Le colonie fasciste? Abbandonate al proprio destino, parola di “Repubblica”

Il progetto nasce da un’idea di Fabio Gubellini dal titolo “Un’estate fa“. Lo svolgimento avviene, singolarmente, sulle colonne bolognesi del quotidiano “Repubblica“, che due giorni ha pubblicato gli scatti del fotografo, minuziosamente raccontati sul suo sito. Il suo, infatti, è un viaggio nelle colonie estive costruite dal Fascismo in tutta la penisola e successivamente abbandonate dallo Stato.

Accade, così, l’impensabile. “Repubblica” che, pur sforzandosi di affibiarci significati loschi, è costretta ad ammettere: “Le colonie, strutture situate in contesti marini o montani e destinate al soggiorno di bambini ed adolescenti per lo svolgimento di attività ludiche e ricreative, nascono nella prima metà del XIX secolo. Il loro massimo sviluppo avviene però durante il Fascismo“. “Le colonie”, prosegue così il giornale diretto da Mario Calabresi, “diventano il fiore all’occhiello del programma igienista del Regime, ed oltre allo scopo ludico e ricreativo assumono anche quello propagandistico. Per questo motivo durante il Ventennio viene intensificata l’attività delle colonie estive con la costruzione di nuove moderne strutture in stile razionalista, soprattutto lungo la riviera romagnola”.

La difficoltà di “Repubblica” è evidente ma, considerato il dettagliatissimo progetto di Gubellini, è infine obbligata a vuotare il sacco: “Oggi, in gran parte, queste strutture risultano abbandonate al proprio destino. Solo la colonia Agip di Cesenatico viene ancora utilizzata per lo scopo per cui era stata progettata. Gli spazi della colonia Principe Umberto di San Benedetto del Tronto sono utilizzati per alcuni corsi di laurea dell’Università di Camerino, mentre la Colonia Le Navi di Cattolica ospita un acquario. Il resto delle strutture è abbandonato al proprio destino, nei migliori dei casi ci sono in piedi progetti di riqualificazione, mentre per altre si aspetta che crollino per liberarsi da scomodi vincoli architettonici e poter riedificare liberamente”.

Nel corso del viaggio, da aprile ad agosto dell’anno in corso, spiega il fotografo, “accanto ai nomi delle colonie e ai luoghi di costruzione, sono iniziati a comparire nomi di mirabili architetti ed ingegneri che ci hanno voluto lasciare un segno tangibile delle loro abilità”. Ennesima prova, peraltro, dell’importante ruolo che – come dimostra anche l’interessante libro “Il Fascismo di pietra” (Emilio Gentile, Editori Laterza) – ebbe sotto il regime fascista l’architettura ed il mondo delle arti. Una cura per la bellezza dimenticata che si rispecchia nel degrado delle città oggi. “Un tempo erano meta di vacanza, ora sono spazi sotto utilizzati o abbandonati, ricordo di un passato scomodo senza un futuro certo“, commenta amareggiato Gubellini, prima di rivelare le sue intenzioni: “L’intento di questo percorso fotografico è quello di sensibilizzare più persone possibili alla valorizzazione di questo importante patrimonio architettonico, con la speranza che la maggior parte di queste colonie possa essere riqualificata secondo criteri che rispettino gli originali progetti, affinché in questi luoghi si possano tornare a svolgere quelle attività ludiche e ricreative per i quali erano stati concepiti”.Emmanuel Raffaele, 13 dic 2016

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