“Essere comunità”, ma per davvero: una critica al libro di Marco Scatarzi

“Essere comunità”, testo edito nel 2017 da una casa editrice giovane come “Passaggio al Bosco” e scritto da Marco Scatarzi, è un libro che offre spunti contrastanti.
Titolo e copertina fanno ben sperare e, senza dubbio, si tratta di un libro che, con chiarezza, riassume le criticità della modernità ed esprime una visione del mondo condivisibile.
Il punto è che, però, la impostazione fin troppo marcatamente finalizzata alla definizione e comprensione del concetto di comunità militante e del ruolo che il singolo dovrebbe svolgere in essa, finisce per far risultare inappropriati, se non contraddittori, i pur graditi e sperati riferimenti alla comunità in senso generale e “sociologico” (realtà la cui riscoperta, in questo particolare momento della storia europea, risulterebbe senz’altro più centrale rispetto alle solite conventicole ideologiche – o pretese “élite”, che dir si voglia – su cui invece si concentra ancora l’attenzione.
In questione, dunque, non c’è una legittima scelta tematica in merito alla quale ci sarebbe poco da criticare, ma l’impressione che (a destra) si sfugga e si continui ancora a sfuggire colpevolmente alla questione stessa posta dal titolo: essere comunità.

Continua a leggere

Annunci

Film, “La Fratellanza”: Jacob e la gabbia del branco – Recensione e trailer ufficiale

Negli Usa è stato presentato prima dell’estate e non ha certamente (ed ovviamente) entusiasmato la critica internazionale come ha fatto a fine stagione “Dunkirk“, che ha prevedibilmente conquistato il primo posto al botteghino. Eppure “Shot caller” (“La Fratellanza“), 121 minuti di pellicola proiettati nelle sale italiane dallo scorso 7 settembre, ha sorpreso in Italia, guadagnandosi in fretta il terzo posto per gli incassi nel nostro Paese. La cronaca secca dell’Ansa ce lo presenta così: “un thriller che affronta da vicino la vita nelle carceri negli Stati Uniti, il Paese che incarcera il più alto numero di persone pro capite al mondo”. Ma “La Fratellanza”, film diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau di “Game of Thrones” nel ruolo del protagonista, non è propriamente un film sul sistema carcerario americano, né sul carcere in sé. Non a caso “la Bestia”, leader della gang in cui – suo malgrado – entra a far parte l’ormai ex broker Jacob Harlon (finito in prigione per un incidente), oltre a mettergli a disposizione i suoi testi di psicologia, gli ricorda: “L’arma più potente di un guerriero è la sua mente“, aforisma che infatti conquista la locandina del film. Continua a leggere

“Doromizu”, il ‘noir’ di Vattani che, di riflesso, ci racconta il Giappone

Doromizu«Come si dice “umiliante” in giapponese?». Kuzujokuteki. Pare che si dica così. «Umilianti, che trasformano le cose belle in cose brutte. Che buttano giù lo spirito delle persone. Che sviliscono la bellezza». Se Mario Vattani – ex console italiano in Giappone, attualmente coordinatore dei rapporti con i paesi dell’Asia e del Pacifico, tempo fa finito sui giornali e sospeso per un suo concerto nel corso di una iniziativa di CasaPound – avesse voluto banalmente raccontare il “suo” Giappone, avrebbe semplicemente fatto un libro opposto a quello che, invece, è giunto già alla prima ristampa dopo pochi mesi nelle librerie. Perché in “Doromizu – Acqua Torbida”, romanzo edito da Mondadori, trecentosessantatre pagine che si leggono d’un fiato, la tradizione giapponese si vede solo di riflesso. Vattani, che pur lascia intuire di amarla, la sfiora, le passa accanto, ma non osa andare oltre, prenderla di petto, farsene interprete. E’ una scelta – supponiamo – non solo narrativa. Una forma di rispetto molto orientale, di poche parole.

Ad essere umiliate nel racconto di Vattani sono le donne dei violenti video per adulti girati dal protagonista Alex Merisi, italiano cresciuto nel Regno Unito, in Giappone forse per perdersi e probabilmente poi ritrovarsi. Una lettura politica sarebbe riduttiva e fuori luogo, ma quello che (tra le righe) viene fuori ricorda, se non altro, l’umiliazione del Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki, l’annientamento materiale e spirituale, la “colonizzazione americana”. «Intanto, come tanti morti viventi, al ritmo della musica che rimbomba dai locali, uomini e donne sfatti, sudati e scamiciati nonostante il freddo, iniziano ad avviarsi verso la stazione. Penso che l’inferno sia fatto così».

“Doromizu” è sicuramente altro, molto di più da un punto di vista metaforico e molto di meno da un punto di vista letterale. Legata, in copertina, una donna in abito tradizionale giapponese, richiamo alle pratiche descritte dalle scene dei film che Alex si trova a raccontare armato di telecamera. Legata sembra essere l’anima del Giappone. Che sopravvive come può in tutto ciò che non è modernità, perfino nell’oscurità della yazuka e nell’ambigua funzione dei tatuaggi tradizionali, ai confini di un mondo «dove non ci sono né colpa né perdono», nel quale, però, conta dare il meglio di sé, circondarsi di chi e di cosa ti permette di tirarlo fuori. Conta la consapevolezza di aver fatto ciò che dovevi. Ed in qualche modo l’errore è perdere l’equilibrio, cadere è soltanto una conseguenza. Mentre è saggezza rendersi conto del legame tra i due momenti.

Dal buio e dalla umiliazione, un Giappone che affronta l’Occidente vincitore a modo suo, un modo tragico, fatale, silenzioso. «Forse nella vita reale, come nella fotografia, quando la luce è troppo forte appiattisce le immagini, nel senso che le rende ancora più bidimensionali, toglie loro la profondità, il contrasto». Sarà per questo che Vattani, per raccontarci il Giappone, ha scelto il “noir”.

Zalone, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”. L’ennesima recensione di “Quo vado?”

quo-vadoZalone è un genio e questa non è una recensione ma un’ode a Luca Pasquale Medici ed alla sua ultima creatura cinematografica, “Quo vado?”. Ma, se fosse una recensione, sicuramente non vi piacerebbe perché la trovereste eccessiva. Perfino se aveste apprezzato il film la trovereste eccessiva, figuriamoci se non vi fosse piaciuto.

Iniziamo dalle cose terra terra: il film fa ridere. E non lo fa grazie a qualche battuta azzeccata e messa lì al punto giusto, non lo fa come un “cinepattone” elargendo scene trash a piene mani ma con una struttura ingegnosa, comica di per sé. Se fosse uno sport, il film di Zalone sarebbe certamente uno sport di squadra e non individuale. Non brilla grazie a piccole o grandi trovate, intuizioni sparse qua e là ma grazie ad uno schema che mantiene l’obiettivo puntato per l’intera durata della pellicola.

Ottantasei minuti in cui ognuno ha l’occasione di ridere di se stesso perché, se quella di Zalone è a tratti satira politica, allora bisogna anche ammettere che è una satira che finalmente non risparmia nessuno.

Da una parte c’è lui, il protagonista, a rappresentare la “burocrazia conservatrice”, la politica da Prima Repubblica che negli uffici ministeriali ci sguazza per sopravvivere, un paese dove il Parlamento chiacchiera e fa le leggi ma alla fine tutto resta com’è, l’ italietta dei mammoni che all’ indipendenza personale preferiscono le comodità, l’idea parassitaria dello Stato sociale che diventa assistenzialismo sfrenato, l’idea del posto fisso apprezzato per la salvaguardia di una sicurezza esistenziale piccolo borghese.

Dall’ altra Valeria, la co-protagonista, colta e progressista, nordica ed aperta al multiculturalismo, che al malaffare ed all’ aggiramento delle norme per interessi privati oppone un fortissimo senso civico e la priorità del bene comune.

Checco non risparmia nessuno, non si schiera da una parte o dall’altra, ma bersaglia tutti mettendo in evidenza le pecche di ciascuno, le assurdità degli eccessi . E predica fondamentalmente una impostazione anti-ideologica che tempera gli estremi, cercando un equilibrio senza giungere al compromesso incoerente.

Simpatico ed originale il modo in cui Zalone ci fa sorridere del legalismo sfrenato e della burocrazia come organizzazione razionale nella definizione sociologica del suo ruolo nella democrazia moderna, quanto del parassitismo social-democristiano da Prima Repubblica. Allo stesso modo in cui ci fa sorridere del multiculturalismo più acceso, che nega la diversità in nome di una omogeneità mascherata e di una eterogeneità nascosta e vissuta con imbarazzo,  tanto quanto degli stereotipi conservatori su uomo e donna, stranieri ed italiani. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic. Propugna un patriottismo critico in salsa mediterranea, concludendo con un invito di indirizzo esistenziale, che chiude d’un tratto con la satira politica, ritornando idealmente alla scena iniziale del racconto sulla “storia della sua anima“. Ed è così che apre alla vittoria di un terzo modello, che scavalca entrambi gli steccati e non si fonda su un piano orizzontale, ma è ricerca di sé: il valore del rischio e del coraggio contro ogni appiattimento livellante (evitiamo di spoilerare la scena ma in sottofondo suona l’inno nazionale), il dono di sé come superamento dell’individualismo materialista, nella scena conclusiva.

Zalone dixit: dopo tanto buio nordico, la luce del Sud.