Film, “La Fratellanza”: Jacob e la gabbia del branco – Recensione e trailer ufficiale

Negli Usa è stato presentato prima dell’estate e non ha certamente (ed ovviamente) entusiasmato la critica internazionale come ha fatto a fine stagione “Dunkirk“, che ha prevedibilmente conquistato il primo posto al botteghino. Eppure “Shot caller” (“La Fratellanza“), 121 minuti di pellicola proiettati nelle sale italiane dallo scorso 7 settembre, ha sorpreso in Italia, guadagnandosi in fretta il terzo posto per gli incassi nel nostro Paese. La cronaca secca dell’Ansa ce lo presenta così: “un thriller che affronta da vicino la vita nelle carceri negli Stati Uniti, il Paese che incarcera il più alto numero di persone pro capite al mondo”. Ma “La Fratellanza”, film diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau di “Game of Thrones” nel ruolo del protagonista, non è propriamente un film sul sistema carcerario americano, né sul carcere in sé. Non a caso “la Bestia”, leader della gang in cui – suo malgrado – entra a far parte l’ormai ex broker Jacob Harlon (finito in prigione per un incidente), oltre a mettergli a disposizione i suoi testi di psicologia, gli ricorda: “L’arma più potente di un guerriero è la sua mente“, aforisma che infatti conquista la locandina del film.

Il carcere è per il regista il luogo ‘ideale’ in cui realizzare una metafora perfetta, spogliando l’esistenza di tutti i fronzoli e mettendo a nudo un fatto essenziale: il destino che ti capita ed il modo in cui lo affronti contano più di qualsiasi visione utopica o retorica sulle ‘infinite possibilità’, o lo accetti e (lo) combatti o perdi a priori. “Là fuori nessuno è libero”, osserva ad un certo punto Jacob. Bersaglio centrato. La libertà è una conquista. E conta molto contro chi e al fianco di chi devi combattere. E’ così che “La Fratellanza” porta al cinema e soddisfa il pubblico che vuole il suo bel film di genere ma stupisce positivamente anche chi era riluttante perché nell’andare ‘oltre’ riesce a rimanere ‘asciutto‘ e perché, nonostante tutto, si sforza di essere realistico. C’è qualche strappo alla regola nel finale ma è scusabile e tutto sommato il resto fila liscio. E, certo, si deve accettare a priori la possibilità di un simile mutamento psicologico ma c’è da considerare, in proposito, che “Moonlight“, Oscar 2017 come miglior film, affrontava un cambiamento simile con una profondità psicologica ed una resa molto più macchiettistica nel suo essere eccessivamente contrastante. In quel caso, d’altronde, il ‘prima’ che aveva a disposizione lo spettatore era molto più consistente, mentre in questo caso c’è in realtà troppo poco per capire chi era Jacob oltre la superficie del suo lavoro e della sua vita borghese. E’ anche questo, quindi, che rende il suo cambiamento plausibile, quanto meno per ‘mancanza di prove’ contrarie – e sarebbe forse azzardato sottolineare il fatto che, dopo tutto, lavora tra gli squali della finanza in cui già tutto è possibile (ricordate ‘l’animale umano’ che veniva fuori in “The Wolf of Wall Street”?).

Resta il fatto che anche la violenza, al centro della scena e mostrata senza pudore, non è comunque protagonista: è solo il mezzo d’azione oggettivo di un mondo tornato al livello zero, alla dimensione animale appunto, l’unica che conta in quel contesto. Bene e male non sono indifferenti ma diventano concetti sottili, non perché tutto sia relativo ma perché sono le regole della morale ad esserlo. Semplicemente, qui non c’è abbastanza spazio per farcela entrare e Waugh, come il protagonista, si limita a constatarlo pragmaticamente, senza aggiungerci lezioncine moralistiche e sentimentali ma senza neanche trasformare Jacob in una sorta di super-eroe del crimine. Ed è proprio questo uno dei meriti maggiori del film. E’ nichilismo attivo quello di Jacob, perciò privo sia di vittimismo che di tracotanza. Ma, di sicuro, parte da una constatazione pragmatica e crudele quanto ‘crudele’ può essere la vita stessa: non nasciamo liberi. Anche una volta arrivato ai vertici della gang, infatti, Jacob non è libero. E non potrebbe essere più chiaro.

Ma per cosa lotta, allora, Jacob? Semplicemente per sé stesso: per la sua libertà e per quella della sua famiglia. Stop. Come giustamente sottolinea Adriano Scianca su “Il Primato Nazionale”, peraltro, “mai, in tutta la pellicola, viene affrontato il profilo ideologico del gruppo, mai viene tematizzato. E mai viene giudicato, va detto. Il che è quasi sorprendente, poiché sappiamo quanto il pentimento e la redenzione siano l’inchiostro con cui è tracciata la grammatica morale di Hollywood”. Dunque, nonostante “La Fratellanza” faccia riferimento ad una gang di skinhead nazisti e l’estetica dei tatuaggi lo metta continuamente in evidenza, la questione appare irrilevante. E’ ‘solo’ un altro dato di fatto, poco importante dal punto di vista ‘ideologico’, molto dal punto di vista ‘sociologico’: nel cercare protezione e fare gruppo, ognuno cerca il suo simile e così i detenuti sono schierati per gruppi etnici. Tutto qua. Ancora una volta Waught, che pure potrebbe, evita di farci la lezioncina. Effettivamente questa è una chiave importante della pellicola.

“La discesa negli inferi di Money [questo il suo soprannome, ndr] è motivata da un’etologia ancestrale e premoderna”, osserva ancora Scianca. Ed è verissimo. Fa quello che deve fare, senza pentirsi e senza lamentarsi. “La difesa della famiglia, del branco, del territorio” sono le sue motivazioni, aggiunge l’autore di “Identità Sacra” nella sua interessante recensione. Ma Jacob non lotta per il branco. Intendiamoci: Scianca naturalmente non afferma che Jacob lotti in nome della Fratellanza, questo è chiaro. Jacob, d’altronde, non si identifica mai in essa e ciò risulta evidente. Ma afferma che la sua difesa della famiglia risponde appunto ad “un’etologia ancestrale e premoderna” che include concettualmente la difesa del branco e del territorio. Ma, in realtà, Jacob lotta proprio contro la logica del branco, che mostra di essere una logica fine a se stessa. Non si adegua e lotta proprio per proteggere da queste logiche la sua famiglia. Non dimentica chi era. Nel suo essere animale non scompare l’uomo, adegua soltanto la sua morale, non mette in discussione la sua etica. “Questo non è un film che parla di fratellanza in senso etico”, specifica. Vero anche questo. Ma la contraddizione sta nel pensare che la logica del branco possa mai avere un’etica che non sia basata sul cortocircuito dell’appartenenza stessa, come appunto “logge, lobby, mafie e confraternite varie”, ed al contrario del “Diritto”, poiché nel concetto di ‘etica’ è insito quello di ricerca del bene e del male nell’azione. E’ per questo che l’istinto di Jacob è si ancestrale, ma ma si muove in direzione opposta appena ne ha la possibilità. Jacob, in realtà, è solo e la gang è la sua gabbia.

Per concludere, tornando al film – un po’ alla Jack London ne “Il richiamo della foresta” – è chiaro che, se non andate al cinema con la pretesa di trovarvi davanti ad un capolavoro in assoluto, “La Fratellanza” si merita una promozione convinta.

Emmanuel Raffaele

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3 risposte a "Film, “La Fratellanza”: Jacob e la gabbia del branco – Recensione e trailer ufficiale"

    • Emmanuel Raffaele 15 settembre 2017 / 17:40

      Mi fa piacere notare che la recensione di Rivoluzione Romantica sia stata apprezzata e che sia stato ampiamente sviluppato proprio il nostro spunto sui pochi indizi della sua vita precedente da buono e sul suo essere broker come plausibile indizio in senso opposto (idea che a mio parere accentuate troppo: anche per quello, ci sono poche prove). Solo non capisco perché sul finale, propria questa nostra idea da voi sottoscritta, venga poi capovolta dicendo che Rivoluzione Romantica concorda con la teoria del cambiamento del protagonista.

      Ricordo quanto scritto testualmente in proposito: “c’è in realtà troppo poco per capire chi era Jacob oltre la superficie del suo lavoro e della sua vita borghese. E’ anche questo, quindi, che rende il suo cambiamento plausibile, quanto meno per ‘mancanza di prove’ contrarie – e sarebbe forse azzardato sottolineare il fatto che, dopo tutto, lavora tra gli squali della finanza in cui già tutto è possibile (ricordate ‘l’animale umano’ che veniva fuori in “The Wolf of Wall Street”?)”. E’ chiaro che dire “cambiamento plausibile” vuol dire esattamente che quanto ci appare come cambiamento è plausibile proprio in quanto il cambiamento potrebbe essere soltanto apparente.
      Grazie per l’interesse e la lettura 🙂

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