Analisi e approfondimenti dedicati a notizie e tematiche di politica internazionale, con un’attenzione particolare rivolta ai due grandi blocchi culturali di lingua spagnola e inglese: Spagna e America Latina, Regno Unito e Stati Uniti.
Mentre difende il diritto internazionale sulla scena globale, Pedro Sánchez affronta in patria una maggioranza fragile, scandali politici e la crescita della destra. Da questo equilibrio precario dipende uno degli ultimi tentativi europei di conciliare liberalismo politico e Stato sociale.
Pochi giorni fa, evidenziavo le ragioni dello straordinario appoggio della comunità latina nei confronti di Trump alle ultime elezioni Usa. E facevo notare che, anche in Spagna, la sempre più numerosa comunità latina dimostra una certa simpatia per la destra, sull’onda di un sentimento antisocialista ed “antiwoke” in gran parte condiviso.
In questo caso, però, c’è un altro elemento che vale la pena approfondire eche favorisce la destra: si tratta dell’Ispanità, celebrata proprio lo scorso 12 ottobre, in occasione della festa nazionale spagnola che ricorre nell’anniversario del primo sbarco in America.
Nonostante possa sembrare un’ovvietà, infatti, il concetto di ispanità va ben oltre l’eredità linguistica, toccando in pieno il tema delicatissimo del colonialismo. Per questo motivo l’abile uso che ne fa la destra suscita spesso polemica.
Gran parte della destra occidentale è sempre rimasta ambigua sul tema del laicismo. Ma negli Stati Uniti, laddove la situazione di partenza è una religione che ha sempre conservato una forte influenza nella sfera pubblica e nella politica, si è ormai andati oltre.
In effetti, il rally dedicato a Charlie Kirk – con merchandising in vendita e fuochi artificiali costa definirlo cerimonia commemorativa – ha messo definitivamente in evidenza un paio di cose su cui vale la pena riflettere: la radicalizzazione religiosa in corso negli Usa ed il paradosso identitario implicito nella pretesa di difendere l’Occidente basandosi sul fattore religioso. E questo, purtroppo, non è solo un problema americano.
L’appoggio della popolazione latino-americana nei confronti di Trump, alle elezioni che lo hanno consacrato Presidente ormai quasi un anno fa, ha senza dubbio sorpreso chi non conosce il background politico-culturale della diaspora centro-sudamericana.
Il fenomeno dei “Latinos for Trump” ha fatto parlare molto negli Usa, ma ha soprattutto ribaltato molti stereotipi al di qua dell’Atlantico.
Come spiegarlo e perché questa analisi ci interessa da vicino?
Come raccontato dai giornali di tutto il mondo, lo scorso lunedì 28 aprile, intorno alle 12:30, Spagna e Portogallo (ma anche alcune aree della Francia) sono rimaste senza elettricità e, di conseguenza, prive di connessioni telefoniche e internet.
Da Madrid — dove mi trovavo — fino alla Comunità Valenciana, dalla Castiglia-La Mancia fino all’Andalusia, decine di città sono sprofondate nel buio, con interruzioni improvvise anche della rete mobile e dei dati.
Una situazione in seguito alla quale ben otto comunità autonome (non a caso quasi tutte governate dall’opposizione) hanno dichiarato il livello tre d’emergenza (già rientrato), che passa la gestione della crisi al governo centrale.
Semafori spenti, trasporti e attività commerciali bloccati, comunicazioni ridotte alle poche radio in circolazione e cittadini disorientati: lo scenario che si è delineato è stato tanto inaspettato quanto inquietante, soprattutto considerando le possibili cause che, nell’incertezza iniziale, hanno fatto capolino, tra le quali appunto l’attacco informatico.
Oggi, a cinque giorni dal blackout, non esiste ancora una spiegazione ufficiale e l’opposizione al governo del socialista Pedro Sanchez ne sta approfittando abbondantemente per fare propaganda. Un atteggiamento poco istituzionale e responsabile che, del resto, aveva incredibilmente esibito anche in occasione della tragedia causata dall’alluvione a Valencia.
Subito dopo l’insediamento di Donald Trump, poco prima di fare il salutonazista, Elon Musk ha celebrato la vittoria dicendo: “questa non è stata una vittoria qualsiasi, è stato un momento cruciale per la civilizzazione umana“. Poche ore prima, in effetti, il neo-presidente aveva pronunciato un discorso inaugurale ben diverso da quello di otto anni fa.
Un discorso che, parafrasando le parole di Musk, ha provato a collocare la nuova presidenza nel solco della storia americana e non una fase storica a caso, ma quella dell’espansione territoriale, della costruzione del mito americano e del capitalismo senza regole.
Ha fatto molto discutere questa settimana la notizia di Elon Musk che appoggia Alice Weidel di Alternative für Deutschland che, a sua volta, afferma appunto che Hitler era comunista.
Ma, come al solito, la sinistra ha preferito scandalizzarsi, invece di spiegare perché dietro questa frase c’è un fenomeno importante che sta coinvolgendo la destra radicale in contemporanea con l’avvento di Trump. Anche in passato, infatti, nei momenti geopoliticamente più delicati, gli Stati Uniti hanno appoggiato i movimenti di destra della propria sfera di influenza per ripristinare la propria egemonia economico-culturale. E, nel farlo, tendono sempre a favorire e guidare un processo di trasformazione della destra stessa, in senso reazionario e liberista.
A causa della retorica democratica, Trump è sembrato più interessato e vicino ai problemi reali. Per il semplice fatto di non avere peli sulla lingua. Se, come abbiamo visto, l’estrema semplificazione dei concetti è pericolosa, dire le cose come stanno, senza girarci intorno e senza falso perbenisimo, lo ha comprensibilmente premiato.
Premesse le necessarie critiche allo snobismo di “sinistra”, Trump ha senz’altro evidenziato una carenza di contenuti propri e una semplificazione estrema dei concetti. Considerato anche il suo background, ciò sembra alimentare anziché scardinare l’equivalenza “cultura = woke” da un lato contro “merito = soldi” dall’altro.
Tutti a dare lezioni il giorno dopo la sconfitta: un vizio della sinistra ad ogni latitudine. Ma, se davvero volessero battere il populismo di destra, basterebbe solo che imparassero a fare auto-critica e tornassero a fare la sinistra.
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