Addio Diego, favola del calcio senza lieto fine

Diego Armando Maradona

Il calcio che giochi da bambino è come un grande amore: anche se smetti di giocare, qualcosa ti rimane dentro per sempre, non lo dimentichi più.

Per me è il ricordo di palloni e fango, pioggia ed asfalto, campi di terra improvvisati e sorrisi, che non ti abbandona.
Competizione ed amicizie acerbe, ingenue, spontanee.
Non puoi dare una spiegazione alla gioia che ti dà, né puoi comprenderla guardando una partita in tv.

Forse puoi capirla guardando Maradona che vince il suo primo scudetto con il Napoli e torna bambino, mentre canta negli spogliatoi con i compagni che lo acclamano. In quel momento stai guardando negli occhi il calcio, quello autentico: spirito di squadra e pura voglia di vincere. Insomma, una delle più belle espressioni di quella magnifica invenzione che è lo sport, mezzo straordinario per sublimare e rendere innocuo ma grandioso il bisogno di sfida e conflitto che fa parte della nostra natura.

E proprio in quel momento te lo immagini quando da ragazzino giocava per le strade dei quartieri poveri di Buenos Aires e ti accorgi che hai davanti agli occhi una favola: dal nulla a eroe sportivo, un concentrato di forza e talento capace di trascinare dietro di sé una squadra intera e trasmettergli quella sua stessa voglia di superare la normalità. È tutto questo che ti fa vibrare il cuore ed è per questo che i parrucconi non possono capirlo: loro vivono di mediocrità e conformismo.

Ma anche le debolezze emozionano, la semplicità emoziona, l’umanità emoziona e Maradona trasudava umanità. Te ne accorgevi subito quando parlava, immerso in un mondo nonostante tutto più grande di lui.

Questo ragazzo d’oro, arrivato a Napoli da idolo e scappato sotto una pioggia di insulti. Ottantamila ad accoglierlo, pochi al suo fianco al momento dell’addio. Questo ragazzo d’oro che ha regalato ai partenopei il primo scudetto e poi gli ha fatto vivere un sogno: il sogno di rinascere, di ritrovarsi tra le stelle del calcio del nord. Piccoli lampi di orgoglio per un sud che fatica a trovarne.

Quel ragazzo d’oro che era arrivato a Napoli sorridente e forse un po’ ingenuo, travolto dalla sua umanità e da una città difficile, calda come poche ma anche spietata, accogliente e pericolosa. E i rapporti con la camorra, la droga, storie e figli clandestini finiti sui giornali. Un vortice di sudore, applausi e follia con destinazione di ritorno Argentina, la madre patria a cui ha regalato un mondiale strappato in semifinale proprio all’Italia, proprio al San Paolo, dopo l’orribile spettacolo dei fischi all’inno argentino e la rabbia di Diego ormai estraneo in casa. Un’altra vittoria contro il destino.

Quel ragazzo d’oro, quel ragazzo della gente, ipnotizzato da simboli che da sempre hanno affascinato ed a volte tradito i popoli. Anche nel suo esporsi politicamente ha intrecciato involontariamente storia e mito. Ed ha finito per morire, a quattro anni di distanza, lo stesso giorno di Fidel.

Tanto per non farsi dimenticare. Come se potessimo mai farlo. Come se un ciclone come lui avesse bisogno di sessant’anni per essere indimenticabile.
Diego, non ti dimenticheremo e continueremo a mandare a quel paese i parrucconi che ti giudicano.
La “mano de Dios” si manifesta nelle forme più inaspettate. E a volte la favola non ha un lieto fine. Ma ugualmente rimane lì a farci sognare e riflettere, provando a capire ciò che mai potremo capire: il mistero dell’essere così meravigliosamente e tragicamente umani.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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