è più che lecito. E la questione, come anticipavamo, è aggravata dagli oltre dodici milioni di fondi pubblici che l’azienda ha percepito, dopo aver peraltro sottoscritto un impegno secondo il quale nel 2017 nessun posto di lavoro sarebbe stato a rischio.

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