Il potenziamento delle basi Usa in Italia in cifre: il Mediterraneo svenduto allo zio Sam

basi_militari_americaneIn Italia puoi fare ciò che vuoi. Ecco perché nel nostro paese si stanno concentrando gli investimenti militari statunitensi. L’Italia è garanzia di «flessibilità operativa», spiega un funzionario militare statunitense a David Vine, autore di un’inchiesta sulle basi e la spesa militare nel nostro paese e del libro “L’isola della vergogna: la storia segreta della base militare Usa a Diego Garcia” (in pieno Oceano Indiano, strategicamente una delle più importanti e segrete istallazioni militari fuori dagli States, pare sede di torture sui prigionieri), già collaboratore di “New York Times”, “The Washington Post” e “The Guardian”.

«In altri termini – scrive Vine -, garantisce la libertà di fare ciò che si vuole con restrizioni ed interferenze minime». O nulle, come sembra dimostrare un telegramma venuto fuori con la vicenda Wikileaks.

Inviato nel 2003 da Mel Sembler, ambasciatore statunitense in Italia, esso segnala: «Abbiamo ottenuto quello che chiedevamo per l’accesso alle basi, il transito e il sorvolo, garantendo che le forse possano attraversare agevolmente l’Italia per arrivare ai luoghi di combattimento».

In ballo era la guerra in Iraq. Al governo Silvio Berlusconi. L’operazione potenzialmente violava gli accordi bilaterali del 1954.

Secondo Vine, alla base dell’allontanamento da paesi come Germania e Giappone, questa flessibilità è dovuta ad una minore forza contrattuale o, in parole povere, ad una minore potenza ed influenza internazionale, che rende paesi come l’Italia «più sensibili alle pressioni politiche ed economiche di Washington». Una “sensibilità” che si traduce in accordi «meno restrittivi» e, quindi, più permissivi «in materia di ambiente e di lavoro», assicurando al Pentagono «libertà di perseguire azioni militari unilaterali con minime consultazioni con il paese ospitante».

«L’atteggiamento favorevole alle forze statunitensi dei politici italiani», conclude Vine, è dunque centrale nella strategia americana.

Venendo ai numeri, scopriamo così che dal 1991 in Italia la percentuale di forze statunitensi rispetto all’Europa è di fatto triplicata, passando dal 5% al 15%. Non che ci sia stato un aumento: è che i 13mila soldati presenti non variano numericamente rispetto ai tempi della guerra fredda, mentre in paesi come la Germania, che pure conta ancora il maggior numero di basi, la cifra è passata dai 250mila di primi anni Novanta ai 50mila attuali.

Su 800 basi statunitensi sparse per il mondo, scopriamo così che l’Italia si situa addirittura al quinto posto, con ben 59 istallazioni. A guidare la poco onorevole classifica la Germania con 179 e secondo il Giappone. In pratica i tre paesi dell’Asse usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale, militarmente colonizzati dalla principale potenza vincitrice. A seguire, terzi e quarti, Afghanistan (100, in fase di diminuzione) e la Corea del Sud (89), teatro di due tra le principali operazioni dal dopoguerra.

Si tratta in realtà di basi Nato e non Usa? «Una sottigliezze legale», secondo Vine, che chiarisce: «chiunque abbia occasione di visitare la nuova base di Vicenza non ha dubbi sul fatto che si tratti di una struttura interamente statunitense». Saranno anche basi Nato, ma gli ospiti sono ugualmente americani con totale libertà di azione.

Quanto agli investimenti, si parte dalla base friulana di Aviano: qui, dal 1992, sono stati spesi oltre 610 milioni di dollari. Metà dei soldi sono stati forniti dalla Nato, l’altra metà dai contribuenti americani. Gli 85 ettari di terreno dallo Stato italiano. Altri 115 sono spesi dall’aeronautica per opere edili.

Dal 1996 la marina ha stanziato invece più di 300 milioni per edificare la nuova base operativa presso l’aeroporto di Napoli. È qui che nel 2005 la marina ha trasferito da Londra il suo quartier generale, che ospita così un comando Naveur-Navaf (Naval forces Europe e Naval forces Africa).

A Sigonella, dal 2001, sono stati spesi altri 300 milioni, rendendola per traffico la seconda stazione aeronavale d’Europa. Stanno qui i marines addetti a fornire addestramento al personale militare africano in Botswana, Liberia, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya, Tunisia e Senegal.

«E presto – segnala Vine – accoglierà una base Nato congiunta di intelligence, sorveglianza e ricognizione e un centro di addestramento e analisi dei dati». Come se non bastasse lo scandalo delle intercettazioni nei confronti degli alleati che ha travolto l’Nsa.

Sempre in Sicilia, a Niscemi, l’intenzione è quella di costruire un impianto di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza.

Medio Oriente, Balcani ed Africa: questo il nuovo fronte delle operazioni statunitensi, dietro le quali si nasconde la centralità strategica dell’Italia, dovuta alla sua posizione geografica favorevole, al centro del Mediterraneo. Posizione che, unitamente alla capacità di produrre armi di alta qualità (Finmeccanica nel 2008 ha venduto agli Usa equipaggiamenti per 2,3 miliardi di dollari), lasciamo sfruttare, peraltro senza condizioni, ai nostri colonizzatori.

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