“The danish girl” in uscita a febbraio, l’8 marzo “Suffragette”: sinistra a confronto col grande schermo

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Il “trans” Lili Elbe in una foto del 1930 e la sua trasposizione cinematografica

Usciranno nelle sale italiane a circa tre settimane di distanza l’una dall’altra, il 18 febbraio la prima e nella significativa e per diversi motivi azzeccata data dell’8 marzo la seconda.

The Danish girl” è una pellicola che racconta la storia della prima persona nella storia che si sottopose, nel 1930 in Germania, ad un intervento di riassegnazione sessuale, cambiando legalmente nome, da Einar Wegener a Lili Elbe; “Suffragette”, la seconda, ripercorre invece, intrecciando romanzo e verità, la lotta del movimento delle cosiddette “suffragette” appunto, antesignane del movimento femminista, che lottarono, a partire da fine Ottocento, per il diritto di voto delle donne nelle elezioni politiche; un diritto che in Italia sarà conquistato dal sesso femminile soltanto nel 1945 * e che nel Regno Unito fu realtà dal 1928 (ma già dal 1918 con grandi limitazioni), in seguito alle battaglie portate avanti dalle donne con l’incitamento di figure come Emmeline Pankhurst, fondatrice della WSPU (Women’s Social and Political Union), Unione Sociale e Politica delle Donne, che a titolo simbolico fa la sua comparsa nel film nelle vesti di Meryl Streep.

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Emmeline Pankhurst arrestata a Londra

E’ chiaro che parliamo di due pellicole artisticamente ben fatte. Diretto da Sarah Gavron, “Suffragette” scorre leggermente più veloce, 106 minuti contro i 120 della pellicola diretta e coprodotta da Tom Hooper. Anche il ritmo è più incalzante, se non altro per questioni di trama. Nella prima una vera e propria rivolta sociale che gradualmente esplode contro il governo britannico, nella seconda la progressiva trasformazione del pittore Einar nella fragile Lili. Ma nessuna delle due opere appare troppo lenta o, al contrario, confusionaria. La narrazione è lineare, semplice e procede in entrambi i casi, in maniera progressiva (quasi “progressista”) verso un gran finale simbolico che rappresenta in entrambi i casi il sacrificio e la conquista.

Delle due produzioni in lingua inglese, non possiamo che dir bene quanto a fotografia (soprattutto nel caso di “Danish girl”), costumi e sceneggiatura.

Due lavori, da un punto di vista tecnico, impeccabili, con ottimi attori (Eddie Redmayne, che impersona Einar, d’altronde, aveva già dato grandissima prova del suo talento in “La teoria del tutto”, film del 2014 sulla vita dell’astrofisico Stephen Hawking) e senz’altro coinvolgenti; che non si superano quanto ad originalità, se proprio vogliamo trovare un difetto, ma fanno per bene il loro lavoro, in tutti i sensi, con un soggetto in grado da solo di guadagnarsi l’attenzione.

È però innegabile che, al di là dei giudizi di forma, protagonista, in entrambi i casi, sia la “Storia”, con i suoi drammi e le sue farse, dal diritto di voto per le donne al gay pride. E l’uscita in coincidenza dei due film non può che portare qualche spunto di riflessione sull’evoluzione di questi due temi in direzione di un punto altrettanto coincidente.

I CONTENUTI AL DI LA’ DELLA CINEMATOGRAFIA
Innanzitutto, ottima la scelta di proporre “Suffragette” al pubblico italiano proprio nel giorno in cui si celebra convenzionalmente la festa della donna. Non sarebbe male se stormi di femmine cicaleccianti, anziché alle solite cene solo-donne, dedicassero l’otto marzo alla visione di questa pellicola e comprendessero il valore del loro diritto di voto, calpestato né più né meno di quello maschile dal succedersi di governi non eletti e dalla finta democrazia europea. E non sarebbe male neanche se a vederlo ci andassero le presunte eredi di quelle prime forme di impegno “femminista”, che in realtà, eredi del ’68 più che delle lotte di inizio secolo, hanno finito oggi per vedersi rappresentate dall’estremismo tragicomico delle “Femen”, diretta conseguenza di una lotta che ha progressivamente spostato il mirino dai diritti civili all’ordinamento sociale.

Non che le basi di tutto questo non fossero già presenti sul nascere: “Non ho mai propagandato l’eliminazione di una vita umana, ma l’eliminazione della proprietà, quella si” (“I have never advised the destruction of life, but of property, yes”), disse Emmeline Pankhurst, leader “femminista” di cui si parla nel film come di un riferimento organizzativo concreto per le militanti.

Convinta che la proprietà privata fosse il vero ed unico oggetto della tutela dello Stato, in luogo della vita umana, era infatti determinata nell’ usare l’attacco ad essa come efficace minaccia contro i nemici della sua causa per il suffragio universale (“There is something that Governments care for far more than human life, and that is the security of property, and so it is through property that we shall strike the enemy. Be militant each in your own way. I incite this meeting to rebellion). L’uomo ha giustamente lottato per la sua libertà, la donna deve lottare per la propria. E per farlo non disdegnava venissero spaccate vetrine (“The argument of the broken window pane is the most valuable argument in modern politics”), né più ne meno che i moderni e odiatissimi “black block”.

DIRITTO DI VOTO E “FEMMINISMO” – C’è, in ogni caso, una distinzione importante da notare: la lotta per le libertà civili delle donne, come il voto e l’uguaglianza rispetto agli uomini davanti alla legge, sono il naturale e giusto sbocco di un essere umano liberato da qualsiasi forma di pura schiavitù legale dell’uomo sull’uomo di stampo primitivo e feudale, ma non sono per nulla paragonabili alle rivendicazioni contemporanee di natura sociale che mirano ad indirizzare in maniera forzata attraverso la legge il cambiamento del senso comune.

Peraltro, un equilibrato numero di uomini e donne nelle assemblee rappresentative, nelle candidature ed in ogni altro ambito che apparentemente mantenga intatta le barriere di genere dovrebbe essere l’esito spontaneo delle leggi che garantiscono pari opportunità, non un’imposizione. La legge può registrare i cambiamenti sociali, rappresentare una determinata visione del mondo; ma diventa un guaio quando vuole imporne un’altra che la società disconosce, odiosa tanto più che l’ordinamento che intende sovvertire è quello naturale.

Sta di fatto che quelle lotte, nate da profonde ingiustizie sociali, sfruttamento, condizioni economiche e lavorative al di sotto di ogni standard oggi immaginabile, servirono a rendere effettiva la capacità giuridica delle donne ed a porre fine a quelle ingiustizie, contribuirono a costruire, poi, uno stato sociale; quelle attuali, artificialmente radicalizzate dallo sterile ideologismo sessantottino delle menti borghesi figlie del boom economico, non fanno che dimostrare il vicolo cieco a cui avrebbe condotto quell’ideologismo, in un’epoca di resa per lo stato sociale.

Uteri in affitto, mercificazione del sesso, donne convinte che per avere un figlio un maschio sia, fisicamente e psicologicamente, superfluo, padri separati che perdono i diritti sui figli e, più genericamente, l’utilizzo strumentale dell’uguaglianza di fronte alla legge per giungere ad un livellamento etico/funzionale, se non al superamento, dei due sessi. In breve, la fine della naturale complementarità tra uomo e donna, in quanto presunta eredità di una visione maschilista della società e rifiuto con essa di qualsiasi forma di gerarchia e meritocrazia.

“LA RAGAZZA DANESE” E L’IDEOLOGIA GENDER – Non fa che accompagnarci fino a questo punto il femminismo ideologizzato di cui sopra, per nulla distanti dalla logica della formula “genitore 1” e “genitore 2” per definire padre e madre o viceversa, che tende a de-caratterizzare le due figure genitoriali e renderle neutre, identiche l’una all’altra, affettivamente sostituibili. E praticamente anche deresponsabilizzate.

Operazione identica a quella che avverrebbe con le adozioni consentite alle coppie gay e quindi con la diffusione anche in Italia delle cosiddette “famiglie omogenitoriali”, che impedirebbero, di fatto, il riconoscimento a tutti i bambini della possibilità quanto meno potenziale di avere qualcuno da chiamare “mamma” e qualcun altro da chiamare “padre”.

Ed ecco perché è essenziale l’intensità della vicenda raccontata dalla  “Ragazza danese” nel biasimare ogni tentativo di strumentalizzare a fini politici e sociali un disturbo dell’identità di genere qual è appunto la disforia di genere – che comunque non è omosessualità (in qualunque modo la si consideri) e che vede l’identificazione della persona con il sesso opposto a quello biologico – per neutralizzare la differenza naturale dei sessi, che nulla ha a che fare con la legge e i diritti civili.

Una differenza che è di ruoli naturali, come quelli di madre e padre ad esempio, e che giunge a significare anche un diverso atteggiamento, un diverso senso estetico ed un diverso contegno in ambito pubblico e privato, dovuto a due paradigmi profondamente complementari ed innati nella nostra specie. Una differenza che, paradossalmente, il transessualismo – al contrario dell’omosessualità che può limitarsi al gusto sessuale – non fa che confermare, andando, ad esempio, oltre il desiderio di un altro uomo, giungendo a quello di vestirsi, comportarsi e, possibilmente, trasformarsi esteticamente e fisicamente, in una donna, proprio a sottolineare come l’inevitabile scelta di campo non sia limitata all’orientamento sessuale *.

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A sinistra, Einar Wegener prima dell’operazione

DISTINGUERE I PIANI – “Danish girl” è un film che, di per sé, non strumentalizza la vicenda di Einar Wegener, che non ne immagina i risvolti politici dato il contesto storico e si rivolge ad una dimensione assolutamente esistenziale: il travaglio interiore dell’artista e di sua moglie Gerda, la confusione e la determinazione ad agire. Si presta al massimo al giudizio morale di chi ritiene di sostituirsi a Dio puntando l’indice sul prossimo anziché su se stessi, atteggiamento anch’esso di rilievo del tutto privato. E’ per questa ragione che, sebbene il paragone fra la lotta per il diritto di voto e quella per il diritto di portare vestiti ed acconciature da donna appaia assolutamente ridicolo, una battaglia dall’esito scontato, sarebbe altrettanto scorretto non tener semplicemente conto della differente dimensione della questione, di interesse pubblico e di rilievo politico il diritto di voto delle donne, di interesse essenzialmente privato e di nessun rilievo politico il diritto di sentirsi donna.

Ecco che, in tal modo, proprio per rispettare le pertinenze, nessun atto di rilevanza giuridica pubblica dovrebbe tenere in considerazione l’appartenenza sessuale incerta – legittimandola o, addirittura, inventando un altro sesso – né dovrebbe consentire ad un bambino di avere due padri o due madri, né che un matrimonio fondato sulla famiglia naturale possa avere la stessa funzione e riconoscimento di un unione civile, che pur regolamentata non deve essere ingiustamente assimilata.

Nessuno intende negare le sofferenze interiori di una persona nata con un disturbo dell’identità di genere (soprattutto in un’epoca in cui questo rischiava di farti finire chiuso in manicomio, questo si elemento di rilevanza pubblica), semplicemente la questione, del tutto privata, non può avere rilevanza giuridico o sociale tale da influire sull’ordinamento naturale e sul concetto di uomo e donna.

E nessuno intende negare i diritti civili delle donne, che garantiscono loro pari opportunità e libertà politica, ma questo non può condurre forzatamente ad un mutamento del piano etico per cui il genere sessuale diventa interscambiabile, i ruoli naturali abrogati dalla storia, la genitorialità una lotteria casuale.

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Einar Wegener nei panni di Lili Elbe, in un ritratto della moglie Gerda

D’altronde, l’ambientazione dei due film contribuisce perfettamente a rendere l’idea di una diversa dimensione delle due questioni: dalla fabbrica e dal lavoro sottopagato e minorile, dallo sfruttamento, dalla repressione e dalle prigioni alla borghese intimità di una coppia di artisti degli anni Venti, alla confusione interiore del marito, ai loro giochi di coppia, ai vestiti da donna ed ai problemi che vengono fuori, fino alla decisione di operarsi.

Due piani del tutto differenti e separati, che ci raccontano virtualmente la storia di una sinistra europea passata, anch’essa, dalla fabbrica alle camere da letto, dando un volgare tocco di assurdo anche alla tragedia interiore, decontestualizzandola e mettendola su un piano pubblico, nel tentativo di perseguire scopi ideologici che sono ben lontani dai diritti civili delle donne e di chiunque abbia un orientamento o una percezione della propria sessualità differente dalla norma.

 

  • Nel 1923 Benito Mussolini, ormai al potere da un anno in Italia, partecipò al IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio, promettendo – pare – il voto amministrativo alle italiane. Già nel 1919, del resto, il programma dei Fasci di Combattimento, la formazione iniziale e altamente rivoluzionaria fondata dal Duce a Milano, prevedeva al primo punto il “suffragio universale a scrutinio di lista regionale con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne”. Le cose poi andarono diversamente ma lo stesso, nel 1923, il diritto di voto amministrativo venne esteso ad alcune categorie particolarmente meritevoli di donne e nel 1925 poterono essere elette a livello amministrativo, se non che l’evolversi degli eventi portò poi alla nomina dei podestà. Sicuramente, per meriti o demeriti su entrambi i fronti, la situazione in Italia non raggiunse l’apice di incandescenza raggiunto in Gran Bretagna con la morte di Emily Davison, travolta dal cavallo di Re Giorgio V al Derby di Epsom il 4 giugno 1914 nel tentativo di dar visibilità alla lotta della WSPU.
  • Anche in questo caso non può mancare una parentesi storica a ricordare come la Carta del Carnaro di Fiume del 1920 prevedesse la libertà di orientamento sessuale e depenalizzasse l’omosessualità, ciò che sostanzialmente veniva confermato dal fascista codice Rocco del 1930, che non prevedeva reati connessi all’omosessualità. Un solo articolo, il 528 presente in una bozza poi scartata, prevedeva la punizione per gli atti che avrebbero provocato “pubblico scandalo” ed il confino, approvato solo nel ’36 con l’avvicinamento al Nazionalsocialismo tedesco, durò appena tre anni.

LEI DISSE SI

lei disse siLei disse si. Ad un’altra donna. E la proiezione in anteprima, per la decima edizione del Biografilm Festival 2014, è un misto di applausi progressisti e commossi pianti nuziali che regalano alla regista Maria Pecchioli il premio della giuria per la categoria «Italia».

«Lei disse si», infatti, è il documentario che, dal 21 ottobre, racconta, in una ventina di cinema italiani per poco più di un’ora, la storia di Ingrid Lamminpää e Lorenza Soldoni (toscane con origini svedesi nel primo caso), felicemente spose in terra scandinava nel giorno del solstizio d’estate 2013.

«La rivoluzione a colpi di bouquet è appena cominciata», annuncia il sottotitolo di una pellicola presentata a Milano il 25 novembre appena trascorso con la partecipazione della Pecchioli, che su cinemagay.it in proposito osservava:  «il matrimonio ha una struttura borghese, ma in questa nuova chiave ha in sé il germe dell’uguaglianza e, quindi, è rivoluzionario».

«E’ importante», aggiungeva, «costruire un immaginario sul matrimonio tra due persone dello stesso sesso».

Ma il tentativo, per certi versi, non è il massimo, visto che a sposare Lorenza ed Ingrid è la versione in carne ed ossa del Capitano McAllister dei Simpson, con tanto di occhiali da sole e furgoncino con réclame: «officiante di matrimoni». Forma decisamente trash per una cerimonia a dir poco scarna, priva di emozioni, con tanto di «gimme five» a sigillare l’unione.

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Encomiabile, d’altra parte, l’atteggiamento delle due spose, che non si vestono di retorica omosex o vittimismo, donando tutto sommato gradevolezza ad un documentario che, nato da un video blog e finanziatosi sul web, ci parla di una storia semplice, che suscita simpatia quanto le due protagoniste, ironiche e sfrontate come «madrepatria Toscana» comanda.

Nessuna mascherata, problemi di coppie come tante, fidanzamenti, la paura dell’ufficialità, i parenti, la torta di nozze, il vestito da sposa. Tutto molto normale e nessuna enfasi nel racconto.

«Hanno trasmesso il senso del matrimonio che molti etero hanno perso», osserva Milena Cannavacciuolo, fondatrice del blog «Lez Pop» («La cultura pop in salsa lesbica»), in occasione della proiezione milanese, azzeccando probabilmente in pieno l’analisi.

Mentre la stylist commenta: «il timore è che la comunità gay si imborghesisca e prenda una piega tradizionalista».

Al di là del caso singolo, dunque, è ovvio domandarsi se è giusto che altre persone dello stesso sesso possano sposarsi in Italia.

Ebbene, partendo da una prospettiva laica e dalla convinzione che non debba essere il diritto canonico il fondamento del nostro ordinamento, è inutile affrontare la questione da un punto di vista religioso. E’ abbastanza evidente, d’altronde, che al cattolico si possano chiedere tolleranza e rispetto senza però prescindere dalla considerazione del peccato insito in un rapporto omosex. Anzi, essendo la questione appannaggio della dottrina cattolica, ogni attacco in tal senso va letto come attacco all’istituzione nel suo complesso ed al principio stesso di laicità, che è separazione delle due sfere e non abolizione di una delle due, nel rispetto di entrambe.

Al netto del moralismo, è infatti sacrosanto che lo Stato, partendo da una prospettiva libertaria e, ad un tempo, organicista, non interpreti il rispetto delle differenze come livellamento, azzeramento ed appiattimento di quest’ultime.

Quanto all’analisi in sé del fenomeno, se può esser vero che il matrimonio religioso ha una struttura per così dire «borghese» di per sé, ciò non risponde per forza al vero per il matrimonio civile, che può essere altrettanto laico ed egualitario (si intenda complementarità dei ruoli ed uguale dignità). D’altro canto, se il matrimonio gay, in quanto fenomeno in costruzione, ancora sfugge alla cristallizzazione del suo significato essenziale, ciò non vuol dire – come sottolineato dall’attivista lgbt – che la sua ipotetica natura rivoluzionaria debba per forza avere carattere permanente, istituzionalizzandosi in maniera coerente con la fase attuale di stato nascente.

Fatto salvo il termine «matrimonio», che sarebbe il caso continuasse a definire soltanto l’unione di uomo e donna, e partendo dal presupposto che ciascuno celebra la propria unione con chi gli pare, venendo ad una prospettiva «politica»,  il discorso si riduce quindi ai diritti che lo Stato può e deve legittimamente tutelare, riconoscendo o meno valore all’unione in questione.

La tutela della famiglia tradizionale deve per forza di cose condurre all’esclusione di fattispecie differenti?

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Ciò sarebbe vero se lo Stato fosse fondato unicamente sul valore della famiglia, messa in posizione di preminenza rispetto allo Stato stesso, in opposizione dunque ad una concezione organica.

Lo Stato, invece, tutela determinate fattispecie, riservando conseguenti diritti a determinati soggetti, a fronte del riconoscimento di un vantaggio materiale o immateriale che la comunità intera trae da esse oppure nel caso un diritto non limiti col suo esercizio un diritto altrui.

Al di là degli aspetti ideologici, dei «pro» e dei «contro» aprioristici, è nel concreto il nocciolo della questione.

Obbligo di assistenza, ereditarietà, reversibilità di trattamenti pensionistici: questi i punti fondamentali su cui è necessario riflettere valutando così, ad esempio, l’opportunità di garantire ad un’altra persona un esborso dovuto al lavoratore in seguito all’istituzione di un vero e proprio patto solidaristico tra lui e un altro soggetto (con la costituzione di una unione civile appunto), organizzati come unità singola nella vita e nell’amministrazione delle proprie risorse.

Può questo essere tutto questo inteso in funzione anti-individualistica e, dunque, positiva?

Probabilmente si, come avviene per altre fattispecie di natura non solo affettiva. Ma è importante valutare, anziché fare di tutta l’erba un fascio.

D’altronde, una libertà ordinata, civile, sociale, anziché primitiva, anti-sociale  ed individualista, aggressiva e caotica è propria ad uno Stato organico.

Poste le basi di un discorso propositivo, c’è però un fattore che «Lei disse si» platealmente evidenzia.

«E’ importante costruire un immaginario sul matrimonio tra due persone dello stesso sesso», d’accordo. Ma, come prova la pellicola, l’immaginario prodotto non risulta che una brutta copia dell’originale, un’imitazione scialba della tradizione.

Il velo, la torta, i parenti, il bacio subito dopo il si: tutto è ricalcato dal vituperato matrimonio borghese.

Dove sta la diversità? Dove l’immaginario rinnovato?

Lo spirito propositivo e costruttivo manca agli attivisti lgbt, dai quali, invece, spesso traspare chiaramente la volontà di usare la lotta lgbt, come in passato il femminismo, quale strumento per compiere un ulteriore passo avanti verso una visione del mondo ideologizzata, egualitarista (che è conformismo e non soltanto uguale dignità per tutti), omologante, «antifascista» ed intollerante, che non si limita ad affiancare altri modi di pensare e vivere, mirando invece a distruggerli o sostituirli.

«E’ inaccettabile», sostiene uno dei rappresentanti di «Love out law» presente alla proiezione milanese, «che l’Europa tolleri che ci siano cittadini di serie A e cittadini di serie B contro i suoi stessi valori fondamentali». E, così, via all’operazione di lobbying per «creare imbarazzo» al Pd ed al premier di fronte al Pse, attraverso una petizione rivolta ai parlamentari europei.

Ecco, dunque, lo sconfinamento che non si può assolutamente accettare: il ricatto egualitarista, l’idea implicita di un super-Stato che ci tolga la sovranità, l’omologazione globale che sta dietro il fanatismo lgbt, l’inconciliabilità con un’ottica organicistica.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, gennaio 2015