Zalone, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”. L’ennesima recensione di “Quo vado?”

quo-vadoZalone è un genio e questa non è una recensione ma un’ode a Luca Pasquale Medici ed alla sua ultima creatura cinematografica, “Quo vado?”. Ma, se fosse una recensione, sicuramente non vi piacerebbe perché la trovereste eccessiva. Perfino se aveste apprezzato il film la trovereste eccessiva, figuriamoci se non vi fosse piaciuto.

Iniziamo dalle cose terra terra: il film fa ridere. E non lo fa grazie a qualche battuta azzeccata e messa lì al punto giusto, non lo fa come un “cinepattone” elargendo scene trash a piene mani ma con una struttura ingegnosa, comica di per sé. Se fosse uno sport, il film di Zalone sarebbe certamente uno sport di squadra e non individuale. Non brilla grazie a piccole o grandi trovate, intuizioni sparse qua e là ma grazie ad uno schema che mantiene l’obiettivo puntato per l’intera durata della pellicola.

Ottantasei minuti in cui ognuno ha l’occasione di ridere di se stesso perché, se quella di Zalone è a tratti satira politica, allora bisogna anche ammettere che è una satira che finalmente non risparmia nessuno.

Da una parte c’è lui, il protagonista, a rappresentare la “burocrazia conservatrice”, la politica da Prima Repubblica che negli uffici ministeriali ci sguazza per sopravvivere, un paese dove il Parlamento chiacchiera e fa le leggi ma alla fine tutto resta com’è, l’ italietta dei mammoni che all’ indipendenza personale preferiscono le comodità, l’idea parassitaria dello Stato sociale che diventa assistenzialismo sfrenato, l’idea del posto fisso apprezzato per la salvaguardia di una sicurezza esistenziale piccolo borghese.

Dall’ altra Valeria, la co-protagonista, colta e progressista, nordica ed aperta al multiculturalismo, che al malaffare ed all’ aggiramento delle norme per interessi privati oppone un fortissimo senso civico e la priorità del bene comune.

Checco non risparmia nessuno, non si schiera da una parte o dall’altra, ma bersaglia tutti mettendo in evidenza le pecche di ciascuno, le assurdità degli eccessi . E predica fondamentalmente una impostazione anti-ideologica che tempera gli estremi, cercando un equilibrio senza giungere al compromesso incoerente.

Simpatico ed originale il modo in cui Zalone ci fa sorridere del legalismo sfrenato e della burocrazia come organizzazione razionale nella definizione sociologica del suo ruolo nella democrazia moderna, quanto del parassitismo social-democristiano da Prima Repubblica. Allo stesso modo in cui ci fa sorridere del multiculturalismo più acceso, che nega la diversità in nome di una omogeneità mascherata e di una eterogeneità nascosta e vissuta con imbarazzo,  tanto quanto degli stereotipi conservatori su uomo e donna, stranieri ed italiani. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic. Propugna un patriottismo critico in salsa mediterranea, concludendo con un invito di indirizzo esistenziale, che chiude d’un tratto con la satira politica, ritornando idealmente alla scena iniziale del racconto sulla “storia della sua anima“. Ed è così che apre alla vittoria di un terzo modello, che scavalca entrambi gli steccati e non si fonda su un piano orizzontale, ma è ricerca di sé: il valore del rischio e del coraggio contro ogni appiattimento livellante (evitiamo di spoilerare la scena ma in sottofondo suona l’inno nazionale), il dono di sé come superamento dell’individualismo materialista, nella scena conclusiva.

Zalone dixit: dopo tanto buio nordico, la luce del Sud.

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