Inarritu o Zalone? Meglio genuini che snob

the-revenant-trailerDiciamoci la verità, “The Revenant” è un po’ come “La Grande Bellezza”: anche se stavi a morì sulla poltrona, esprimere apprezzamento fa molto intellettuale e la tentazione di farsi passare per la creatura rara e differente che ne ha colto l’essenza è veramente forte.

Ma non sono sufficienti due ore e mezza di noia a fare di un film un capolavoro, come non sono sufficienti mille pagine infuocate a sostituire la concretezza di una rivoluzione.

Per carità, ciascuno è libero di apprezzare ciò che gli pare, tanto più che l’ultima pellicola di Di Caprio non è certo da buttar via. Un duro lavoro di ripresa che ha prodotto grandiosi risultati dal punto di vista scenografico, una cura maniacale per i particolari che ha reso l’opera un esempio di realismo cinematografico e una superlativa capacità d’interpretazione e adattamento dell’attore principale, che potrebbe, a buon diritto, far propria l’agognata statuetta. L’asprezza della natura selvaggia, il contrasto con gli artifici della modernità, l’approccio primordiale col sovrannaturale, l’uomo bianco brutto e cattivo coi nativi americani, l’essere indomabile proprio di un animo forte: per carità, tutto molto vero e ben rappresentato.

Ma ad un film serve altro oltre al realismo documentaristico e ad un bravo attore. Serve originalità. Perché una buona storia, da sola, non significa un buon film. E ciò che manca all’ultima fatica di Inarritu con Di Caprio protagonista, nel quale è tutto fin troppo lineare, è proprio questo. C’è lui, con un’incredibile volontà e gli innumerevoli ostacoli ad una vendetta annunciata. C’è la divinità ma in una dimensione quasi estranea. Ci sono i nativi ma non è la loro civiltà ad essere  protagonista. Ci sono i bianchi, ma anche loro sembrano comparse. E perfino Fitzgerald, l’antagonista, non desta grande interesse poiché, nell’eccessiva cura al realismo, si è del tutto tralasciato di dare maggiore profondità psicologica ai personaggi. Soltanto interminabili e vuoti silenzi. E lui, il protagonista, Hugh Glass, distante quanto basta da impedirci qualsiasi forma di empatia.

E così una “buona” storia è stata sprecata. Mel Gibson col suo “Apocalypto” ha tentato qualcosa di simile. Ma lui ci è riuscito. E lo ha fatto senza annoiare e con maggiore profondità.

Ciò che resta e infastidisce, dunque, non sono i giudizi positivi sul film, che ci possono stare eccome per una pellicola di questa caratura, ma solo quella punta di snobismo di chi, ossessionato evidentemente dai dualismi, ti costringe a scegliere, novello Pilato mediatico, tra Zalone o Di Caprio, come se, a prescindere dalla qualità, una risata abbia meno valore culturale della noia.

E lo snobismo fa sorridere quando il paragone tra due generi del tutto diversi rivela la mediocrità dell’esibizionismo finto-culturale. Ma, certo, fa riflettere sulla sterile critica distruttiva di chi fa dell’intellettualismo una presa di posizione.

Castellitto affranto: “Il successo di Zalone non fa bene al cinema”. Verdone piccato: “Facile fare il pieno se ti proiettano il film ovunque”. Facile. Ma lui perché non ci aveva mai pensato? Forse non è proprio così. Come il “comico” pugliese gli ha giustamente ricordato. Sinistroidi come sempre stranamente allarmati dai gusti del
popolo: “Zalone come i cinepanettoni”.

Tutti a rosicare, ma la verità è che scrivere una bella commedia, far ridere, è molto più difficile che scrivere un film drammatico. E’ un attimo risultare pesanti, volgari, banali o ripetitivi, far calare il gelo in sala. Chi scrive non ha mai gradito i “cinepanettoni”, né le traduzioni cinematografiche di fenomeni social stile “I soliti idioti”, né ha trovato particolarmente gradevole, per fare un altro esempio, l’ironia forzata e senza trama di “Qualunquemente”, nonostante il personaggio funzionasse negli sketch. Ed è questo il punto: Checco Zalone ha creato un personaggio ma non è mai uguale a se stesso nella scrittura comica, non utilizza di continuo un tormentone, non usa volgarità per far ridere, non risponde agli stessi schemi forzandoli all’infinito e scrive film che definire comici sarebbe offensivo; scrive belle commedie.

E se una commedia è capace di toccare temi socialmente e politicamente chiave, facendoti riflettere ed insieme ridere, allora è chiaro che, se proprio dobbiamo scegliere, allora Zalone meglio che “The Revenant” tutta la vita. Senza contare che Zalone, per quanto una certa destra voglia appropriarsene per farne un’icona della satira anticomunista, trova la sua forza esattamente nel non fare una satira schierata, mettendo alla berlina lo snobismo culturale ed il politicamente corretto di sinistra quanto un certo modo di essere furbetti caratteristicamente di “destra”, l’italiano medio con l’idea del posto fisso ed i suoi mille pregiudizi, quanto l’estremismo omologante di sinistra.

Cado dalle nubi“, “Che bella giornata“, “Sole a catinelle” e adesso “Quo vado?” col suo record di incassi. Una volta può essere il caso, due volte può essere culo, ma se alla quarta prova cinematografica non hai perso la freschezza della tua comicità, facendo ridere sempre in maniera diversa, costruendoci sopra storie ancora interessanti ed in modo originale, allora non sarai figo come Di Caprio o chic come Inarritu, non farai film per intellettuali e forse il tuo accento marcatamente e scherzosamente pugliese sarà sempre un troppo popolare per i gusti raffinati di alcuni, ma sostanzialmente hai vinto tu, questo è sicuro.

Per cui, se Luca Medici in arte Checco Zalone riesce a far riflettere pur con lo strumento, immediato ma delicato da maneggiare, della commedia, doppia razione di applausi per lui ed, a questo punto, bocciato Inarritu, che nonostante la noia e il dramma, la raffinatezza e le capacità, ci ha lasciati a bocca asciutta. Come in quei ristoranti straeleganti dove, guardando l’assaggio striminzito di pasta nel piatto, volentieri risponderemmo come Checco: “è cotta, la puoi scolare“.

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