La lotta al precariato è creare un’alternativa alla mentalità padronale liberista

Chiariamolo subito: la lotta al precariato non può essere appiattita sulla noiosa e borghese rincorsa del posto fisso. Benché il dileggio nei confronti della rincorsa ai contratti a tempo indeterminato sia il punto forte della propaganda liberista, la lotta al precariato può e deve essere qualcosa che va oltre, sul quale va impostato un discorso sistemico che non può prescindere dal contesto e dalla discussione sul modello economico.

Bisogna considerare, infatti, che viviamo in una società che, rispetto al passato, offre certamente sicurezze e garanzie maggiori all’individuo, se pensiamo ovviamente quanto meno allo Stato sociale costruito nell’Europa occidentale e che molti vorrebbero smantellare. Da una prospettiva psico-individuale ma anche sociale, questo non è per forza un fattore positivo, in sé e per sé. I popoli più vitali sono, come conferma la demografia, sono in genere quelli che vivono nei paesi meno ricchi. Aspettative, ritmi di vita, stress da lavoro, ossessione per la sicurezza e il futuro, insieme ad altre paranoie occidentali e fisime burocratiche, sono concetti sconosciuti in contesti sociali molto più difficili. Ma, inseriti nel nostro modello economico, che impone standard essenziali alti, invece, questa sicurezza diviene indispensabile per poter stare al passo. E questo è una prima riflessione di base. La seconda è, appunto, chiedersi dove è necessario rallentare e cambiare le cose per restituire una dimensione e un ritmo “umano” all’economia.

Negli anni del boom economico post-bellico, del resto, le garanzie per il singolo erano in crescita ma sicuramente minori di quelle attuali; ma c’era l’economia faceva da stimolo, con prospettive migliori di oggi, c’erano ancora spazi per la piccola impresa e per il rischio, c’era meno burocrazia e più possibilità. E c’era la famiglia, con una funzione sociale più rilevante che oggi. C’era, insomma, un paese ancora povero e vitale, appena uscito dalla guerra, che aveva conosciuto il sacrificio, che si risollevava grazie a questo punto di partenza.

In una fase di crescita lenta e profondo cambio del mercato occupazionale, in un sistema che ha raggiunto un grado di relativa stabilità ma non smette di cambiare dal punto di vista macroeconomico, quindi, non si tratta di cercare sicurezze che non possono esistere o, peggio, cancellare il rischio dall’orizzonte esistenziale, si tratta, invece, tanto per cominciare, di difendere i diritti, non sulla carta ma sul posto di lavoro e nei tribunali. Si tratta di promuovere strumenti reali di controllo che impongano il rispetto effettivo delle leggi attuali, degli strumenti contrattuali, una legislazione improntata alla difesa del lavoratore ma non piegata sul sindacalismo parassitario. E si tratta di difendere (migliorandolo, certo) lo Stato sociale dalle aggressioni liberiste che vogliono disfarsi di un importante strumento di investimento e coesione sociale, anche attuando politiche che, se e quando il lavoro flessibile è l’unica soluzione, permettano al “precario” di vario livello di poter vivere dignitosamente, libero da ricatti e abusi.

Andando nel concreto (e su questo va dato merito al governo attuale), quando si tratta di discutere del tetto massimo di due anni ai contratti a tempo determinato, bisogna comprendere che i due anni rappresentano innanzitutto un lasso di tempo infinitamente lungo entro il quale il lavoratore è soggetto a tutele che, allo stato attuale, sono del tutto virtuali, soprattutto nel privato, dal momento in cui, mettendosi contro l’azienda per difendere i propri diritti, rischia di non vedersi rinnovato. Due anni di potenziali ricatti e sottomissioni, due di sicuro di pressione psicologica e insicurezza. Due anni in cui abbassare la testa può diventare la normalità e, quel che è peggio, con la cultura aziendalista costruita su misura dalla borghesia che ti dice che quella si chiama gavetta. Ma la gavetta non è farsi mettere i piedi in testa da chi i conti in tasca per sé li sa fare eccome. Gavetta è sacrificio sacrosanto del lavoratore, ma nella più completa dignità.

Ecco perché il limite posto è un passo avanti ma ancora meglio sarebbe giungere a un modello contrattuale (cosa alla quale peraltro ambisce il M5S) che limiti a pochi casi effettivamente indispensabili il contratto a tempo, rendendo così effettive le tutele per i lavoratori. E per farlo, naturalmente, occorre una legislazione più precisa anche sui licenziamenti, che tuteli anche le aziende, ma allo stesso tempo permetta ai lavoratori di avere strumenti rapidi ed efficaci di difesa, senza le lungaggini dei tribunali che, tra l’altro, non aiutano neanche le imprese. Strumenti giurisdizionali ad hoc super partes, insomma, ed una legislazione che difenda la parte contrattualmente più debole, con una inversione di prospettiva rispetto al modello liberista. Bisogna mettersi in testa, insomma, che il precariato è, di fatto, un ricatto costante nei confronti della manodopera, a tutto svantaggio del benessere psico-fisico del lavoratore, ma anche del know-how, fondato su una visione tutta improntata ad una sterile massimizzazione della produttività di impronta iper-capitalista. Bisogna, insomma, costruire una cultura del lavoro alternativa a questa e così un diverso concetto di produttività e ricchezza.

A parte la questione diritti, ci sono d’altronde le conseguenze individuali e sociali: la difficoltà di garantirsi tetto stabile sulla testa, di fare progetti a medio-lungo termine, di organizzarsi una vita. Tutti strumenti di un capitalismo che immagina le persone come risorse da sfruttare, simili ai capitali che fluttuano in borsa, e non tiene conto dei fattori sociali. Occorre un cambiamento per non rimanere nell’ottica del lavoratore inteso unicamente come manodopera e non come persona; pensato solo come strumento al servizio delle grandi aziende, in un sistema che non offre più una reale libertà di iniziativa privata. Questo tipo di flessibilità del tutto squilibrato ha infatti conseguenze devastanti dal punto di vista del radicamento, della coesione sociale, dal punto di vista psicologico e dal punto di vista comunitario. In una società in cui la flessibilità dovrebbe essere la norma, del resto, avere una casa pare però impossibile da lavoratore flessibile. Il che è un evidente abuso da parte della classe dominante, per mantenere sotto torchio la classe lavoratrice. Garanzie su garanzie richieste al lavoratore ma non a chi ha il coltello dalla parte del manico, che a sua volta non dà nessuna garanzia al lavoratore. E’ ovvio che un sistema così ha qualcosa che non va, costruito su misura dei padroni.

La flessibilità tanto esaltata dai fans del liberismo, d’altronde, si scontra con il dato oggettivo di un’offerta abbastanza ampia solo nelle grandi città (in Italia, probabilmente, soltanto a Milano). E quella stessa flessibilità che ci viene venduta come il futuro, è del tutto a senso unico, basti pensare che se un lavoratore ha per scelta cambiato troppi lavori è molto facile che, in sede di colloquio, non venga visto di buon occhio. La flessibilità, diciamolo chiaro, è un giochino per i padroni, che poi ci vendono come “dinamismo” e “capacità di adeguarsi al mercato”. Si dice “modernità”, si legge “massimizzare il profitto”. Il che è ovvio, ma è meno ovvio che ce la beviamo e che lo Stato non corra ai ripari proteggendo la parte più debole.

LA SINISTRA E IL LINGUAGGIO PADRONALE

Il guaio è che la barricata dei lavoratori, ormai, non è più unita e non ha più difensori, impregnate come sono la sinistra di politicamente corretto e cultura liberista e la destra “sociale” di retorica spesso sterile. Non a caso, i giornaloni al servizio dei padroni ma formalmente “progressisti” hanno attaccato il governo Conte per aver “messo a rischio” migliaia di posti di lavoro con il Decreto Dignità, imponendo un tetto massimo di due anni per il rinnovo dei contratti a tempo determinato. Cosa poi, peraltro, rivelatasi falsa. Ma hanno finto anche di ignorare che un limite temporale c’era già e questo governo l’ha solo accorciato. E la motivazione è ovvia: il tetto serve ad impedire appunto che un lavoratore possa essere tenuto a vita in questo limbo chiamato precariato (senza che vi siano motivazioni particolari a giustificare il tempo determinato, altro punto su cui ha insistito meritoriamente questo governo). La possibilità di un periodo di “prova” di due anni – condivisibile o meno – è, anzi, un regalo fatto alle aziende per rispondere alle loro esigenze di flessibilità e non è certo nell’interesse dei lavoratori.

E tutto è appunto la prova di un linguaggio padronale che si è ormai affermato come mentalità dominante e che permea anche il pensiero di chi si dichiara di sinistra ma ha ormai virato su questioni ben lontane dalla lotta di classe. Il problema è, dunque, culturale.
Perché il linguaggio padronale nasce da quella perversione aziendalista che ti fa accusare il governo di far perdere posti di lavoro e non appunto i padroni di voler sfruttare il precariato anziché assumere.
Il linguaggio padronale è quella perversione che ti fa ringraziare gli imprenditori perché “creano posti di lavoro”, come se il lavoro non fosse la loro merce per creare profitto e, soprattutto, una merce di cui farebbero volentieri a meno potendo, per la quale tendono naturalmente a minimizzare i costi.
Come se l’imprenditore possa mandare avanti un’azienda da solo, senza appunti quei lavoratori a cui “generosamente offre” lavoro, o per meglio dire, che lavorano per lui consentendogli di fare profitto.
Il linguaggio padronale ha vinto laddove ci sono datori di lavoro che pretendono di trattare il lavoratore come un servo.
Laddove i capi confondono una persona lavorativamente subordinata con una persona di livello inferiore, che non ha il diritto di controbattere o avere una opinione o difendersi.
E’ nelle aziende che non ti pagano gli straordinari ma ti rimproverano i dieci minuti di ritardo.
E’ nel diritto costituzionale al riposo che non viene rispettato.
Nei giorni di malattie che vengono fatti pesare.
Nel non riuscire a concepire il lavoratore come un vero e proprio collaboratore e quella del capo né più né meno che una funzione di coordinamento.
Nel’azzoppare il merito a vantaggio del leccapiedi.
Nel carrierismo che ti fa passare sopra la testa dei tuoi colleghi.
Nel mobbing.
Nei licenziamenti ingiustificati e in una legislazione del lavoro ancora troppo ancorata a schemi vecchi e repressivi.
E’ in una concezione da catena di montaggio che mira solo alla produttività a scapito del benessere.
E’ nelle disuguaglianze che sono diretta conseguenza di un sistema economico che si regge solo e soltanto su chi è necessariamente sottopagato per distribuire ai vertici il surplus.
E’ in chi giustifica le delocalizzazioni perché “il costo del lavoro qui è troppo alto” e non pensa che c’è in questo un problema di base nel modello fondato su una visione della competitività e del mercato sganciata dalla politica.

Ed è curioso che, in un momento storico in cui il politicamente corretto assurge a dittatura del pensiero ed agisce proprio sul linguaggio, la sinistra si scandalizzi tanto per presunti termini sessisti ma non si renda conto di aver completamente perso – o forse mai combattuto – la battaglia contro il linguaggio e la mentalità padronale.
Quella mentalità è diventata il nostro sistema economico. Quella mentalità è il sistema globale.
E’ l’Inps che ci dice di importare immigrati perché gli italiani costano troppo e c’è sempre qualcuno che ha più bisogno e sul quale bisogno si può far leva per pagarlo meno.
Sono quelli che non si rendono conto di come il capitalismo globale abbia creato una sorta di oligopolio riservato alle grandi aziende che campano di flessibilità ma poi accusano il reddito di cittadinanza di assistenzialismo e guardano ai disoccupati come nemici e non come alleati.
Il linguaggio padronale è anche il comunista coi soldi che accusa di razzismo l’operaio che non vuole più immigrazione. Senza sapere che l’operaio ha lavorato da pari con decine e decine di stranieri e sa che nel sudore come nelle ferite non ci sono differenze ma non accetta che il gioco al ribasso dei padroni.

I nemici sono questi, altro che posto fisso e concorsi per accontentare pochi.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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