Il papa, Odifreddi e le larghe intese di una fede profana

napolitano sinagoga“Negli ultimi duemila anni, i legami tra la Chiesa cattolica e gli ebrei non erano mai stati così buoni”. A parlare, in occasione di un incontro in Vaticano nel settembre scorso, è Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress. Durante l’incontro pare che papa Francesco si sia speso molto anche per la risoluzione dell’annoso problema relativo alla macellazione “koscher” (rituale ebraica) degli animali, spesso vietata in Europa.

“Il papa che conduce il dibattito a questo livello – afferma invece Menachem Rosensaft, professore ebreo americano – significa che ci avviamo, com’è auspicabile, verso un’integrazione della memoria dell’Olocausto non solo nel quadro teologico ebraico, ma anche tra gli insegnamenti cattolici. Forse, allora potremo andare avanti insieme”. Rosensaft ha avuto in questi giorni uno scambio “epistolare” con papa Francesco che ha fatto il giro del mondo.

Le parole di Rosensaft seguono alle parole di risposta del papa a lui indirizzate, in seguito ad una riflessione inviata al Vaticano sulla “possibilità della presenza di Dio durante la Shoa”, come scrive il Washington Post.

La questione teologica per eccellenza (l’esistenza di Dio nonostante il male) qui acquisisce un senso nuovo e finisce per rappresentare non un’ingiustizia all’interno della storia, ma l’ingiustizia per eccellenza in una storia che è, dunque, storia sacra.

Un concetto che viene da sé, dal momento che il quesito generico necessita in questo caso di essere superato da uno più specifico, in relazione al comportamento ed all’eventuale assenza di Dio in quel preciso momento storico [rispetto ad un’assenza  che sarebbe poi inesistenza, visto che Dio è eterno, perciò è oppure non è – ciò che un papa ed una fede dovrebbero considerare come un dato ‘a priori’].

“In ambito ebraico – scrive ancora il WP -, la risposta alle questioni teologiche sollevate dalla Shoah ha spaziato da un rifiuto dell’esistenza di Dio nell’insegnamento di alcuni ambienti ultra- ortodossi che vedono l’Olocausto come una punizione divina”, fino ad altre per cui l’orrore, che questi ultra-ortodossi attribuiscono in qualche modo ad un Dio vendicativo veterotestamentario, è invece da attribuire ad un Male personificato nella storia di cui gli ebrei sono gli agnelli sacrificali.

In entrambi i casi, si tratta di storia sacra.

“La memoria della Shoa” è il “fondamento stesso della costruzione dell’identità europea”, ha invece commentato, a ridosso delle frasi del matematico di sinistra Piergiorgio Odifreddi sulle camere a gas, il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso.

“Non entro nello specifico delle camere a gas – aveva detto Odifreddi in merito alle frasi di Priebke al riguardo – perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che ‘uniformarmi’ all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato”.

Nel frattempo, pochi giorni fa, con un colpo di mano, si è tentato di approvare in tutta fretta una legge per punire anche in Italia quello che viene definito ‘negazionismo’ – ovvero quel filone della ricerca storica che mira ad approfondire i dettagli ‘rivelati’ della persecuzione degli ebrei in Germania – e con esso i suoi sostenitori.

I grillini hanno stoppato la corsa della legge – che grazie alle larghe intese non avrebbe dovuto passare dal Parlamento – e tutti gli hanno urlato contro. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in sinagoga pochi giorni fa, era infatti tra i maggiori tifosi dell’iniziativa.

In un paese dove si discute su tutto, abbiamo individuato ciò che sta al di sopra degli schieramenti, ciò che non è ‘divisivo’ e che cementa le larghe intese.

E, per ‘naturale’ conseguenza, abbiamo un pezzo di storia che si fa legge. Ed una legge che non si limita a punire un reato ma, sul modello delle società arcaiche, in cui la norma rappresenta anche la volontà divina e violarla vuol dire commettere un’azione sacrilega, intende dividere tra buoni e cattivi, tra chi ha diritto ad un funerale e chi no, chi è uomo e chi un ‘non-uomo’, così come ha titolato ‘Il Fatto Quotidiano’ sul caso Priebke.

Ed, anzi, è proprio per questo che nasce, per togliere diritti ai ‘cattivi’. Il reato stesso viene creato su misura del cattivo. Esiste concettualmente prima il cattivo e poi il reato, ciò che è essenziale cogliere e che contravviene a qualsiasi concetto ‘moderno’ e ‘laico’ di diritto.

Nel frattempo, come visto, abbiamo chi sostiene il fondamento della stessa Europa, non solo sulle ‘radici giudaiche’, storicamente opinabili, ma addirittura la costruzione della sua identità attorno a questo pezzo di storia. Un altro concetto storicamente opinabile, del resto, dal momento che l’Europa si afferma come idea già in seguito alla prima guerra mondiale.

Ma ciò che conta è la percezione stessa che la persecuzione ebraica abbia avuto un ruolo. Perché vuol dire che, di fatto, ha finito per averlo seriamente un ruolo, oggi.

E non c’è da stupirsi che sia sorta questa ‘mitologia’ se, comprensibilmente, l’ebraismo conferisce una struttura teologica a questo pezzo di storia mentre il papa della Chiesa cattolica, meno comprensibilmente – e non certo per primo (non è stato lui a tirar fuori la storia dei ‘fratelli maggiori’ ed il Concilio Vaticano II è un fatto storico) -, contribuisce a teologizzare un evento in cui quello degli ebrei, sacralizzandosi, sembra porsi sullo stesso piano del sacrificio cristico.

Ecco perché la politica fatica a cogliere lo scempio di introdurre un reato di opinione che imponga la storia a suon di galera. Si tratta di una politica che legifera sull’onda di entusiasmi momentanei e dogmi simil-religiosi. Come dimostra il momento scelto per far approvare la legge, con il caso Priebke al centro del dibattito e la ricorrenza del rastrellamento degli ebrei romani che richiedeva di far approvare il provvedimento proprio in quella data.

Ed ecco, probabilmente, perché un matematico come Odifreddi, laico per eccellenza, uno che scalpita istintivamente quando ha a che fare con il sacro e con i dogmi religiosi, avverte questa contraddizione al contrario di molti altri. Perché è questo che la persecuzione ebraica ha finito per rappresentare in Occidente: una storia, una legge, una fede, che non hanno nulla a che fare con la scienza, il diritto e la laicità.

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