Spiritualità pagana e monoteismi: la questione identitaria nell’ultimo libro di Adriano Scianca

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Lo scorso 7 ottobre, in occasione della presentazione del suo nuovo libro a Milano, Adriano Scianca invitava i lettori della sua ultima opera ad evitare la pregiudiziale “religiosa” nell’interpretazione del suo “messaggio”. Ma, se pure questa richiesta abbia una propria coerenza, l’attacco frontale al monoteismo, come visione religiosa, culturale e «antropologica» di natura esclusiva, rimane una chiave di lettura essenziale de “L’identità sacra”.

Infatti, se il primato nazionale di natura sacrale rivendicato nel suo terzo saggio dal responsabile della cultura di CasaPound Italia ha un nemico, questo nemico sembra esser proprio l’universalismo religioso e politico che appiattisce le differenze, rimandando alla categoria dei monoteismi in senso lato. E, nonostante l’attacco – come dicevamo – sia mosso sotto un profilo principalmente culturale, mirando ai monoteismi in quanto «ideologie “mondialiste” ante litteram» (p. 158) o, viceversa, definendo il «fanatismo finanziario, ultimo erede dei vari monoteismi», che «ha ridotto il mondo a un flat word, una superfice liscia e omogenea, senza asperità, confini, barriere o diversità», il riferimento diretto al fattore religioso come elemento concretamente correlato a quello identitario non manca. «La religione pagana», spiega infatti Scianca, «non istigando all’innaturale amore universale, ma postulando una forma di amore scambievole di stirpe nel nome di un Dio etnico, non postula l’odio, più di quanto non si odino i figli altrui amando il proprio». L’innaturalità dell’amore universale, appannaggio utopistico delle religioni monoteiste, si presenta immediatamente come un passaggio fondamentale dell’intero discorso. Ma, a dimostrarne la centralità, sono molti altri passaggi delle 272 pagine mandate in stampa da “Aga Editrice”: «Fuori dal monoteismo, al di là della pretesa di un Dio che sia il Dio di tutti, in ogni epoca e in ogni luogo, da pregare e onorare nello stesso identico modo, che escluda ogni altro Dio e imponga un verbo globaleprima e oltre il sentiero di questa follia stanno gli Dèi etnici che rappresentano il grande sì alla vita di popoli differenti».

L’associazione tra monoteismo e mondialismo, del resto, si presenta fin dalla prefazione, nel paragone – lì per lì opinabile, più comprensibile dopo una lettura integrale – tra le parole dell’autoproclamatosi califfo dello Stato Islamico, Al-Baghdadi («La Siria non è per i Siriani e l’Iraq non è per gli Iracheni. Questa terra è per i musulmani, tutti i musulmani»; «Arabi e non Arabi, bianchi e neri, in nome di una sola fede, distruggeranno gli idoli del nazionalismo»), e le istanze immigrazioniste del presidente della Camera dei deputati italiana, Laura Boldrini, portate avanti in nome di una retorica tipica della sinistra, contro le frontiere, gli Stati, in un mondo senza identità. Un’affermazione che, in principio, suscita qualche perplessità, non solo per l’opposizione concettuale tra un “mondo” contro le identità ed un “mondo” con una identità forte che intende affermarsi come unica, ma anche per l’inevitabile riflesso condizionato dal pensiero “tradizionalista” evoliano. Proprio l’autore di “Imperialismo pagano”, Julius Evola – che in questo libro sembra aver un ruolo più importante che nei precedenti ed è, infatti, citato con maggiore frequenza -, pur decisamente distante dall’egualitarismo boldriniano, adotta infatti un approccio similmente ostile nei confronti delle nazioni, considerati dal pensatore di destra una mera espressione della modernità, elementi disgreganti e divisivi rispetto alla dimensione imperiale. In fin dei conti, però, ogni perplessità si affievolisce una volta entrati nell’ottica dell’autore sopra descritta. E, quanto all’antinazionalismo di Evola, ritenere che la sua idea di impero fosse del tutto slegata dal concetto di “sangue e suolo”, significherebbe dare una interpretazione edulcorata del suo pensiero.

Ecco perché, probabilmente, “L’identità sacra” riconcilia anche con la “Tradizione”, nel senso di offrire di essa, senza pretesa alcuna di esserne seguaci, una rilettura “sintetica”, nel senso proprio di sintetizzare una dualità. Ed ecco perché, finalmente, alla luce di una prospettiva che è “etnocentrica” ma non esclusiva, al contrario di quella “universalista” che è, però, paradossalmente esclusiva, “L’identità sacra” mette giustamente sulla stessa linea «monoteisti, hegeliani, marxisti, liberali, globalisti, tecnocrati, immigrazionisti» che «si sono sforzati “tutti” di chiudere la storia, sottraendola alla libertà e alla volontà dell’uomo per indirizzarla, piuttosto, su binari che non ammettono alternativa, in direzione di un finale già scontato, che rappresenti la riproposizione di un qualche Eden perduto in una forma più o meno secolarizzata».

Le ragioni dell’associazione tra il califfo e la Boldrini sono, infatti, tutte qua: «Questa divisione dell’umanità, spaziale e culturale, è semplicemente blasfema per quel monoteismo antropologico di cui è intriso il sistema vigente. Esso postula l’unità originaria del genere umano e la ricomposizione di tale unità nel futuro messianico», evidenzia Scianca. E così – è inutile nasconderlo – l’attacco al Cristianesimo si avverte oltre ogni ragionevole dubbio: «Finito il tempo dei Lari e dei Geni, il paesaggio spirituale sarebbe stato dominato dalle larve», commenta ancora Scianca raccontando dell’editto dell’imperatore Teodosio volto a vietare ogni forma sia pur privata di culto pagano nell’impero romano, nel 392. E, nel nono capitolo, l’essenzialità degli “dèi etnarchi” e la denuncia della disastrosa confusione, che riecheggia Nietzsche, di un dio particolare con il Dio dell’intera umanità ne è l’espressione organica maggiore. .

«La geografia», prosegue l’autore del “Manifesto dell’Estremocentroalto”, citando Mary Beard, «era una metafora essenziale per fare emergere la differenza religiosa. E si trattava di una metafora centrale per il paganesimo antico nel suo insieme: nella città di Roma, e anche altrove, la religione si accompagnava con il luogo, e poteva essere concettualizzata in termini spaziali. La morte di questa metafora è arrivata con il cristianesimo, le cui pretese di universalità iniziarono a non riconoscere più nessun confine spaziale».

Detto questo, appare anche chiaro dalla sua terza fatica letteraria, che Scianca dimostra definitivamente di farsi portavoce di una visione tanto ampia da poter conciliare il linguaggio estremamente “moderno” del suo primo libro, “Riprendersi tutto” – volto in un certo senso ad “allontanarsi dalla destra” -, a quello quasi evoliano rintracciabile in molti passaggi de “L’identità sacra”. E se è vero che, nel capitolo dedicato alla “Tradizione” di “Riprendersi tutto”, Scianca alludeva proprio alla possibilità di un «evolismo fresco, combattente, non dogmatico», ecco che proprio l’ultimo suo libro arriva come un pugno nello stomaco a quanti hanno spesso scambiato per assenza di un piano verticale il laicismo e l’operatività concreta, sul campo e nelle istituzioni, di CasaPound, del quale Scianca è appunto principale voce culturale. E se nel 2012, nonostante il linguaggio fresco e per nulla nostalgico (anzi, proprio per questo), scrivevo su “Il Borghese” di  “Riprendersi tutto”  come di «un libro incentrato nella sua essenza sulla “rigenerazione del mito”», «un’opera fondante, che rifugge il ghetto proponendosi con successo innanzitutto questo: il coraggio di proseguire nel tracciare un solco», ecco che “L’identità sacra” dà le coordinate spirituali di quel mito e chiude il cerchio parlandoci di quel solco e di quanto esso rappresenti la nostra identità, di quanto il futuro sia appunto nell’ «attingere nuovamente al bagliore sovrumano dell’Origine».

Se “Riprendersi tutto” codificava un linguaggio nuovo, se “Ezra fa surf” descriveva una «via libertaria al fascismo» che già faceva capolino nelle prime pagine dell’opera d’esordio, “L’identità sacra” è un libro dedicato alle radici, personali e comunitarie. “Ricorda chi sei tu”, è il titolo esortativo delle pagine conclusive. Tuttavia, anche in questo passaggio non è possibile leggervi alcun passo indietro, né storico né concettuale, piuttosto il puntellamento di un percorso immanente all’azione.

La seconda parte filosofico-politica del testo viene direttamente fuori dall’attualismo della “Grande Sostituzione” in atto denunciata nella prima e che, volendo muovere una critica, mostra forse una scarsa attenzione ai contenuti nel primo capitolo, laddove alcuni passaggi e affermazioni, pur condivisibili, appaiono poco approfonditi e dimostrati. Ma sarebbe forse stato un altro libro e, del resto, non è questo il libro che intendeva scrivere, per sua stessa ammissione, Adriano Scianca. E se il primo capitolo resta lì a mo’ di mera introduzione dell’opera ed appare forse un po’ trascurato l’aspetto Roma/nazione/impero, affascinante è invece il legame serrato tra popoli, luoghi e dèi rievocato e, ad un tempo, auspicato come causa e conseguenza di un no radicale all’immigrazione di massa in quanto ariete per affermare la sostituibilità dei popoli e delle identità. Encomiabile è la tecnica “narrativa” che trasmette letteralmente il senso della sacralità dei confini, non in nome di una retorica patriottarda, ma come affermazione di un’identità ancestrale che su quel legame è fondato. Interessante, all’interno del capitolo sei, il paragrafo dedicato alla “cosmopoiesi”, che offre un’immagine plastica di questo legame anche dal punto di vista paesaggistico. Molto più che politico, il passaggio sulla “gettatezza”, che meriterebbe tranquillamente un commento a parte: «Non vivacchiare nella condizione che ci è stata data», suggerisce Scianca in uno dei passaggi più filosofici e pregnanti del libro, «ma trasformarla in un progetto cosciente. Scegliendo se stesso, l’uomo rinuncia all’impossibile “nostalgia” per tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è, per il fatto che avrebbe potuto essere “gettato” in tutt’altre circostanze fattuali».

«Non essere sostituibili» rimanendo «radicalmente differenti», ri-costruendo un’alternativa, ri-scrivendo un destino: c’è molto di più di un “no all’immigrazione” nell’ultimo libro di Adriano Scianca, è un libro che risveglia il nostro spirito “pagano” genuinamente indoeuropeo.

Emmanuel Raffaele, 21 ott 2016

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