Tutti contro Cristoforo Colombo: ecco la prova che il nemico è l’uomo bianco

La questione relativa al genocidio della popolazione nativa americana all’arrivo dei colonizzatori europei è variamente dibattuta ed è centrale nella storia americana. Innanzitutto perché si includono nella definizione, non solo gli indiani uccisi per ragioni di mera conquista, ma anche i morti causati da fattori indiretti (come le malattie assenti in America e giunte dall’Europa). In secondo luogo perché dibattuta è la stessa presenza indigena in America in termini numerici. Dai trenta milioni di Bacci ai quasi 150 di Stannar, c’è una differenza consistente ma non si può dimenticare un elemento importante: le dimensioni del continente americano fanno si che, ancora oggi, con un miliardo di persone circa, la densità abitativa si attesti a poco più di 21 persone per chilometro quadrato, mentre in Europa il valore si attesta intorno ai settanta e in Asia è superiore ai novanta. Il punto, ovviamente, non è la legittimazione di un genocidio – ci mancherebbe altro! – ma la contestualizzazione di una “invasione” europea che, di fatto, avvenne in un continente scarsamente abitato, con ampi spazi disponibili e, quindi, non fu in realtà una invasione: constatazione necessaria a far partire un dibattito oggettivo.

[Nel video, realizzato dal Museo di Storia Naturale Americano di New York, è possibile rendersi conto visivamente della sproporzione demografica tra America ed Europa all’arrivo di Colombo]

Ciò vale soprattutto per il Nord America, dove le tribù erano peraltro nomadi, privi di insediamenti stabili e, quindi, di veri e propri confini. Al contrario, le presenza delle civiltà azteche e maya rendevano di certo il Centro America un’area maggiormente abitata ma, d’altra parte, è proprio là che ad un certo punto divennero in uso violenti sacrifici umani che, come è stato giustamente segnalato, danno l’idea di una società ben diversa da quella paradisiaca troppo spesso proposta ricalcando l’ideale del “buon selvaggio”, contrapposta a quella dell’invasore cattivo. Le civiltà degli indiani d’America, non unitarie e non sempre in pace fra loro, vanno certamente riconosciute in tutto il loro valore, compresi i picchi altissimi raggiunti da quelle stesse civiltà citate. E’ intollerabilmente razzista, del resto, ritenere superiore una civiltà sull’altra e non relativizzare il concetto stesso di buono/cattivo in relazione alle abitudini di vita più o meno conformi ai nostri standard. Da quelle civiltà avremmo certamente avuto tanto da imparare ma, da qui all’idealizzazione, c’è di mezzo il solito vizio di voler vedere tutto bianco o nero. Non di meno, lo sterminio finalizzato alla conquista ed alla “rapina” delle terre e delle risorse rimane un atto ignobile, da condannare. Una macchia sulla storia dello sbarco in America. Una macchia che, però, si nutre anche di una contraddittoria retorica “identitaria”, per cui l’uomo bianco avrebbe rubato le terre che “appartenevano” agli indigeni, come se questa pretesa connessione tra sangue e suolo, diventi improvvisamente legittima laddove a rivendicarla non è, appunto, l’uomo bianco. Del resto, è una logica che si ripete uguale in diverse occasioni. Ma, nel caso specifico, ecco cosa fa riflettere.

All’arrivo degli europei sul suolo americano, come dicevamo, ci sarebbe stato abbastanza spazio per convivere pacificamente: come fattori considerati a se stanti, modalità a parte, l’ “invasione” e lo sfruttamento delle risorse, dunque, non sembrano poter essere configurate come una colpe, soprattutto in un’ottica “progressista”. Sembra però storiograficamente accertato che, se la convivenza non fu pacifica, in gran parte la colpa è degli europei. Ora, dal momento che quelle colpe sono state superate e punite dalla storia, chi e quando abbia sbagliato cosa, nel contesto di una storia che non vuole esser fatta di banali generalizzazioni, sarebbe argomento riservato alle diatribe storiografiche. Perciò è manifestamente assurdo, oggi, processare in piazza Cristoforo Colombo, a più di cinquecento anni dal suo arrivo in America, riducendolo a schiavista genocida (quale, peraltro, non fu) e addossandogli per intero il peso del peccato originale. Ed ecco perché nasce il dubbio che, dietro questa ostilità estremista in quanto anacronistica, non ci sia realmente in gioco un processo di seria quanto tardiva revisione storica, ma che oggi Colombo sia invece divenuto oggetto dell’odio iconoclasta – da parte di chi già vuole abbattere ogni traccia dei soldati sudisti della guerra civile americana – non per il suo esser stato più o meno schiavista rispetto ai suoi contemporanei, ma per il fatto stesso di aver dato inizio all’ “invasione” dell’America, il che pone in rilievo le nostre osservazioni iniziali. Il suo crimine, in questo caso, sarebbe semplicemente quello di aver fatto arrivare l’uomo bianco nelle terre degli indios, crimine che viene semplicisticamente fatto corrispondere a quello del genocidio poi compiuto. Il fatto che in molte città americane si svolgano celebrazioni dedicate ai nativi, “veri americani”, come reazione all’abolizione del Columbus day (ad esempio a Los Angeles)  gioca a favore della nostra tesi.

Ma è un ragionamento che fa acqua, perché è l’arrivo stesso degli europei “schiavisti” sul suolo americano che, in questa prospettiva, diventa un crimine e, così, il nemico non è più il genocida ma l’uomo bianco tout court, in quanto estraneo, invasore, illegittimo. La provocazione di Trump (“abbatteremo anche le statue di Washington?”), buttata lì come per riferirsi ad una proposta impensabile, viene così superata in assurdità dall’attacco a Colombo.

E’ chiaro infatti che, a parte la contraddittorietà di eventuali rivendicazioni progressiste che facciano riferimento ad una connessione tra sangue e suolo per gli indiani d’America, ci sarebbe ancora un altro aspetto da considerare con attenzione maggiore. E riguarda la percezione della storia e di se stessi. Invece di considerare quella come storia passata e largamente superata anche nei suoi risvolti realmente criminali, chi oggi decapita la statua di Colombo, vuole infatti ritornare a mezzo secolo fa e riprendere la stessa battaglia contro un uomo bianco che, nel frattempo, ha accolto, integrato e ammesso senza riserve le proprie colpe, quanto meno a livello istituzionale e ufficiale. Una dialettica che non rivela desiderio di integrazione, ma odio e volontà di rivalsa per i crimini commessi in passato proprio contro chi non ha nulla a che fare con quei crimini, ritenuto colpevole per il solo fatto di avere una storia che, nel bene e nel male, è quella che inizia con Cristoforo Colombo. Una logica questa per cui ogni ferita della storia diverrebbe così insanabile, in una spirale continua di odio e vendette. Una logica, soprattutto, che ha salde radici etniche, a dispetto della retorica integrazionista.

Il “Columbus day”, festa nazionale americana oggi messa in discussione e addirittura annullata in alcune città americane, non ha ovviamente nessuna connotazione schiavista o razziale. E’ il tributo ad un insediamento originario che, oggettivamente, ha dato il via ad una serie di eventi che hanno infine portato alla creazione degli Stati che attualmente esistono in America e ad una figura che, almeno nel nord America, condivide con la maggior parte della popolazione anche l’identità etnica. Le università in cui oggi si contesta l’uomo bianco, le ha fatte l’uomo bianco, così come tutte le istituzioni che oggi condannano il razzismo presente e passato, a dimostrazione che l’uomo bianco è andato avanti con la storia, ha superato i crimini commessi e, soprattutto, non è stato mai soltanto un criminale invasore. Chi combatte contro le statue, invece, dimostra di essere ancora fermo a quelle ingiustizie nel frattempo sanate. Ed è perciò inevitabile chiedersi se, dietro il rifiuto del tributo a Colombo, più che un giudizio di valore rispetto alla sua persona, non ci sia in realtà il rifiuto di andare avanti con la storia in nome di una lotta che ha come nemico ancora l’uomo bianco in quanto schiavista e genocida per colpa ereditata. Solo in virtù di questo, è comprensibile il no a quello che può essere ritenuto un tributo simbolico ad una identità etnica fondante. In un paese che si considera multi-etnico, il fatto che l’attuale America – piaccia o no – sia nata da europei arrivati nel continente secoli fa, può essere da molti considerata una verità inaccettabile. Ma, seppur scomoda, cancellare la verità resta sempre censura.

Emmanuel Raffaele

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