Israele legalizza quattromila alloggi costruiti in territorio palestinese

A pochi giorni dall’incontro ufficiale con il neopresidente statunitense Donald Trump, il parlamento israeliano ha approvato una legge che legittima la presenza di quattromila alloggi nella Cisgiordania occupata. Quattromila case costruite su terre la cui proprietà è privata ed appartenente ai palestinesi, all’interno di confini che Israele viola e ignora da decenni, il cui esproprio coatto è ora legalizzato retroattivamente grazie ad una maggioranza, a dir la verità risicata, di 60 deputati contro 52. Quanto basta per portare a 400mila, secondo Repubblica, il numero di israeliani residenti “negli insediamenti che Israele ha autorizzato mentre la comunità internazionale ne contesta la legalità”.

Ma il via libera non è giunto certo inaspettato. Era stato proprio il voto preliminare di dicembre e la decisione storica dell’amministrazione Obama di astenersi nell’ambito del voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu proprio sugli insediamenti illegali di Israele. Una decisione – probabilmente strumentale, considerata la cifra record in aiuti militari concessa in extremis proprio da Obama a Israele – che Trump, a pochi giorni dall’insediamento, contestava così: “Non possiamo continuare a lasciare che Israele sia trattato con un tale sdegno e disprezzo. Una volta erano grandi amici degli Stati Uniti, ma ora non più. L’inizio della fine è stato l’orribile accordo sul nucleare iraniano, e ora questo (l’ONU)! Sii forte, Israele, il 20 gennaio arriverà presto!”. Non a caso, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, già a gennaio, a poche ore da una telefonata con Trump aveva annunciato la costruzione di altri 2500 alloggi, oltre alle 566 abitazioni autorizzate a Gerusalemme Est, anch’essa occupata.

E non si è ancora registrata nessuna reazione al voto della Knesset, nonostante le dichiarazioni inaspettate che Trump aveva fatto dopo pochi giorni di presidenza, dopo l’incontro fuori programma con il re di Giordania Abdullah II: «Anche se non crediamo che l’esistenza degli insediamenti sia un ostacolo per la pace, la costruzione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti al di là degli attuali confini potrebbe non essere utile al raggiungimento di questo obiettivo». Una dichiarazione iper-diplomatica, decisamente fuori dallo stile a cui il neopresidente ci ha abituati, in cui Trump timidamente diceva no ai nuovi insediamenti, tentando di non offendere i coloni di quelli, comunque illegali, già esistenti. Il presidente americano, del resto, è stato informato del voto direttamente dal premier israeliano Netanyahu, da Londra, dove si trovata in visita all’omologo britannico Theresa May. Ma, questa volta, l’ormai quotidiano incidente diplomatico telefonico non sembra essersi verificato. Sul merito della questione, d’altronde, la dice lunga la volontà di Trump di portare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma, per capire cosa aspettarsi davvero, bisognerà aspettare il 15 febbraio, il giorno dell’incontro ufficiale tra Netanyahu e Trump, a Washington. In quella occasione, peraltro, secondo molti il primo ministro israeliano potrebbe prospettare la soluzione di uno “stato ridotto” per i palestinesi.

Emmanuel Raffaele, 7 feb 2017

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