“Dunkirk” finalmente al cinema e ne parlano tutti (anche troppo) bene, ecco perché…

Con oggi, siamo al terzo giorno di proiezioni in Italia (a parte qualche anteprima il 30 agosto). Negli Usa, invece, è uscito già il 21 luglio scorso. E, chi si è cimentato nelle critiche, difficilmente ha risparmiato elogi. “Dunkirk“, film insolitamente realistico di Cristopher Nolan, che racconta un episodio cinematograficamente “inedito” della Seconda Guerra Mondiale, scritto e co-prodotto dallo stesso Nolan, girato a partire dal maggio 2016 quasi interamente nei luoghi dei quali racconta, con i suoi 106 minuti di pellicola, è praticamente già candidato a fare incetta di Oscar.

Nato da una idea che girava nella testa del regista già dagli anni Novanta, il film è unanimemente considerato anti-holliwodiano, un’eccezione rispetto al genere di guerra. Il “New York Times” lo ha definito “brillante” e “grande” sotto ogni aspetto, il “Rolling Stone” “monumentale” (“la Seconda Guerra Mondiale – ha scritto – non è mai stato uno spettacolo visivo così impressionante“), “in termini cinematografici, uno dei pochi film perfetti del 21° secolo” ha scritto “Forbes”, “eroico e appassionante” ha commentato “Avvenire”, “potente e superbo” e “di gran lunga il miglior film” del regista ha osservato Peter Bradshaw (“The Guardian”). Tanto per citarne alcuni in ordine sparso.

E poi c’è il “Time”, che gli ha dedicato una copertina storicamente allusiva (“Il miracolo di Dunkirk”) ed ha significativamente evidenziato: “è il film giusto al momento giusto“. La presentazione dell’ultima pellicola del regista anglo-americano al grande pubblico, insomma, si è trasformata in una vera e propria celebrazione collettiva, ben riassunta dalla recensione che ne ha fatto Panorama, che fa riferimento ad una “guerra metafisica” e intende mettere letteralmente il punto (in realtà, più d’uno) sulla questione: “Dunkirk. Il capolavoro. Bella lezione. Di cinema. Di vita. Di civiltà. Di dignità“. Difficile trovare voci fuori dal coro, anche scorrendo le recensioni di blog e siti tematici. Un vero e proprio innamoramento collettivo, che ha spinto più d’uno a parlare di prestazione con pochi precedenti nella storia del cinema, pietra miliare del genere di guerra, l’incoronazione definitiva del regista e tutti hanno applaudito ogni singola scelta tecnica.

Terra, mare, aria; una settimana, un giorno, un’ora: “l’attesa interminabile sulla terra, l’urgenza di arrivare via mare, la corsa contro il tempo dei combattimenti aerei”, spiega bene ondacinema.it. Le vicende avvenute negli ultimi giorni del maggio 1940 a Dunkerque (questo il nome francese della cittadina da cui prende il nome il film), la storica ritirata delle truppe inglesi nel Regno Unito ed il salvataggio di oltre 300mila soldati, vengono infatti raccontate seguendo tre linee temporali diverse. Una scelta che il New York Times definisce quasi “pittorica” e “impressionista” e, anche se ammette “può disorientare”, ritiene che la modalità narrativa “elastica” funzioni a meraviglia. Non è naturalmente il solo. In pochi hanno criticato la scelta, che il regista ha motivato così: “abbiamo provato a disturbare il ritmo prestabilito di un blockbaster“. Altri applausi, naturalmente, per il direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema, e poi per il montaggio, ovviamente per la colonna sonora di Hans Zimmer, per la sceneggiatura asciutta ma espressiva (con 76 pagine è la più corta mai scritta da Nolan), ma anche per la scelta di non utilizzare trucchi elettronici per gli effetti speciali. Altri hanno evidenziato: “Una pellicola altruista con un cast corale”. E ancora: “Niente green screen e niente effetti digitali. Ti porta proprio lì, in mezzo a queste battaglie sconvolgenti, e l’esperienza è tanto spaventosa quanto eccitante“. “Volevamo una intensità non basata sull’orrore o sul sangue. Ma una intensità basata sul ritmo“, ha infatti ribadito lo stesso Nolan.

Tutti d’accordo (o quasi) e le osservazioni, del resto, sono condivisibili da un punto di vista tecnico: si tratta, senza dubbio, di un film ben fatto.
L’impressione, però, è che il soggetto stesso del film sia in gran parte responsabile di questo entusiasmo collettivo esagerato che sfiora i limiti della piaggeria.

Si è detto, infatti, che questo non è un film politico: lo hanno sottolineato i critici facendo eco all’interessato stesso. Ma, a giudicare dal modo in cui l’opera ha fatto arrabbiare i francesi per la sotto-rappresentazione di cui sono vittime, e da diverse osservazioni illustri, come vedremo, forse non è proprio così. E, nel merito, è decisamente rivelatorio il finale, con la toccante lettera di Winston Churchill che, il 4 giugno 1940, all’indomani della ritirata di un esercito ormai senza vie di fuga dalla morsa dell’esercito tedesco, invita gli inglesi alla resistenza contro i tedeschi nelle strade, nelle colline, sulle spiagge, senza mai arrendersi.

Si è detto che un film sulla Seconda Guerra Mondiale senza gli americani, un film che racconta la più grande sconfitta delle truppe alleate, per di più senza un vero e proprio eroe al centro della scena, è, soltanto per questo, anti-holliwodiano. Ma anche questa è una lettura miope.

Il film, è vero, celebra “l’eroismo collettivo”. Non ha come protagonista un eroe senza macchia e senza paura. Lo stesso Mr. Dawson, civile che risponde alla chiamata e attraversa lo Stretto della Manica per andare a salvare i soldati in attesa, non ricalca certamente quello stereotipo e, d’altronde, non ricopre un ruolo da protagonista. Oltremodo silenzioso, però, con il suo “attivismo” discreto, può di certo essere considerato come paradigma valoriale dell’intero film, più dei soldati Tommy e Gibson che hanno l’unico obbligo di sopravvivere. Discreti e poco “chiassosi”, disciplinati e devoti, sono infatti anche il comandante Bolton – che coordina le operazioni di salvataggio e poi sceglie di rimanere sul fronte – ed il pilota della Raf, che rimane in volo a combattere fino ad esaurire il carburante e finire dritto tra le braccia del nemico. Eroi che non rubano tutta la scena, eroi quotidiani, ma comunque, più che mai, eroi, come ognuno degli oltre mille civili arrivati fino alla spiaggia di Dunkerque per salvare i propri soldati. “Quando 400mila uomini non potevano tornare a casa, fu la loro casa ad andargli incontro”, recita la locandina. “Patria“, esclama commosso il comandante Bolton vedendo arrivare la flotta di imbarcazioni civili.

Il messaggio di Nolan è tutto qui: non la guerra, non le sue brutture, né in realtà la sopravvivenza, ma l’eroismo silenzioso degli inglesi immutato nella sconfitta e la vittoria che arriverà proprio grazie a quello passato alla storia come lo “spirito di Dunkirk”. Questo è quello che vuole davvero raccontare e celebrare. E non c’è niente di più politico di questo e, in un certo senso, niente di più “hollywoodiano” nel momento in cui una intera popolazione diventa protagonista ed eroe senza macchia e senza paura. Gli americani non ci sono, è vero, ma la loro assenza è più che compensata dall’evocazione fatta attraverso le parole del primo ministro inglese proprio sul finale: “il nuovo mondo che viene a salvare il vecchio mondo”. Gli americani non ci sono, è vero, ma l’intero film culmina in quella frase, messa lì per ricordare quanto sia stato decisivo, liberatorio e, appunto, salvifico il loro intervento. Il film, come dicevamo, racconta una sconfitta, ma credete che Dunkerque avrebbe avuto lo stesso significato se le sorti della guerra fossero state diverse, se il Regno Unito fosse stato sconfitto? Lo “spirito di Dunkirk” è senza dubbio prova della tenacia inglese, ma la sua celebrazione è possibile soltanto col senno di poi, laddove è implicito il fatto che, nonostante la sconfitta, nonostante tutto volgesse al peggio, l’esito della guerra è stato rovesciato. E’ il classico “stratagemma”, del tutto legittimo, per esaltare appunto la patria ed il valore di chi ha operato quello stravolgimento. Così come gli americani, anche la vittoria è assente dal film, ma senza entrambi il film non sarebbe mai esistito e lo spirito di Dunkirk non avrebbe mai significato nulla. Gli americani e la vittoria sono i convitati di pietra dell’intero film. Ed è proprio la vittoria finale, dunque, che viene in realtà celebrata attraverso questa memorabile sconfitta.

Non sono casuali le parole citate del “Time” e non solo casuali neanche alcuni degli altri commenti che ne hanno evidenziato l’attualità. “Mentre un aereo brucia – ed un ragazzo prova ad indovinare il futuro – ti viene ricordato che la lotta contro il fascismo continua“, ha scritto Manohla Dargisjuly sul NYT. “Una volta abbiamo combattuto una Guerra Mondiale per scacciare il Nazismo, l’autoritarismo, il fascismo, ed il male nella spazzatura e tra le ceneri della storia. Dunkirk è un duro promemoria di ciò che può succedere se dimentichiamo quella lezione, ma anche un emozionante ed edificante promemoria di ciò che possiamo fare quando ce lo ricordiamo”, ha scritto Mark Hughes. Più di tutti, d’altronde, è significativo l’intervento di Joshua Levine, che ha fatto da consulente al regista per la parte storica, il quale non ha ricordato soltanto il male nazi-fascista, ma ha anche collegato il film alla questione dei rifugiati e dell’integrazione.

In che cosa Dunkerque è ancora attuale?“, gli è stato chiesto. E lui ha prontamente risposto: “Nel problema dell’immigrazione. Nel 1940 la Gran Bretagna è stata invasa da un’ondata senza precedenti di rifugiati. Francesi e belgi ma anche gente di tante altre nazionalità. Fu allora che Londra, dove al massimo si erano visto come stranieri solo un po’ di irlandesi, divenne per la prima volta una città cosmopolita. Allora eravamo molto tolleranti, perché ci rendevamo conto di quanto stesse succedendo”. Ecco che, allora, “Dunkirk”, in un momento storico in cui i giornali progressisti gridano “al lupo!” contro il “pericolo fascista”, dopo lo scampato pericolo Le Pen, il pericolo Trump, l’emergenza migratoria e l’esplosione dello scontro razziale negli Usa, questo film serve più che mai alla retorica di sinistra. “Stiamo arretrando, ma non diamoci per sconfitti”, sembra voler dire.

Ecco perché a molti viene difficile criticare questo film anche parzialmente, nonostante qualcuno abbia fatto notare che su qualcosa ci potrebbe essere da ridire.
“Dunkirk”, ha scritto l’Espresso riguardo a Nolan, “conferma la forza ma anche i limiti del suo cinema”: “l’ansia di mostrarsi Autore va contro il film stesso”, ha fatto notare, aggiungendo: “la trovata di seguire parallelamente tre diverse linee temporali è in fondo gratuita“. Molto più duro, ma non senza cogliere qualche verità, David Cox che, ancora su “The Guardian”, si chiede: “Sono solo io? Dunkirk di Cristopher Nolan ha conquistato i critici e incassato 100 m di dollari (77 m di sterline) al box office mondiale in appena una settimana, ma mi ha lasciato del tutto freddo”. “Ciò che accade, essenzialmente, è che ci sono tanti soldati che aspettano“, osserva sarcastico Cox, facendo riferimento ad un film che in molti concordano nel definire senza storia, certamente privo di una storia centrale. “Cade qualche bomba, affonda qualche nave […] e più o meno è tutto lì“, continua Cox, il quale ha da ridire proprio sulla scelta di privare il film di veri e propri protagonisti e, in pratica, del pathos, facilitato dall’identificazione e dall’entrare dentro la testa ed il cuore di qualcuno. D’altra parte, continua Cox, riprendendo in modo critico ciò che tutti hanno trovato accettabile, non c’è neanche spazio per la contestualizzazione. Effettivamente, oltre agli americani, manca anche il nemico, manca il contesto storico e manca tutto ciò perché Nolan – ha spiegato – non voleva rischiare di fare un film politico, volendo peraltro fare un film sulla sopravvivenza. “Bene, Dunkirk non è per niente un film di guerra – ce lo dice lo stesso Nolan”, osserva lo scrittore di “The Guardian”, “ecco perché non si preoccupa degli aspetti ‘sanguinosi della battaglia. Invece, è una ‘storia di sopravvivenza, e innanzitutto un film di suspense’, secondo il regista”. Peccato che la suspense – sottolinea – non ci sia, sia perché predomina l’attesa, sia perché tutti sanno come finisce il film e, nel frattempo, non si sono affezionati a nessuno dei personaggi. La scelta di non usare i computer, aggiunge infine Cox, priva il film di una spettacolarità che avrebbe reso meno scarna la resa: “La Royal Air Force sembra consistesse in tre Spitfires“. D’altronde, per tutto il film sembra ci sia soltanto una imbarcazione civile coinvolta. Stessa questione per la proporzione delle truppe:la scala è l’essenza del mito di Dunkirk“, osserva non senza ragione Cox, il quale boccia decisamente il film.

Se quasi nessun altro vi ha notato dei difetti, forse il fattore ideologico ha influito più di quanto si possa pensare.

Emmanuel Raffaele

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3 risposte a "“Dunkirk” finalmente al cinema e ne parlano tutti (anche troppo) bene, ecco perché…"

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