Show di Travaglio a Londra: “i giornali italiani nascondono le menzogne dei potenti”

Marco-TravaglioUn minuto di silenzio per “i caduti di Bruxelles”, poi si parte. E sono risate – attentato a parte – amare, anche se a scriverne bene quasi ci si vergogna, visto che i protagonisti di “Slurp!” sono i “leccaculo” d’Italia per eccellenza: i giornalisti e il loro rapporto coi potenti. Ma Travaglio, direttore de “Il Fatto Quotidiano”, pur influente, non è certo uno di loro, quindi non ce ne voglia se ci scappa qualche complimento per il recital di cui è protagonista insieme alla brava attrice Giorgia Salari ed ispirato al suo omonimo libro, edito da Chiarelettere nel 2015. Svoltosi grazie all’ottima organizzazione della società di produzione eventi “Tij  events”, presso il centralissimo Leicester Square Theatre di Londra, lo scorso 22 marzo, nel bel mezzo della settimana santa, lo show del giornalista è infatti un attacco fortissimo proprio ai ‘sepolcri imbiancati’ della stampa italiana. A quel modo di raccontare i potenti fatto di “prosa zuccherosa”, lodi ai limiti della sottomissione umana e rivolto quindi a quel giornalismo di regime, privo di qualsiasi dignità e coerenza. “Il giornalista italiano”, afferma Travaglio dal palco, “non cambia idea, cambia direttamente padrone”, dunque la funzione dei giornali in Italia è pressoché una sola: “coprire le menzogne dei potenti”.

E non ci sono solo Berlusconi ed i suoi cortigiani, anzi, partendo dalla vecchia Dc per arrivare a Renzi (la ‘nuova’ Dc, dopotutto), spiega Travaglio, hanno leccato a turno un po’ chiunque sia stato al potere; più che equidistanti, “equivicini”, come il volto televisivo Bruno Vespa. Giuliano Ferrara, tra i più bersagliati, è un po’ il refrain dello show: lui, che ad ogni governo, come d’incanto, senza sorprese, si scopre più lealista del re, va a rappresentare una categoria in realtà molto vasta e, con la sua puntuale approvazione e lode di ogni potente, suscita altrettanto puntuali le risate tra il pubblico. Risate che, per la verità, stentano a fermarsi per tutta la durata dell’evento, a testimonianza di un’opera che va leggermente al di là del giornalismo e fa di Travaglio qualcosa di più, o semplicemente qualcosa di diverso: uno dei pochi in Italia capace di fare anche satira di qualità. Il suo punto di forza e, da un punto di vista strettamente professionale, forse anche un po’ il suo limite, infatti, è uno stile che si serve della notizia per attaccare e mettere alla berlina il potente, con soprannomi e prese in giro (il presidente della Repubblica Mattarella, nello show, diventa il “cadaverino” che non parla) mirate probabilmente a compensare quelle lodi eccessive dei giornalisti nei confronti delle quali Travaglio manifesta, giustamente, tutta la sua insofferenza. Una strategia che, se da un punto di vista professionale potrebbe suscitare qualche critica, da un punto di vista pratico, però, diventa probabilmente una necessità di fronte a tanto servilismo. Tra passato e presente, lo spettacolo si apre con un alternarsi di ‘cronache da Istituto Luce’, riprese dai giornali di ieri e di oggi, su Mussolini – descritto come una sorta di superuomo sui fogli dell’epoca – e Renzi – che non è da meno -, evidenziando come, seppur il regime fascista sia ormai andato, la censura (e, soprattutto, l’autocensura) non sia certo espressione tipica soltanto di quell’epoca. Con la differenza, osserva il giornalista, che almeno Mussolini in qualche occasione impose ai suoi di contenersi. È l’istinto umano a leccare il culo al più forte, a saltare sul carro del vincitore, la tentazione rassicurante a conformarsi che, però, applicata al giornalismo, provoca disastri trasformando i giornali nella cassa di risonanza dei politici a cui, invece, dovrebbero fare le pulci per far funzionare bene le cose. L’occhio bionico di Renzi capace di tenere sotto controllo Roma anche a distanza, lui descritto come un grande sciatore (nonostante le cadute a dir poco comiche), il premier multitasking, ma anche l’estasi divina del ministro Maria Elena Boschi che quasi sconvolge Vespa (ed è francamente uno dei pezzi forti dello show), il loden di Monti che racconta di laghi e borghesia operosa (!), la sobrietà del Frecciarossa su cui viaggia la moglie, in breve, le ovvietà e le esagerazioni sui potenti sparate negli articoli o, peggio, a caratteri cubitali nei titoli per pomparne l’immagine: “Donna Clio”, “Donna Elsa”, l’uragano Fornero, il grande Fausto (Bertinotti), il seducente D’Alema, Monti salvatore della patria e tanto, tanto altro ancora. I colpi di lingua della stampa non si contano e, d’altronde, riempiono appunto un intero libro e la ‘sceneggiatura’ di uno spettacolo che ripaga ampiamente il costo del biglietto. Giorgio Gaber, in una strofa di una delle sue canzoni più pregne di significato, “Io se fossi Dio”, letteralmente malediceva i giornalisti: “Compagni giornalisti”, accusava, “avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete; avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti”.  Ebbene, “Slurp” ci racconta nei dettagli quello che Gaber cantava nell’81. Unico rimedio e, dunque, unica vera rivoluzione è recuperare il senso della dignità. “Scudi umani a mezzo stampa: il loro segreto è non avere una reputazione”, incalza infatti Travaglio, anticipando la chiave di lettura che poi svela nell’esortazione finale della sua meritevole opera di denuncia sociale, di rilievo ancora maggiore vista la fama del giornalista: “se dall’alto non cambia nulla, impegnatevi anche voi, dal basso, a migliorare la qualità dell’informazione, sostenendo quella buona e criticando quella cattiva”. Del resto, scriveva lo scorso anno Gianluca Ferrara sul “Fatto Quotidiano”, in riferimento al lavoro teatrale del collega, i potenti ed i loro servi hanno, in un modo o nell’altro, bisogno del consenso per conservare il proprio posto; e gli strumenti di ricatto per ottenerlo si basano essenzialmente su due sentimenti: la paura e i favori. Per ritrovare la verità, per una stampa all’altezza della sua stessa etica, per essere semplicemente liberi, occorre “soltanto” più coraggio. Basta ricordarselo, ogni giorno e, quanto meno, al momento del voto.

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