Checco Zalone a Londra: “noi italiani campioni nel buttarci merda addosso”

CheccoA fine proiezione, effettivamente, restava poco da aggiungere. “Quo vado?”, l’ultimo film di Checco Zalone, visto da circa un quarto degli italiani e record storico di incassi, rischia facilmente di essere banalizzato da interpretazioni superficiali, pregiudizi negativi o da analisi che ne dimenticano l’aspetto fondamentale: si tratta di una commedia. Sarà stato questo, il clima piovoso di ieri o una sorta di timore reverenziale di fronte alla platea che ha assistito alla presentazione della pellicola a Londra, presso il cinema Genesis, grazie all’organizzazione di CinemaItaliaUk, ma ieri Luca Medici, più conosciuto come Checco Zalone, è stato decisamente di poche parole.

“Noi italiani siamo campioni nel buttarci merda addosso. Ma, in realtà, qualche pregio ce l’abbiamo”, ha però osservato, sottolineando l’errore nell’interpretare il film come una satira cattiva contro l’italianità che, se pur non viene assolta, viene però senz’altro valorizzata e ripulita dalla pellicola diretta da un Gennaro Nunziante ieri molto più loquace dell’attore pugliese. Visibilmente orgoglioso, annunciando il tour in circa ottanta paesi alle centinaia di italiani ed ai pochi inglesi presenti in sala, Nunziante ha evidenziato lo stupore dei produttori americani, interessatissimi al fenomeno Zalone. Ma, dopo aver anticipato l’intenzione di fare un nuovo film insieme, Checco ha avuto anche modo di raccontare la telefonata ricevuta dal premier Renzi, commentando poi cinico: “è un politico, bravo a salire sul carro del vincitore”. Genuinamente in imbarazzo per il suo inglese scolastico, Luca Medici ha aggiunto: “noi italiani abbiamo l’educazione”. Una parola semplice, ribadita spesso nel film, a cui Zalone sembra attribuire un senso particolare, importante: “per me è buon senso”, spiega. Educazione è la parola che sfida il nordico legalismo sfrenato in diverse scene del film, educazione è richiamo ad una società fatta ancora di persone e di relazioni di vicinato, richiamo ad un senso di comunità che si perde in quella triste forma di “senso civico” in cui ogni conoscenza immediata ed ovvia degenera in regolamentazione, poiché il prossimo è, ormai, pressoché un estraneo.

Checco Zalone fa anche satira. Ma non è satira anti-italiana. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic; la presunta apertura mentale del nord Europa, con gli eccessi del multiculturalismo e dell’egualitarismo portato al paradosso, ma, al tempo stesso, non fa sconti alla mentalità bigotta, alla burocrazia conservatrice da Prima Repubblica, al parassitismo. L’Italia, sembra dire, non è la mentalità piccolo borghese, che ha paura di rischiare e di perdere i suoi miseri privilegi. L’Italia è quel senso di comunità, è, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”, ma la sua rinascita passa per un ritrovato valore del rischio e del dono di sé. È per questo che la satira, in chiusura, abbandona il piano orizzontale e riparte dalla scena iniziale. “Ognuno ha un talento, tu cosa vuoi fare da grande?”, chiedeva il maestro in apertura al piccolo Checco. Lui, impregnato di cultura piccolo borghese, rispondeva: “Io voglio fare il posto fisso”. Ma, infine, “la storia della sua anima”, che il capo tribù africano gli chiedeva di raccontare, porta ad una conclusione che prevede un distacco dai due modelli messi a confronto e presi in giro per tutta la durata della pellicola, giungendo ad un cambiamento che è ‘verticale’. Checco ritrova la sua italianità ma non è più un piccolo borghese. Sceglie il rischio, il dono, come dicevamo; sceglie, insomma, di superare l’individualismo ed il materialismo. Ci sembra, ma potremmo sbagliarci, che in questo vada molto al di là del buonismo spiccio, così come nella satira va indubbiamente molto al di là del politicamente corretto, ragion per cui tale Davide Turrini su “Il Fatto Quotidiano” parlava a sproposito di “minoranze sputtanate”. Il che è un gran merito. Insieme al dato oggettivo che più di tutti permette di valutare una commedia: il film fa ridere. Fa ridere, a volte sorridere, e lo fa in maniera elegante. Senza forzature, battute trash, senza risultare volgare, banale o ripetitivo. Il personaggio è sempre lo stesso ma la struttura e la narrazione gli consentono di utilizzare schemi comici sempre diversi. Non è qualche buona trovata qua e là a far ridere in questo come negli altri suoi film, ma una struttura comica di per sé, un impianto narrativo decisamente azzeccato. E gli applausi di un pubblico sicuramente eterogeneo in quel di Londra molto probabilmente ne sono la conferma.

Emmanuel Raffaele, 17 apr 2016

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Inarritu o Zalone? Meglio genuini che snob

the-revenant-trailerDiciamoci la verità, “The Revenant” è un po’ come “La Grande Bellezza”: anche se stavi a morì sulla poltrona, esprimere apprezzamento fa molto intellettuale e la tentazione di farsi passare per la creatura rara e differente che ne ha colto l’essenza è veramente forte.

Ma non sono sufficienti due ore e mezza di noia a fare di un film un capolavoro, come non sono sufficienti mille pagine infuocate a sostituire la concretezza di una rivoluzione.

Per carità, ciascuno è libero di apprezzare ciò che gli pare, tanto più che l’ultima pellicola di Di Caprio non è certo da buttar via. Un duro lavoro di ripresa che ha prodotto grandiosi risultati dal punto di vista scenografico, una cura maniacale per i particolari che ha reso l’opera un esempio di realismo cinematografico e una superlativa capacità d’interpretazione e adattamento dell’attore principale, che potrebbe, a buon diritto, far propria l’agognata statuetta. L’asprezza della natura selvaggia, il contrasto con gli artifici della modernità, l’approccio primordiale col sovrannaturale, l’uomo bianco brutto e cattivo coi nativi americani, l’essere indomabile proprio di un animo forte: per carità, tutto molto vero e ben rappresentato.

Ma ad un film serve altro oltre al realismo documentaristico e ad un bravo attore. Serve originalità. Perché una buona storia, da sola, non significa un buon film. E ciò che manca all’ultima fatica di Inarritu con Di Caprio protagonista, nel quale è tutto fin troppo lineare, è proprio questo. C’è lui, con un’incredibile volontà e gli innumerevoli ostacoli ad una vendetta annunciata. C’è la divinità ma in una dimensione quasi estranea. Ci sono i nativi ma non è la loro civiltà ad essere  protagonista. Ci sono i bianchi, ma anche loro sembrano comparse. E perfino Fitzgerald, l’antagonista, non desta grande interesse poiché, nell’eccessiva cura al realismo, si è del tutto tralasciato di dare maggiore profondità psicologica ai personaggi. Soltanto interminabili e vuoti silenzi. E lui, il protagonista, Hugh Glass, distante quanto basta da impedirci qualsiasi forma di empatia.

E così una “buona” storia è stata sprecata. Mel Gibson col suo “Apocalypto” ha tentato qualcosa di simile. Ma lui ci è riuscito. E lo ha fatto senza annoiare e con maggiore profondità.

Ciò che resta e infastidisce, dunque, non sono i giudizi positivi sul film, che ci possono stare eccome per una pellicola di questa caratura, ma solo quella punta di snobismo di chi, ossessionato evidentemente dai dualismi, ti costringe a scegliere, novello Pilato mediatico, tra Zalone o Di Caprio, come se, a prescindere dalla qualità, una risata abbia meno valore culturale della noia.

E lo snobismo fa sorridere quando il paragone tra due generi del tutto diversi rivela la mediocrità dell’esibizionismo finto-culturale. Ma, certo, fa riflettere sulla sterile critica distruttiva di chi fa dell’intellettualismo una presa di posizione.

Castellitto affranto: “Il successo di Zalone non fa bene al cinema”. Verdone piccato: “Facile fare il pieno se ti proiettano il film ovunque”. Facile. Ma lui perché non ci aveva mai pensato? Forse non è proprio così. Come il “comico” pugliese gli ha giustamente ricordato. Sinistroidi come sempre stranamente allarmati dai gusti del
popolo: “Zalone come i cinepanettoni”.

Tutti a rosicare, ma la verità è che scrivere una bella commedia, far ridere, è molto più difficile che scrivere un film drammatico. E’ un attimo risultare pesanti, volgari, banali o ripetitivi, far calare il gelo in sala. Chi scrive non ha mai gradito i “cinepanettoni”, né le traduzioni cinematografiche di fenomeni social stile “I soliti idioti”, né ha trovato particolarmente gradevole, per fare un altro esempio, l’ironia forzata e senza trama di “Qualunquemente”, nonostante il personaggio funzionasse negli sketch. Ed è questo il punto: Checco Zalone ha creato un personaggio ma non è mai uguale a se stesso nella scrittura comica, non utilizza di continuo un tormentone, non usa volgarità per far ridere, non risponde agli stessi schemi forzandoli all’infinito e scrive film che definire comici sarebbe offensivo; scrive belle commedie.

E se una commedia è capace di toccare temi socialmente e politicamente chiave, facendoti riflettere ed insieme ridere, allora è chiaro che, se proprio dobbiamo scegliere, allora Zalone meglio che “The Revenant” tutta la vita. Senza contare che Zalone, per quanto una certa destra voglia appropriarsene per farne un’icona della satira anticomunista, trova la sua forza esattamente nel non fare una satira schierata, mettendo alla berlina lo snobismo culturale ed il politicamente corretto di sinistra quanto un certo modo di essere furbetti caratteristicamente di “destra”, l’italiano medio con l’idea del posto fisso ed i suoi mille pregiudizi, quanto l’estremismo omologante di sinistra.

Cado dalle nubi“, “Che bella giornata“, “Sole a catinelle” e adesso “Quo vado?” col suo record di incassi. Una volta può essere il caso, due volte può essere culo, ma se alla quarta prova cinematografica non hai perso la freschezza della tua comicità, facendo ridere sempre in maniera diversa, costruendoci sopra storie ancora interessanti ed in modo originale, allora non sarai figo come Di Caprio o chic come Inarritu, non farai film per intellettuali e forse il tuo accento marcatamente e scherzosamente pugliese sarà sempre un troppo popolare per i gusti raffinati di alcuni, ma sostanzialmente hai vinto tu, questo è sicuro.

Per cui, se Luca Medici in arte Checco Zalone riesce a far riflettere pur con lo strumento, immediato ma delicato da maneggiare, della commedia, doppia razione di applausi per lui ed, a questo punto, bocciato Inarritu, che nonostante la noia e il dramma, la raffinatezza e le capacità, ci ha lasciati a bocca asciutta. Come in quei ristoranti straeleganti dove, guardando l’assaggio striminzito di pasta nel piatto, volentieri risponderemmo come Checco: “è cotta, la puoi scolare“.

Zalone, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”. L’ennesima recensione di “Quo vado?”

quo-vadoZalone è un genio e questa non è una recensione ma un’ode a Luca Pasquale Medici ed alla sua ultima creatura cinematografica, “Quo vado?”. Ma, se fosse una recensione, sicuramente non vi piacerebbe perché la trovereste eccessiva. Perfino se aveste apprezzato il film la trovereste eccessiva, figuriamoci se non vi fosse piaciuto.

Iniziamo dalle cose terra terra: il film fa ridere. E non lo fa grazie a qualche battuta azzeccata e messa lì al punto giusto, non lo fa come un “cinepattone” elargendo scene trash a piene mani ma con una struttura ingegnosa, comica di per sé. Se fosse uno sport, il film di Zalone sarebbe certamente uno sport di squadra e non individuale. Non brilla grazie a piccole o grandi trovate, intuizioni sparse qua e là ma grazie ad uno schema che mantiene l’obiettivo puntato per l’intera durata della pellicola.

Ottantasei minuti in cui ognuno ha l’occasione di ridere di se stesso perché, se quella di Zalone è a tratti satira politica, allora bisogna anche ammettere che è una satira che finalmente non risparmia nessuno.

Da una parte c’è lui, il protagonista, a rappresentare la “burocrazia conservatrice”, la politica da Prima Repubblica che negli uffici ministeriali ci sguazza per sopravvivere, un paese dove il Parlamento chiacchiera e fa le leggi ma alla fine tutto resta com’è, l’ italietta dei mammoni che all’ indipendenza personale preferiscono le comodità, l’idea parassitaria dello Stato sociale che diventa assistenzialismo sfrenato, l’idea del posto fisso apprezzato per la salvaguardia di una sicurezza esistenziale piccolo borghese.

Dall’ altra Valeria, la co-protagonista, colta e progressista, nordica ed aperta al multiculturalismo, che al malaffare ed all’ aggiramento delle norme per interessi privati oppone un fortissimo senso civico e la priorità del bene comune.

Checco non risparmia nessuno, non si schiera da una parte o dall’altra, ma bersaglia tutti mettendo in evidenza le pecche di ciascuno, le assurdità degli eccessi . E predica fondamentalmente una impostazione anti-ideologica che tempera gli estremi, cercando un equilibrio senza giungere al compromesso incoerente.

Simpatico ed originale il modo in cui Zalone ci fa sorridere del legalismo sfrenato e della burocrazia come organizzazione razionale nella definizione sociologica del suo ruolo nella democrazia moderna, quanto del parassitismo social-democristiano da Prima Repubblica. Allo stesso modo in cui ci fa sorridere del multiculturalismo più acceso, che nega la diversità in nome di una omogeneità mascherata e di una eterogeneità nascosta e vissuta con imbarazzo,  tanto quanto degli stereotipi conservatori su uomo e donna, stranieri ed italiani. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic. Propugna un patriottismo critico in salsa mediterranea, concludendo con un invito di indirizzo esistenziale, che chiude d’un tratto con la satira politica, ritornando idealmente alla scena iniziale del racconto sulla “storia della sua anima“. Ed è così che apre alla vittoria di un terzo modello, che scavalca entrambi gli steccati e non si fonda su un piano orizzontale, ma è ricerca di sé: il valore del rischio e del coraggio contro ogni appiattimento livellante (evitiamo di spoilerare la scena ma in sottofondo suona l’inno nazionale), il dono di sé come superamento dell’individualismo materialista, nella scena conclusiva.

Zalone dixit: dopo tanto buio nordico, la luce del Sud.